L’ultimo imperatore è tratto da una storia vera? La vera storia di Pu Yi

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L’ultimo imperatore, diretto da Bernardo Bertolucci nel 1987, è uno dei più celebri film storici del cinema del Novecento. Al centro del racconto c’è Aisin-Gioro Puyi, l’ultimo imperatore della dinastia Qing, salito al trono quando era ancora un bambino e destinato ad attraversare alcune delle fasi più drammatiche della storia cinese del XX secolo. Dalla Città Proibita alla caduta dell’impero, dall’esperienza come sovrano fantoccio del Manciukuò alla prigionia e alla successiva vita da cittadino comune, la sua esistenza sembra già possedere la struttura di un grande romanzo storico.

Ma quanto c’è di vero nel film di Bertolucci? La risposta è netta: L’ultimo imperatore racconta una storia vera, perché Puyi è realmente esistito e gran parte degli eventi fondamentali rappresentati sullo schermo corrisponde alla sua biografia. Il film, tuttavia, non costituisce una ricostruzione documentaria: Bertolucci condensa alcuni episodi, modifica rapporti personali e costruisce una figura di Puyi più innocente e vittima delle circostanze rispetto a quella che emerge dalle fonti storiche. La vicenda reale è dunque ancora più complessa di quella raccontata dal film.

Puyi, l’ultimo imperatore della Cina: dall’infanzia nella Città Proibita alla caduta della dinastia Qing

Puyi nacque nel 1906 e nel 1908, quando aveva appena due anni, fu scelto come successore al trono della dinastia Qing. Entrò così nella Città Proibita, circondato da un mondo regolato da rituali, servitori ed eunuchi e completamente separato dalla vita del resto del Paese. Il film restituisce con grande efficacia questa contraddizione: il bambino possiede un potere apparentemente assoluto, ma è contemporaneamente prigioniero dell’ambiente nel quale è cresciuto. Nel 1912, dopo la rivoluzione Xinhai e la nascita della Repubblica di Cina, Puyi abdicò formalmente. Gli fu tuttavia consentito di mantenere il titolo imperiale e di continuare a vivere nella Città Proibita per alcuni anni.

Questa prima parte della sua vita è fondamentale per comprendere il personaggio storico. Puyi crebbe infatti senza una reale esperienza del mondo esterno e senza gli strumenti necessari per comprendere fino in fondo la trasformazione politica che stava travolgendo l’antico ordine imperiale. La sua condizione privilegiata aveva però anche un lato molto meno innocente di quello mostrato da Bertolucci: alcune testimonianze e ricostruzioni storiche descrivono un giovane imperatore capace di comportamenti estremamente crudeli nei confronti dei servitori della corte. Il film tende invece a privilegiare l’immagine di un bambino isolato e manipolato dagli adulti che lo circondano.

Nel 1924 Puyi fu definitivamente costretto a lasciare la Città Proibita e si trasferì a Tianjin, dove cercò di mantenere uno stile di vita aristocratico mentre coltivava l’idea di poter tornare un giorno sul trono. Fu proprio questa aspirazione a renderlo utile al Giappone. Nel corso degli anni Trenta venne infatti posto alla guida del Manciukuò, lo Stato fantoccio creato dall’Impero giapponese in Manciuria. Puyi assunse prima il titolo di capo dello Stato e poi quello di imperatore con il nome di Kangde, ma il suo potere effettivo era estremamente limitato: le decisioni fondamentali erano nelle mani delle autorità militari giapponesi.

È uno dei passaggi in cui la distanza tra cinema e storia diventa più evidente. L’ultimo imperatore presenta Puyi come un uomo sospeso tra ambizione personale, ingenuità e manipolazione politica. La realtà è più difficile da ricondurre a una posizione di semplice vittima: Puyi fu certamente un sovrano privo di un’autentica autonomia politica, ma collaborò con i giapponesi nella speranza di recuperare un ruolo imperiale. La sua responsabilità storica e il suo grado di consapevolezza sono quindi questioni più complesse di quanto suggerisca il film.

Dalla sconfitta del Giappone alla prigionia di Fushun: la sorprendente trasformazione dell’ex imperatore

L'ultimo imperatore film

La parabola di Puyi subì una nuova svolta nel 1945, quando la sconfitta del Giappone determinò anche la fine del Manciukuò. Puyi fu catturato dai sovietici e rimase in custodia dell’Unione Sovietica fino al 1950, quando venne consegnato alla Repubblica Popolare Cinese. Considerato un criminale di guerra per il suo ruolo nel Manciukuò, fu trasferito al Centro di gestione dei criminali di guerra di Fushun, dove rimase per quasi dieci anni. Qui cominciò la parte della sua esistenza che avrebbe trasformato definitivamente l’ex sovrano.

