Deep Impact è scientificamente accurato? Ecco quanto è realistico il film sulla cometa che minaccia la Terra

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Deep Impact, diretto da Mimi Leder e uscito nel 1998, appartiene a quella particolare stagione del cinema catastrofico in cui Hollywood ha trasformato il pericolo proveniente dallo spazio in una delle paure più immediate per il pubblico. Al centro del film c’è una cometa scoperta quasi per caso dall’adolescente Leo Biederman, interpretato da Elijah Wood, che viene identificata dall’astronomo Marcus Wolf (Charles Martin Smith) come un corpo celeste diretto verso la Terra. Quando la notizia diventa di dominio pubblico, il presidente Tom Beck, interpretato da Morgan Freeman, deve organizzare una risposta globale mentre il conto alla rovescia verso l’impatto procede.

La domanda che accompagna ancora oggi Deep Impact riguarda però il rapporto tra spettacolo e realtà: quanto sarebbe davvero plausibile uno scenario simile? La risposta è sorprendentemente favorevole al film. Rispetto a molti disaster movie, Deep Impact presta grande attenzione alle dimensioni della cometa, ai tempi necessari per intervenire, alla fisica del volo spaziale e soprattutto alle conseguenze di un impatto oceanico. Alcuni passaggi restano inevitabilmente costruiti per esigenze narrative, ma diversi scienziati che hanno studiato il film hanno riconosciuto alla produzione un livello di accuratezza insolitamente elevato.

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La scoperta della cometa e il rischio di un impatto sulla Terra: quanto è plausibile la premessa di Deep Impact?

La storia di Deep Impact prende avvio quando Leo Biederman osserva il cielo durante una festa astronomica e individua un oggetto che inizialmente sembra essere una semplice nuova cometa. La sua scoperta viene comunicata a Marcus Wolf, che comprende rapidamente la vera natura della minaccia: l’oggetto, denominato Wolf-Biederman, si trova su una traiettoria di collisione con la Terra. La premessa scientifica fondamentale è dunque corretta: comete e asteroidi possono effettivamente seguire orbite che li portano a intersecare quella terrestre e, nel caso di un corpo sufficientemente grande, un impatto potrebbe produrre conseguenze globali.

La prima libertà narrativa arriva però proprio nel momento della scoperta. È poco plausibile che una cometa tanto grande e luminosa da essere individuata da un adolescente con un telescopio amatoriale non sia stata intercettata prima dagli osservatori professionali. Clark R. Chapman, planetary scientist della B612 Foundation, ha indicato proprio questo elemento tra le principali improbabilità del film. Una cometa delle dimensioni di Wolf-Biederman, se sufficientemente luminosa da risultare visibile in quel modo, avrebbe con ogni probabilità attirato l’attenzione di altri astronomi molto prima.

Il film compie però una scelta decisamente più realistica quando stabilisce che tra la scoperta e il possibile impatto trascorrano diversi anni. È un dettaglio importante, perché un oggetto di grandi dimensioni non dovrebbe comparire improvvisamente dal nulla poche settimane prima della collisione. Gli astronomi osservano costantemente gli oggetti vicini alla Terra e, per quelli sufficientemente grandi, è possibile calcolarne le orbite e prevederne il comportamento su scale temporali molto estese. Avere tempo per preparare una risposta rappresenta quindi uno degli elementi più credibili della premessa.

Anche la dimensione della cometa è stata costruita con una certa attenzione. Wolf-Biederman misura circa 11 chilometri, una grandezza compatibile con un evento potenzialmente catastrofico su scala planetaria. Il riferimento storico più impressionante è l’asteroide di Chicxulub, associato all’estinzione di massa avvenuta alla fine del Cretaceo e alla scomparsa dei dinosauri non aviani circa 66 milioni di anni fa. Deep Impact parte dunque da un fenomeno astronomico reale e da conseguenze fisiche che, almeno in linea generale, appartengono al campo della scienza e non della pura fantasia.

Elijah Wood in Deep Impact

 

Dalla missione spaziale al progetto dell’arca sotterranea: cosa c’è di scientificamente corretto nel tentativo di salvare la Terra?

Una volta compresa la portata della minaccia, Deep Impact propone due strategie. La prima consiste nell’inviare nello spazio una missione capace di raggiungere la cometa e utilizzare ordigni nucleari per modificarne la traiettoria. La seconda, concepita come piano di emergenza, prevede la costruzione di enormi strutture sotterranee destinate a preservare una parte della popolazione e delle risorse necessarie alla ricostruzione della civiltà. È proprio questa combinazione a rendere il film particolarmente interessante dal punto di vista scientifico: non presume che esista una soluzione semplice e immediata, ma considera anche la possibilità che il primo tentativo fallisca.

