Che cosa hanno in comune L’Estranea di Paolo Strippoli, il Faust di Goethe e I Buddenbrook di Thomas Mann? Apparentemente poco: il primo è un thriller psicologico con elementi horror, il secondo uno dei grandi miti della letteratura europea, il terzo un romanzo sulla decadenza di una famiglia borghese. Eppure, questi tre racconti condividono una domanda fondamentale: che cosa accade quando gli esseri umani cercano di sottrarsi ai limiti della propria esistenza?
Il collegamento non è soltanto un’interpretazione critica. Nelle note di regia diffuse attraverso Filmitalia, Strippoli presenta L’Estranea come una saga familiare nella quale I Buddenbrook incontrano Faust. Un’immagine che riassume le due anime del film, distribuito nei cinema italiani dall’8 ottobre: da una parte il progressivo disfacimento della famiglia Colonna, dall’altra un patto misterioso attraverso il quale Anna, interpretata da Jasmine Trinca, tenta di cambiare il destino dei propri figli.
È proprio nell’incontro tra queste due tradizioni narrative che il film trova la sua identità. L’elemento soprannaturale non sostituisce la tragedia familiare, ma la rende più evidente. Strippoli prende una paura ordinaria, quella di perdere ciò che amiamo, e la trasforma in un meccanismo narrativo nel quale ogni tentativo di evitare il dolore rischia di produrne uno ancora maggiore. Il risultato non è semplicemente una storia di maledizioni, ma una riflessione sull’illusione di poter governare la vita.
Da Faust ai Buddenbrook: il patto e la caduta della famiglia Colonna
Nel Faust di Goethe, il protagonista stringe un accordo con Mefistofele per oltrepassare i limiti della conoscenza e dell’esperienza umana. È il desiderio di ottenere qualcosa che la condizione mortale non consente a mettere in moto la tragedia.
Anna Colonna parte da una situazione diversa, ma altrettanto riconoscibile: non vuole conoscere tutto o conquistare il mondo, vuole impedire che la propria famiglia soffra. Quando l’Estranea, interpretata da Valeria Bruni Tedeschi, le offre la possibilità di intervenire su un evento tragico, la donna accetta di entrare in una logica nella quale ogni risultato comporta un prezzo.
Il riferimento faustiano riguarda quindi soprattutto il desiderio di superare un limite. È importante, però, non confondere questa somiglianza con un adattamento diretto: in un’intervista a Phantasmag, Strippoli ha precisato che l’idea del patto non deriva direttamente dal Faust, pur riconoscendone la natura faustiana.
Il richiamo ai Buddenbrook, invece, permette di comprendere la dimensione sociale del film. Nel romanzo di Thomas Mann, la decadenza di una famiglia di commercianti diventa il racconto di un’intera visione del mondo, fondata sul prestigio, sulla continuità e sulle aspettative imposte alle generazioni successive.
Anche i Colonna appartengono a una borghesia che misura la felicità attraverso il successo e la rispettabilità. Walter, interpretato da Adriano Giannini, gestisce un’attività familiare, mentre il futuro dei figli sembra già tracciato: Tobia nello sport e Alice nel mondo dello spettacolo.
In entrambi i racconti, la famiglia non è soltanto un luogo affettivo, ma un’istituzione che pretende di sopravvivere attraverso i propri discendenti. La differenza è che Strippoli introduce il soprannaturale per rendere letterale un desiderio già presente nel mondo borghese: controllare il futuro e impedire che qualcosa incrini l’immagine della perfezione.
La tragedia greca e il destino: perché l’orrore dell’Estranea è inevitabile
Accanto a Goethe e Mann, esiste un terzo riferimento fondamentale: la tragedia greca. Nelle note di regia presentate alla Mostra del Cinema di Venezia, Strippoli definisce esplicitamente il film una tragedia nella sua accezione aristotelica, costruita per suscitare pietà e terrore e condurre lo spettatore alla catarsi.
La distinzione è importante perché Anna non è semplicemente una donna punita per aver compiuto una scelta sbagliata. È un personaggio tragico: cerca di evitare la sofferenza attraverso decisioni che finiscono per contribuire alla rovina della sua famiglia.
La forma stessa del racconto rafforza questa idea. La spirale, elemento ricorrente nel film, rappresenta contemporaneamente il destino e la struttura narrativa. Ogni nuovo tentativo di correggere gli eventi sembra riportare Anna verso il punto di partenza, ma con conseguenze sempre più difficili da sostenere.
In un’intervista a Fred Film Radio, Strippoli ha inoltre paragonato l’Estranea al coro della tragedia greca. È una chiave di lettura interessante: la figura soprannaturale non agisce soltanto come tentatrice, ma sembra accompagnare e osservare il progressivo compimento della tragedia.
Il vero conflitto riguarda dunque il rapporto tra libertà e destino. Anna è responsabile delle proprie decisioni, ma non può prevederne tutte le conseguenze. Cerca continuamente di eliminare il caso dalla propria vita, senza comprendere che è proprio questa ossessione a renderla prigioniera.
È qui che L’Estranea supera i confini dell’horror tradizionale. Il film non chiede soltanto che cosa saremmo disposti a sacrificare per salvare una persona amata. Ci costringe a domandarci se il desiderio di proteggerla non nasconda, talvolta, la pretesa di decidere quale debba essere la sua felicità.
Come nelle grandi tragedie letterarie, il dolore non nasce esclusivamente dall’intervento di una forza esterna. Nasce anche dalle contraddizioni dei personaggi, dalle loro aspirazioni e dall’incapacità di riconoscere i propri limiti.
L’Estranea racconta così una tragedia antica attraverso un linguaggio contemporaneo: un patto faustiano, la caduta di una dinastia borghese e una madre convinta di poter sconfiggere il destino. Tre elementi che convergono in un’unica, inquietante possibilità: che il tentativo di salvare ciò che amiamo sia proprio ciò che finirà per distruggerlo.





