Il thriller psicologico Il cigno nero (leggi qui la recensione), diretto da Darren Aronofsky nel 2010, non è stato presentato come un vero e proprio film horror, eppure contiene tutti gli elementi inquietanti del genere. Acclamato dalla critica fin dalla sua uscita, Il cigno nero vede Natalie Portman interpretare una ballerina sempre più ossessionata dal ruolo da protagonista nel Lago dei cigni. Lo spettatore segue così il progressivo deteriorarsi della sua vita. Il film è stato accolto calorosamente dalla critica e ha permesso a Natalie Portman di conquistare l’Oscar come Migliore Attrice, oltre a incassare più di 300 milioni di dollari in tutto il mondo.
Il successo di Il cigno nero non dipende soltanto dalle straordinarie interpretazioni di Natalie Portman e della co-protagonista Mila Kunis, ma anche da una sceneggiatura capace di muoversi tra generi diversi e di sorprendere continuamente lo spettatore. Il film racconta una classica storia di rivalità professionale all’interno del mondo dell’arte, ma introduce anche numerosi momenti inquietanti che mantengono il pubblico in una condizione di costante instabilità. Il finale di Il cigno nero è coerentemente sconvolgente alla luce di tutto ciò che lo precede, mentre gli elementi horror non compromettono mai la forza del dramma.
Il cigno nero diventa sempre più inquietante mentre peggiora lo stato mentale di Nina
Il cigno nero costruisce efficacemente la tensione lungo tutto il film, mentre gli eventi raggiungono progressivamente un punto di rottura attraverso il lento deterioramento dello stato mentale di Nina. Fin dall’inizio è evidente che la ragazza non si trova in una condizione psicologica stabile, come dimostrano i numerosi graffi sulla schiena e il rapporto problematico con la madre. Il vero orrore, però, emerge quando Nina comincia ad allontanarsi sempre più dalla realtà. Nel corso del film compaiono diversi momenti di autentico terrore, scene che potrebbero tranquillamente appartenere a un classico horror.
La sequenza in cui Nina scambia una passante per se stessa rappresenta soltanto l’inizio della sua progressiva discesa. Verso la fine del film, la protagonista è ormai completamente separata dal mondo che la circonda. Proprio come un attore o una ballerina possono immergersi completamente nel personaggio che stanno interpretando, l’ossessione di Nina per il suo ruolo nel balletto la porta a costruire una realtà che, fino a quel momento, non esisteva. Man mano che Il cigno nero procede, l’orrore diventa sempre più presente e le scene inquietanti riflettono la completa dissociazione di Nina dalla realtà.
Il cigno nero utilizza anche gli elementi tipici del body horror
Il cigno nero è un film particolare perché combina il thriller psicologico con l’horror e, allo stesso tempo, esplora anche il raccapricciante sottogenere del body horror. Pur senza raggiungere gli eccessi delle opere di David Cronenberg, celebre proprio per il suo rapporto con l’orrore corporeo, Darren Aronofsky utilizza la trasformazione e la distruzione del corpo per rendere concreto il significato della storia. I graffi sulla schiena di Nina e i danni progressivi ai suoi piedi rappresentano già la dolorosa realtà fisica della danza classica, ma il film aumenta gradualmente la componente body horror.
La sequenza dell’unghia incarnita è sufficiente a mettere a disagio lo spettatore, ma nella seconda metà del film la situazione assume una dimensione ancora più surreale, quando il corpo di Nina comincia lentamente ad assumere caratteristiche simili a quelle di un uccello. La distruzione del corpo costituisce uno dei fondamenti dell’horror, ma in Il cigno nero il body horror svolge una funzione ulteriore: oltre a inquietare il pubblico, diventa una rappresentazione simbolica del progressivo crollo mentale di Nina. Anche se meno esplicito rispetto a quello di molti altri film horror, l’orrore di Il cigno nero non è per questo meno terrificante.
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