La Cosa di John Carpenter è ancora uno dei mostri più terrificanti del cinema

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Ci sono creature cinematografiche che diventano memorabili grazie al loro aspetto e altre che continuano a fare paura perché il loro funzionamento narrativo non smette mai di inquietare. La Cosa, protagonista dell’omonimo film diretto da John Carpenter nel 1982, appartiene alla seconda categoria. Il suo design è certamente una delle componenti più disturbanti dell’horror fantascientifico, ma ciò che rende davvero terribile l’entità extraterrestre che arriva nella base scientifica antartica è la sua capacità di trasformare qualsiasi persona in una potenziale minaccia. Non esiste una forma definitiva della creatura e, soprattutto, non esiste un modo immediato per capire chi sia ancora umano.

È questo meccanismo a rendere il film con Kurt Russell nei panni di R.J. MacReady molto più di una semplice storia di sopravvivenza contro un mostro. La Cosa non deve necessariamente inseguire i protagonisti per generare paura: può aspettare, nascondersi, osservare e assumere l’aspetto di chiunque. Il pericolo nasce quindi dalla perdita progressiva di fiducia all’interno di un gruppo isolato, mentre l’ambiente esterno rende impossibile qualsiasi fuga. Carpenter costruisce così un incubo nel quale la domanda più importante non è soltanto “dove si trova il mostro?”, ma “chi è ancora umano?”.

La Cosa è un mostro quasi perfetto perché può essere chiunque

La prima apparizione della creatura stabilisce immediatamente la sua natura imprevedibile. Quello che sembra un semplice cane, arrivato alla base dopo essere stato inseguito da un elicottero, si trasforma in qualcosa di completamente diverso. Il corpo si apre, si deforma e produce una massa organica apparentemente priva di una forma stabile. Gli uomini della stazione antartica capiscono rapidamente di avere davanti un organismo che non rispetta le regole biologiche che conoscono.

La vera intuizione di Carpenter, però, arriva quando questa capacità di trasformazione smette di essere soltanto uno spettacolo visivo e diventa il cuore della suspense. La Cosa può imitare perfettamente un organismo vivente, fino a rendere impossibile riconoscerla osservando semplicemente il corpo. Il mostro non ha bisogno di presentarsi come un’entità aliena: può diventare uno degli uomini della base. Può assumere una voce, un volto e un comportamento riconoscibili. Può quindi nascondersi proprio nel luogo in cui i protagonisti cercano sicurezza.

È qui che il film introduce una delle forme più efficaci di paranoia dell’horror. Se il mostro fosse sempre visibile, il problema sarebbe soltanto trovare il modo di eliminarlo. Ma la Cosa rende il riconoscimento stesso impossibile. Ogni personaggio diventa contemporaneamente vittima potenziale e possibile minaccia, e il pubblico viene trascinato nella stessa condizione di incertezza dei protagonisti.

Anche le sue trasformazioni fisiche contribuiscono a rendere la creatura difficilmente assimilabile. Non esiste una silhouette iconica alla quale lo spettatore possa abituarsi. Una bocca può comparire dove non dovrebbe esserci, un corpo può aprirsi improvvisamente, una testa può diventare parte di una forma completamente diversa. La creatura è inquietante proprio perché non offre un’immagine stabile.

L’Antartide trasforma la paranoia in una trappola senza uscita

John-Carpenter-The-Thing La cosaLa forza de La Cosa dipende però anche dal luogo in cui la storia viene raccontata. L’Antartide non è un semplice sfondo: è una componente fondamentale della minaccia. La base scientifica è circondata da un ambiente nel quale sopravvivere autonomamente è quasi impossibile. Fuori dalle strutture, il freddo può uccidere rapidamente e le condizioni atmosferiche possono rendere estremamente difficile orientarsi.

Questo crea una situazione paradossale. Gli uomini hanno bisogno di rimanere insieme per sopravvivere, ma più rimangono insieme più diventa difficile fidarsi gli uni degli altri. La sicurezza collettiva diventa contemporaneamente la principale fonte di pericolo. Se uno dei presenti è stato assimilato dalla Cosa, stare vicino agli altri significa permettere alla creatura di continuare a diffondersi.

Carpenter sfrutta questa contraddizione costruendo una forma di horror claustrofobico nella quale non serve chiudere fisicamente i personaggi in una stanza. È il paesaggio stesso a trasformare la base in una prigione. La neve, il gelo e le distanze rendono l’esterno quasi altrettanto mortale del mostro. La possibilità di uscire esiste, ma non rappresenta realmente una via di salvezza.

Per questo ogni conflitto tra i membri della squadra assume un peso crescente. La diffidenza non nasce soltanto dal carattere dei personaggi, ma dalla logica stessa della minaccia. MacReady e gli altri devono prendere decisioni senza possedere tutte le informazioni necessarie. Non possono sapere con certezza chi sia stato assimilato e non possono permettersi di aspettare troppo a lungo per scoprirlo.

La Cosa trasforma quindi la normale dinamica di un gruppo di sopravvissuti in una specie di esperimento psicologico estremo: quanto può resistere una comunità quando viene distrutta la fiducia reciproca?

Il finale di La Cosa dimostra che il vero mostro è l’incertezza

La cosaÈ soprattutto nel finale che questa idea raggiunge la sua forma più compiuta. Dopo la distruzione della stazione, MacReady e Childs si ritrovano all’esterno, circondati dal ghiaccio e dalle rovine. Non hanno una certezza fondamentale: non sanno se l’altro sia umano.

La situazione è terribile proprio perché non esiste una soluzione rassicurante. Se entrambi sono umani, il freddo potrebbe comunque condannarli. Se uno dei due è la Cosa, l’organismo potrebbe sopravvivere alle condizioni estreme e attendere un’occasione futura. In entrambi i casi, la vittoria non coincide con una vera salvezza.

Il film sceglie così di lasciare aperta una domanda che continua ad alimentare discussioni: chi è la Cosa alla fine? Ma la forza della sequenza non dipende esclusivamente dalla possibilità di trovare una risposta. Il punto è che il film ha portato lo spettatore nella stessa posizione dei personaggi. Anche noi non possediamo abbastanza informazioni per sentirci completamente al sicuro.

È questa la differenza fondamentale rispetto a molti altri mostri dell’horror. Una creatura come lo Xenomorfo di Alien, per quanto terrificante, possiede una presenza riconoscibile. La Cosa invece può essere già accanto ai protagonisti senza che lo sappiano. Il suo corpo è soltanto una delle sue armi; la sua capacità più pericolosa è la possibilità di nascondere la propria identità.

Ed è proprio per questo che, a distanza di decenni, La Cosa continua a funzionare. La paura non deriva soltanto dalla trasformazione del corpo o dalla violenza delle sue creature, ma dalla distruzione di una delle condizioni fondamentali della vita in società: la possibilità di riconoscere l’altro e fidarsi di lui. Carpenter prende un’idea da fantascienza e la trasforma in un incubo profondamente umano.

In un film in cui nessuno può sapere con certezza chi abbia davanti, la paranoia diventa più pericolosa del mostro stesso. E quando i titoli di coda arrivano, la Cosa potrebbe anche essere morta. Quello che non scompare è il dubbio.

Chiara Guida
Chiara Guida
Laureata in Storia e Critica del Cinema alla Sapienza di Roma, è una gionalista e si occupa di critica cinematografica. Co-fondatrice e Direttore Responsabile di Cinefilos.it dal 2010. Dal 2017, data di pubblicazione del suo primo libro, è autrice di saggi critici sul cinema, attività che coniuga al lavoro al giornale.
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