Gli scienziati che hanno analizzato Deep Impact hanno attribuito particolare valore alla rappresentazione della fisica nello spazio. Gli astronauti non si muovono come se fossero sulla Terra e la gravità estremamente ridotta della cometa viene tenuta presente nella costruzione delle sequenze. La navicella deve inoltre interagire con un corpo dalla gravità molto debole, al punto che alcune operazioni vengono effettuate mantenendo un collegamento fisico con la superficie. Sono dettagli apparentemente piccoli, ma contribuiscono a distinguere il film da molte produzioni fantascientifiche nelle quali la fisica viene modificata senza alcuna conseguenza.

Anche l’idea di utilizzare un’esplosione nucleare per modificare la traiettoria di un corpo celeste aveva, nel 1998, una base scientifica più seria di quanto oggi possa sembrare. La questione fondamentale non è infatti soltanto distruggere una cometa, ma riuscire a cambiare abbastanza presto la sua velocità e quindi la sua orbita. Una variazione relativamente piccola, se ottenuta con sufficiente anticipo, può trasformarsi in una distanza enorme nel punto in cui il corpo incrocerebbe l’orbita terrestre. È questo il principio generale della deflessione di un oggetto vicino alla Terra.

Il film, tuttavia, si prende una libertà importante quando decide di utilizzare un’esplosione nucleare per distruggere il corpo in prossimità dell’impatto. Se la frammentazione avviene troppo tardi, il problema non viene realmente eliminato: si rischia semplicemente di trasformare un unico grande proiettile cosmico in diversi frammenti che continuano a raggiungere la Terra. Sidney Perkowitz, professore di fisica alla Emory University, ha sottolineato proprio questo limite, pur riconoscendo al film il merito di mostrare che la frammentazione può produrre conseguenze devastanti anziché una semplice cancellazione della minaccia.

L’idea dell’arca sotterranea, invece, appartiene alla logica delle strategie di mitigazione del rischio. Se la deflessione non fosse possibile, proteggere una parte della popolazione dalle conseguenze immediate dell’impatto potrebbe rappresentare una misura estrema di sopravvivenza. Il problema sarebbe naturalmente enorme: servirebbero risorse, infrastrutture, energia, cibo, sistemi di ventilazione e soprattutto tempi molto lunghi per costruire strutture realmente autosufficienti. Joshua Colwell, planetary scientist che lavorò come consulente scientifico del film, ha considerato plausibili entrambe le strategie nella loro impostazione generale, sottolineando però quanto sarebbero impegnative nella realtà.

Deep Impact cast

Tsunami, distruzione globale e ultimi tentativi di deflessione: dove Deep Impact si avvicina alla scienza e dove invece forza la realtà?

Il momento più spettacolare del film è anche quello in cui la sua accuratezza viene sottoposta alla prova più difficile: l’impatto del frammento della cometa nell’Oceano Atlantico e la conseguente formazione di un gigantesco tsunami. La scena è stata considerata particolarmente riuscita da diversi esperti perché Deep Impact cerca di rappresentare l’impatto come un evento fisico capace di produrre conseguenze su vasta scala, anziché limitarsi a mostrare una generica esplosione. L’energia trasferita all’oceano sarebbe infatti enorme e le coste sarebbero tra le aree maggiormente esposte.

Il film introduce inoltre una distinzione importante tra il frammento più piccolo, che raggiunge l’Atlantico, e quello maggiore, contro il quale viene tentato un ultimo intervento. Questa scelta è più ragionevole rispetto all’idea secondo cui un’esplosione nucleare potrebbe semplicemente far scomparire un oggetto cosmico di quelle dimensioni. Una deflessione riuscita dovrebbe essere ottenuta molto prima dell’impatto, quando anche una piccola variazione della traiettoria potrebbe essere sufficiente a evitare la collisione.

È invece poco credibile l’idea che, a pochi giorni dall’impatto, sia ancora possibile risolvere il problema con un intervento improvvisato. Chapman ha osservato che un tentativo di frammentazione effettuato così tardi potrebbe lasciare sulla Terra detriti con conseguenze quasi altrettanto catastrofiche. La fisica orbitale non concede infatti il tipo di ultimo secondo risolutivo che il cinema ama utilizzare: per cambiare realmente il destino di un corpo celeste servono tempo, precisione e una quantità enorme di energia applicata nel modo corretto.

Anche l’ipotesi che la cometa sia stata “spinta” nella sua traiettoria verso la Terra da un’altra collisione celeste è poco convincente. Un impatto nello spazio tende a produrre frammentazione, mentre cambiamenti significativi nell’orbita possono essere provocati soprattutto dall’interazione gravitazionale con altri corpi, in particolare pianeti. Si tratta di una delle imprecisioni più specifiche individuate dagli esperti, insieme alla rappresentazione iniziale delle stelle Mizar e Alcor e alla già citata improbabile scoperta amatoriale della cometa.

C’è però un aspetto in cui il film raggiunge un grado di realismo ancora più interessante: la rappresentazione della risposta umana. Deep Impact immagina il coinvolgimento di astronomi, NASA, governo, forze armate, media e popolazione civile, mostrando come una minaccia di questo genere diventerebbe rapidamente un problema politico e sociale. La costruzione dell’arca, le procedure di selezione dei sopravvissuti e le conseguenze sulle città riflettono la necessità di pensare all’impatto come a un evento globale. La scienza, in questo caso, non viene separata dalla società che dovrebbe applicarla.

