Io sono ancora qui: la vera storia di Eunice e Rubens Paiva raccontata dal film

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Io sono ancora qui, diretto da Walter Salles e interpretato da Fernanda Torres, è uno dei film brasiliani più importanti degli ultimi anni (premiato come Miglior film internazionale ai premi Oscar, capace di trasformare una drammatica vicenda familiare in un racconto sulla memoria e sulla storia di un intero Paese. Ambientato inizialmente nella Rio de Janeiro dei primi anni Settanta, il film segue la famiglia Paiva prima e dopo la scomparsa di Rubens Paiva, ex deputato e ingegnere arrestato dalla polizia militare durante la dittatura brasiliana. Al centro della vicenda emerge progressivamente la figura della moglie Eunice Paiva, destinata a trasformare il dolore per la perdita del marito in una lunga battaglia per la verità.

La domanda se Io sono ancora qui sia tratto da una storia vera ha quindi una risposta molto precisa: sì, il film racconta una storia realmente accaduta. La sceneggiatura è basata sul memoir Ainda Estou Aqui, pubblicato nel 2015 da Marcelo Rubens Paiva, figlio di Eunice e Rubens. Il film, però, amplia la dimensione individuale della vicenda e la collega alla memoria della dittatura militare brasiliana, durata dal 1964 al 1985. Quella dei Paiva diventa così la storia di una famiglia realmente travolta dalla repressione politica e, soprattutto, di una donna che per decenni si rifiutò di accettare il silenzio imposto dal regime.

La storia vera di Rubens Paiva: l’arresto e la scomparsa durante la dittatura militare brasiliana

Rubens Paiva era un ingegnere e aveva avuto anche una breve esperienza politica come deputato. Viveva a Rio de Janeiro con la moglie Eunice e i loro cinque figli, in una casa vicina alla spiaggia di Leblon. La famiglia conduceva una vita agiata e vivace, immersa nella cultura e nelle discussioni politiche che caratterizzavano una parte della società brasiliana dell’epoca.

Il contesto, tuttavia, era quello della dittatura militare instauratasi in Brasile nel 1964. La repressione contro oppositori, militanti e presunti simpatizzanti della sinistra diventò progressivamente più dura e le forze di sicurezza ricorrevano anche a detenzioni arbitrarie, torture e sparizioni forzate. Fu dentro questo clima che la vita dei Paiva venne improvvisamente sconvolta.

Il 20 gennaio 1971 Rubens Paiva fu arrestato nella propria abitazione da uomini delle forze militari. Il sospetto era che avesse avuto collegamenti con gruppi contrari al regime. Eunice assistette all’irruzione e venne successivamente arrestata insieme a una delle figlie. Madre e figlia furono interrogate e detenute, mentre di Rubens si persero progressivamente le tracce.

Per la famiglia iniziò così una condizione di sospensione destinata a durare decenni. Le autorità non fornirono una spiegazione credibile sulla sua sorte e per molto tempo la versione ufficiale sostenne che Rubens fosse stato sequestrato da militanti di sinistra. La realtà sarebbe emersa soltanto molti anni dopo.

Eunice Paiva trasformò la ricerca della verità in una battaglia per i diritti umani

I'm Still Here film 2024

Dopo la scomparsa del marito, Eunice Paiva si trovò a crescere da sola i cinque figli. La situazione era ulteriormente complicata dal fatto che Rubens non risultava ufficialmente morto: senza un certificato di morte, Eunice incontrava ostacoli anche nell’accesso ai suoi beni e alle risorse economiche necessarie per mantenere la famiglia.

Quella che inizialmente era una moglie alla ricerca del marito scomparso divenne progressivamente un’attivista per i diritti umani. Eunice studiò legge e costruì una nuova identità professionale dedicandosi soprattutto alla difesa delle popolazioni indigene e alla lotta per il riconoscimento dei diritti civili.

Il film segue questa trasformazione con particolare attenzione, perché è proprio nella figura di Eunice che la vicenda privata acquista una dimensione storica più ampia. La sua battaglia non riguardava più soltanto Rubens: riguardava il diritto di una famiglia a sapere cosa fosse accaduto a una persona sequestrata dallo Stato e, allo stesso tempo, la necessità di impedire che le violenze della dittatura venissero cancellate dalla memoria collettiva.

La verità sulla sorte di Rubens arrivò molto lentamente. Nel corso degli anni emersero testimonianze e documenti che permisero di ricostruire il sistema di repressione nel quale era stato coinvolto. Nel 2014, la Commissione nazionale per la verità brasiliana confermò Rubens Paiva tra le 434 persone uccise o scomparse per responsabilità del regime militare.

