Un bon petit soldat, recensione: Alba Rohrwacher è un soldatino perfetto nel mondo del lavoro – Venezia 83

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Con Un bon petit soldat, Stéphane Brizé porta in Concorso alla 83ª Mostra del Cinema di Venezia una storia di lavoro, ambizione e fragilità che trova in Alba Rohrwacher una protagonista sorprendente anche per la naturalezza con cui attraversa la lingua francese. L’attrice interpreta Carla, quarantatré anni, una manager di alto livello appena entrata come responsabile delle risorse umane in una grande azienda. È competente, instancabile, precisa, completamente assorbita dal proprio ruolo. Eppure dietro il completo elegante, la sicurezza professionale e la capacità di gestire ogni emergenza si nasconde una donna molto meno solida di quanto vorrebbe apparire.

La sua vita privata procede a fatica, compressa dentro gli spazi lasciati liberi dal lavoro. Carla è separata e ha un figlio che vede pochissimo, una presenza che il film restituisce soprattutto attraverso le videochiamate con cui la donna prova a mantenere un rapporto quotidiano. Anche quando è lontana da lui, però, Carla sembra incapace di staccarsi davvero dall’ufficio. La nuova posizione le chiede di occuparsi del benessere dei dipendenti mentre deve contemporaneamente garantire il raggiungimento degli obiettivi fissati dai vertici dell’azienda. Una contraddizione che diventa progressivamente insostenibile quando emerge un caso di gestione tossica. Da quel momento, Carla si trova davanti a una scelta che riguarda il lavoro, ma soprattutto il modo in cui ha costruito la propria identità.

La satira dell’ufficio diventa un ritratto amaro della condizione lavorativa contemporanea

Brizé osserva il mondo dell’azienda con uno sguardo apparentemente freddo, distante, lasciando che siano i comportamenti dei personaggi a produrre tanto il lato comico quanto quello più doloroso della storia. Riunioni, telefonate, discussioni, obiettivi da raggiungere, procedure e linguaggi aziendali compongono una macchina nella quale le persone sembrano continuamente costrette a dimostrare il proprio valore. L’umorismo nasce proprio da questa distanza: Carla e i suoi colleghi sono immersi in situazioni assurde, spesso riconoscibili, e il regista le osserva senza sottolineature inutili. Il tutto è scandito da un ritmo jazz che conferisce urgenza alla narrazione, fretta, incombenza.

La risata, però, arriva accompagnata da un retrogusto amaro. Dietro ogni riunione apparentemente ordinaria si percepisce la pressione di un sistema che misura il valore degli individui attraverso la produttività, la disponibilità e la capacità di resistere. Carla dovrebbe occuparsi delle persone, ascoltarle e proteggerle, mentre il suo stesso ruolo è determinato dalle necessità dell’azienda. È una posizione paradossale che Brizé sfrutta con intelligenza, trasformando la commedia del lavoro in una riflessione sull’alienazione. L’ufficio diventa così un piccolo teatro umano nel quale tutti recitano una parte, anche quando quella parte comincia a diventare insostenibile.

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Alba Rohrwacher e Vincent Lindon danno corpo alla commedia umana di Stéphane Brizé

Alba Rohrwacher trova in Carla un personaggio complesso, costruito attraverso piccoli gesti e soprattutto attraverso il contrasto tra ciò che mostra agli altri e ciò che trattiene. La sua interpretazione evita qualsiasi compiacimento drammatico: la fragilità emerge progressivamente, quasi contro la volontà stessa del personaggio. È particolarmente interessante vederla muoversi in francese con una naturalezza che permette di concentrarsi completamente sulla sua presenza scenica. Il risultato è una prova che conferma la versatilità dell’attrice e la sua capacità di abitare personaggi sospesi tra controllo e cedimento.

Accanto a lei c’è Vincent Lindon, presenza ideale per il cinema di Brizé e capace di dare peso anche ai momenti più quotidiani. Il loro confronto contribuisce a costruire quella tensione costante che attraversa il film: nessuno ha bisogno di alzare davvero la voce perché il conflitto è già incorporato nelle gerarchie, nelle responsabilità e nei rapporti professionali.

Brizé sceglie una regia che mantiene una certa distanza dai personaggi. Questa distanza impedisce al film di trasformarsi in un melodramma e lascia spazio all’ironia. Lo spettatore può sorridere davanti alle dinamiche dell’ufficio e, un attimo dopo, rendersi conto di quanto quella situazione sia profondamente inquietante. È una strategia coerente con il cinema del regista, interessato alle strutture sociali e alle conseguenze che producono sulle persone.

Un bon petit soldat mette in discussione l’idea stessa di successo

La parte più riuscita del film emerge quando la vicenda professionale di Carla entra definitivamente in collisione con quella privata. Il caso di gestione tossica che deve affrontare mette in crisi l’equilibrio che ha costruito con tanta fatica e la costringe a interrogarsi sul senso del proprio lavoro. La sua posizione dovrebbe consentirle di intervenire, ma la stessa struttura che le attribuisce responsabilità le impone dei limiti.

Un bon petit soldat funziona quando riesce a mantenere insieme satira e malinconia, osservazione sociale e ritratto individuale. Il mondo del lavoro diventa lo specchio di una società che pretende efficienza continua mentre lascia pochissimo spazio alla vulnerabilità. E Carla, con la sua ostinata volontà di essere all’altezza, finisce per rappresentare una generazione di lavoratori che ha imparato a confondere il proprio valore con la capacità di non fermarsi mai.

Il risultato è un film che fa sorridere con intelligenza e lascia addosso una sensazione più inquieta. Stéphane Brizé costruisce una commedia amara sulla servitù contemporanea, affidandosi a un’Alba Rohrwacher intensissima.

Un bon petit soldat
2.5

Sommario

Una commedia amara sul lavoro contemporaneo, dove l’ambizione diventa una forma di prigionia.

Chiara Guida
Chiara Guida
Laureata in Storia e Critica del Cinema alla Sapienza di Roma, è una gionalista e si occupa di critica cinematografica. Co-fondatrice e Direttore Responsabile di Cinefilos.it dal 2010. Dal 2017, data di pubblicazione del suo primo libro, è autrice di saggi critici sul cinema, attività che coniuga al lavoro al giornale.

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