È probabilmente questo il motivo per cui Deep Impact continua a essere considerato uno dei disaster movie più accurati dedicati agli impatti cosmici. David Stevenson, planetary scientist del California Institute of Technology, ha riconosciuto al film un livello elevato rispetto al genere, pur ricordando che la probabilità che un evento di questo tipo si verifichi durante la vita di una persona è estremamente bassa. L’accuratezza del film, quindi, non significa che lo scenario sia probabile: significa che, una volta accettata la premessa, molte delle sue conseguenze vengono trattate con una logica scientificamente ragionevole.

Deep Impact spiegazione finale film

Deep Impact contro Armageddon: quale dei due film è davvero più accurato dal punto di vista scientifico?

Il confronto con Armageddon, uscito nello stesso 1998 e diretto da Michael Bay, rende ancora più evidente la particolare attenzione di Deep Impact alla plausibilità scientifica. I due film partono da una premessa simile: un enorme corpo celeste minaccia la Terra e gli esseri umani devono trovare un modo per impedirne l’impatto. Da quel momento, però, prendono due direzioni radicalmente diverse. Deep Impact costruisce una risposta fondata su astronomia, politica, preparazione e strategie alternative; Armageddon trasforma invece il problema in un’avventura spaziale costruita intorno a una squadra di trivellatori petroliferi.

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Il punto più problematico di Armageddon riguarda proprio il suo oggetto cosmico. Il film parla di un asteroide delle dimensioni del Texas, mentre l’asteroide associato all’estinzione dei dinosauri viene generalmente stimato nell’ordine di alcuni chilometri di diametro. Un corpo di quelle proporzioni avrebbe conseguenze talmente devastanti da rendere quasi irrilevante l’efficacia del piano escogitato dai protagonisti. Ancora più difficile da accettare è il tempo a disposizione: gli scienziati scoprono la minaccia quando mancano appena 18 giorni all’impatto.

In realtà, un oggetto abbastanza grande da produrre una catastrofe planetaria sarebbe estremamente difficile da nascondere fino a poche settimane dalla collisione. Le osservazioni astronomiche permettono di individuare e seguire molti oggetti potenzialmente pericolosi per periodi molto più lunghi. Inoltre, l’idea di addestrare rapidamente un gruppo di trivellatori affinché possa operare nello spazio presenta problemi enormi. Lo stesso Ben Affleck, nel commento all’edizione home video del film, raccontò di aver chiesto a Michael Bay perché non fosse più semplice insegnare a trivellare agli astronauti invece di trasformare dei trivellatori in astronauti. La risposta del regista, diventata celebre, riassume perfettamente l’approccio del film: la logica spettacolare viene prima di quella scientifica.

Anche il piano di perforare un gigantesco asteroide e inserire al suo interno una bomba nucleare per dividerlo in due è estremamente problematico. Se le due metà non venissero allontanate abbastanza dalla traiettoria terrestre, entrambe potrebbero continuare a dirigersi verso il pianeta. Alcuni studi successivi hanno mostrato proprio quanto sarebbe difficile ottenere con un’esplosione la separazione necessaria per trasformare una minaccia globale in due oggetti innocui. In questo senso, Armageddon prende un principio scientifico reale e lo spinge molto oltre i limiti della fisica.

Deep Impact, al contrario, non è perfetto. Anche il suo finale concede qualcosa alle esigenze del racconto e la probabilità complessiva di uno scenario simile durante la nostra vita resta estremamente bassa. Tuttavia, quando si confrontano i due film sul terreno della plausibilità scientifica, la conclusione è piuttosto netta: Deep Impact è decisamente più accurato. È stato concepito proprio cercando di mantenere credibili la scala dell’evento, i tempi della minaccia, la fisica della missione e le conseguenze dell’impatto, mentre Armageddon utilizza la scienza soprattutto come punto di partenza per un’avventura spettacolare.

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A rendere Deep Impact ancora più interessante è infine il modo in cui la sua accuratezza scientifica si lega alla dimensione umana. Il film non immagina semplicemente un modo per “far esplodere” la cometa: prova a chiedersi cosa succederebbe alle istituzioni, alle famiglie, alle città e alla popolazione davanti alla prospettiva concreta della fine del mondo. È una differenza fondamentale rispetto al cinema catastrofico più convenzionale e spiega perché, a distanza di anni, diversi scienziati continuino a considerarlo uno dei migliori esempi di fantascienza capace di rispettare la realtà senza rinunciare alla spettacolarità.

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Gianmaria Cataldo
Gianmaria Cataldo
Laureato con lode in Storia e Critica del Cinema alla Sapienza e iscritto all’Ordine dei Giornalisti del Lazio come giornalista pubblicista. Dal 2018 collabora con Cinefilos.it, assumendo nel 2023 il ruolo di Caporedattore. È autore di saggi critici sul cinema pubblicati dalla casa editrice Bakemono Lab.
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