Il percorso di Fushun viene raccontato dal film come una progressiva presa di coscienza. L’uomo che era stato servito per tutta la vita deve imparare le attività quotidiane più elementari e confrontarsi con le proprie responsabilità. La sua cosiddetta “riabilitazione” fu però molto più dura e complessa di quanto la rappresentazione cinematografica lasci intendere. Puyi fu sottoposto a un intenso programma di rieducazione politica e ideologica, durante il quale dovette ricostruire la propria storia, riconoscere le proprie responsabilità e scrivere confessioni sui crimini commessi.

Da questa esperienza nacque anche From Emperor to Citizen, l’autobiografia sulla quale Bernardo Bertolucci costruì in larga misura il film. Il testo è una fonte fondamentale per la ricostruzione della vita di Puyi, ma deve essere letto tenendo conto delle circostanze nelle quali venne scritto: la versione del 1964 fu realizzata durante il periodo della rieducazione e sottoposta al clima politico della Cina maoista. Per questo la trasformazione dell’ex imperatore in cittadino modello non può essere interpretata semplicemente come una confessione privata e spontanea.

Nel 1959 arrivò comunque la svolta definitiva: Puyi fu graziato e tornò a Pechino come cittadino della Repubblica Popolare Cinese. La sua nuova esistenza fu sorprendentemente ordinaria. L’ex imperatore lavorò come giardiniere presso l’Orto botanico di Pechino e successivamente come ricercatore storico nell’ambito della Conferenza consultiva politica del popolo cinese. Nel 1962 sposò Li Shuxian, un’infermiera, con la quale trascorse gli ultimi anni della sua vita. Morì a Pechino il 17 ottobre 1967, a 61 anni, durante la Rivoluzione culturale.

La vera storia di Puyi è ancora più complessa del film: cosa cambia in L’ultimo imperatore e quale significato assume il finale

L'ultimo imperatore cast

 

Il principale merito di L’ultimo imperatore è quello di aver trasformato una biografia sterminata e politicamente complessa in un racconto cinematografico coerente, senza alterarne la traiettoria fondamentale. Puyi fu davvero imperatore bambino, perse il trono, visse nella Città Proibita, collaborò con il Giappone, fu prigioniero dei sovietici e dei comunisti cinesi e terminò la propria esistenza come un comune cittadino di Pechino. Anche la straordinaria sequenza della sua trasformazione attraverso Fushun deriva da una vicenda storica autentica.

Dove Bertolucci interviene maggiormente è nella costruzione psicologica del protagonista. Il Puyi cinematografico appare soprattutto come un uomo travolto dalla Storia, continuamente manipolato da forze politiche più grandi di lui. La biografia reale restituisce invece una figura più ambigua: capace di essere vittima delle circostanze, certo, ma anche di compiere scelte discutibili e di collaborare consapevolmente con il potere giapponese per riconquistare una posizione perduta. Anche il rapporto con Reginald Johnston, interpretato da Peter O’Toole, viene reso più centrale e quasi paterno rispetto alla realtà storica, nella quale Puyi ebbe numerosi tutori e consiglieri.

Lo stesso discorso vale per i rapporti sentimentali. Il film costruisce attorno a Wanrong una componente tragica e romantica molto forte, collegando il progressivo deterioramento della donna all’isolamento della vita imperiale, all’influenza giapponese e alla dipendenza dall’oppio. La storia reale fu più fredda e dolorosa: Puyi stesso descrisse nei suoi scritti una sostanziale assenza di interesse romantico verso le proprie mogli e consorti. Il matrimonio, dunque, diventa nel film uno strumento drammatico attraverso cui raccontare la dissoluzione di un mondo, più che una riproduzione fedele della vita privata dell’ex imperatore.

La conclusione della storia vera rende comunque il percorso di Puyi straordinariamente cinematografico anche senza bisogno di aggiunte. L’uomo nato per essere il “Figlio del Cielo” morì nel 1967 dopo aver attraversato la fine dell’impero, la nascita della repubblica, l’espansione giapponese, la Seconda guerra mondiale e l’affermazione della Cina comunista. L’ultimo imperatore parte quindi da una storia autentica, ma la interpreta attraverso il tema della trasformazione: da sovrano assoluto a prigioniero, da prigioniero a cittadino. È proprio qui che il film trova la sua forza: non nella perfetta fedeltà a ogni dettaglio, bensì nella capacità di utilizzare la vita reale di Puyi per raccontare il tramonto di un’epoca e il tentativo, controverso e doloroso, di un uomo di reinventare la propria identità dopo aver perso tutto ciò che aveva definito la sua esistenza.

Gianmaria Cataldo
Gianmaria Cataldo
Laureato con lode in Storia e Critica del Cinema alla Sapienza e iscritto all’Ordine dei Giornalisti del Lazio come giornalista pubblicista. Dal 2018 collabora con Cinefilos.it, assumendo nel 2023 il ruolo di Caporedattore. È autore di saggi critici sul cinema pubblicati dalla casa editrice Bakemono Lab.
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