Dal certificato di morte alla memoria di oggi: cosa racconta davvero Io sono ancora qui e cosa aggiunge il film alla storia dei Paiva

Selton Mello e Fernanda Torres in Io sono ancora qui

Nel 1996, venticinque anni dopo l’arresto, Eunice Paiva ottenne finalmente il certificato di morte del marito. Era un documento fondamentale, perché riconosceva ufficialmente ciò che la famiglia aveva cercato di dimostrare per decenni: Rubens non era semplicemente scomparso, ma era stato vittima della repressione della dittatura. Il suo corpo, tuttavia, non è mai stato ritrovato.

La ricostruzione ufficiale stabilì successivamente che Rubens era stato torturato e ucciso dalle forze del regime. La sua storia è dunque quella di una delle tante vittime della politica delle sparizioni forzate praticata dalla dittatura brasiliana, ma il film sceglie di raccontarla da una prospettiva particolare: quella di chi resta.

È soprattutto questo il motivo per cui Io sono ancora qui si concentra sulla vita quotidiana dei Paiva prima dell’arresto. Walter Salles era amico d’infanzia dei figli di Rubens ed Eunice e conosceva personalmente quell’ambiente familiare. La casa dei Paiva viene così rappresentata come uno spazio luminoso, aperto, pieno di musica e discussioni, in netto contrasto con il clima di paura che progressivamente invade il Paese.

La struttura del film segue poi il trascorrere del tempo fino ad arrivare al 2014 e al 2015. È in questa parte che emerge un ulteriore elemento autobiografico: Marcelo Rubens Paiva scrisse il suo libro mentre sua madre, ormai anziana, cominciava a perdere la memoria a causa dell’Alzheimer. Il paradosso è particolarmente potente: mentre il Brasile cercava di recuperare la memoria delle proprie violenze attraverso la Commissione nazionale per la verità, Eunice stava perdendo progressivamente i ricordi della propria vita.

Il film assume quindi una dimensione che supera la semplice ricostruzione biografica. La memoria individuale di una donna e quella collettiva di una nazione finiscono per incontrarsi. La storia dei Paiva permette a Walter Salles di interrogarsi su cosa accade quando un Paese sceglie di dimenticare o minimizzare le proprie responsabilità.

Fernanda Torres in Io sono ancora qui

La popolarità del film ha inoltre assunto un significato particolare nel Brasile contemporaneo. La sua uscita è coincisa con un periodo nel quale il Paese era nuovamente attraversato da un forte confronto sul rapporto tra democrazia, autoritarismo e memoria della dittatura. Per questo la vicenda di Eunice e Rubens non viene percepita come un capitolo definitivamente chiuso del passato.

La principale differenza tra la storia vera e il film riguarda dunque il linguaggio cinematografico, non la sostanza della vicenda. Io sono ancora qui comprime necessariamente decenni di storia, ricostruisce alcuni momenti privati e organizza gli eventi secondo le esigenze della narrazione. Il nucleo storico, però, rimane quello reale: Rubens Paiva fu arrestato e fatto scomparire dal regime militare, Eunice dedicò la propria vita alla ricerca della verità e la famiglia continuò a portare le conseguenze di quella perdita.

La forza del film sta proprio nella scelta di raccontare una dittatura attraverso una famiglia. La violenza politica non viene mostrata soltanto attraverso arresti, interrogatori e istituzioni, ma attraverso una casa che improvvisamente cambia, dei figli costretti a crescere senza il padre e una donna che deve ricostruire la propria esistenza mentre cerca risposte che lo Stato continua a negarle.

In questo senso, il titolo Io sono ancora qui assume un significato che riguarda tanto Eunice quanto la memoria di Rubens. La scomparsa fisica di un uomo non cancella necessariamente la sua presenza nella storia. Attraverso il memoir di Marcelo Rubens Paiva, il film di Walter Salles e la figura di Eunice, quella vicenda è tornata a essere raccontata alle nuove generazioni. La storia vera dei Paiva diventa così anche una riflessione sul valore della memoria: ricordare ciò che è accaduto significa impedire che una violenza, dopo aver cancellato una persona, possa cancellarne anche l’esistenza dalla coscienza collettiva.

Gianmaria Cataldo
Gianmaria Cataldo
Laureato con lode in Storia e Critica del Cinema alla Sapienza e iscritto all’Ordine dei Giornalisti del Lazio come giornalista pubblicista. Dal 2018 collabora con Cinefilos.it, assumendo nel 2023 il ruolo di Caporedattore. È autore di saggi critici sul cinema pubblicati dalla casa editrice Bakemono Lab.
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