Il Resident Evil del 2026 diretto da Zach Cregger sceglie di non adattare direttamente uno dei videogiochi Capcom, ma di raccontare una storia autonoma ambientata nello stesso universo e nello stesso periodo degli eventi di Resident Evil 2. Al centro non c’è un eroe addestrato come Leon Kennedy o Claire Redfield, bensì Bryan, un corriere medico interpretato da Austin Abrams che finisce a Raccoon City nel momento peggiore possibile. È proprio questa scelta a rendere il finale così efficace: Cregger costruisce l’intero film come un percorso di sopravvivenza dal punto di vista di una persona normale, per poi ribaltare completamente la prospettiva negli ultimi minuti.
La conclusione non funziona soltanto come shock visivo. È il momento in cui Resident Evil rivela davvero che tipo di storia ha raccontato: non l’origine di un nuovo sopravvissuto, ma quasi l’origine di una creatura che, in un altro film della saga, sarebbe semplicemente il mostro da abbattere. Bryan completa la missione, ma il suo successo arriva quando è ormai troppo tardi per lui. Ed è proprio questa ironia tragica a dare al finale un peso diverso rispetto alla classica escalation da survival horror.
Bryan riesce a consegnare il pacco, ma la missione si trasforma nella sua condanna
Dopo aver attraversato strade innevate, abitazioni infestate, tunnel, fogne, il centro distrutto di Raccoon City e infine l’ospedale, Bryan raggiunge finalmente il Raccoon City General Hospital. Il film ha costruito fino a quel momento il suo viaggio quasi come una successione di livelli videoludici: ogni nuova ambientazione aumenta il pericolo e lo costringe a imparare lentamente a sopravvivere. Quando arriva all’ospedale, però, Bryan è già stato infettato e comprende che il tempo a sua disposizione sta finendo.
Il pacco che trasporta non contiene semplicemente un organo, come inizialmente credeva. È invece un componente necessario agli scienziati per completare un trattamento capace potenzialmente di contrastare o invertire l’infezione. Bryan capisce quindi che quella consegna potrebbe salvare non soltanto altre persone, ma anche lui stesso. Il problema è che l’infezione nel suo organismo è ormai troppo avanzata.
Nel tratto finale Bryan attraversa il reparto maternità e raggiunge la zona del laboratorio, mentre una gigantesca creatura biologica continua a inseguirlo. Utilizzando l’ultimo proiettile rimasto, riesce a liberare una porta bloccata e a far precipitare un gruppo di infetti contro il mostro, guadagnando il tempo necessario per raggiungere gli scienziati. La sua missione, tecnicamente, è quindi completata: il materiale arriva a destinazione e il trattamento può essere sintetizzato.
Ma è qui che Cregger capovolge il meccanismo classico del videogioco. Normalmente, dopo aver superato l’ultimo livello, il protagonista riceve la ricompensa. Bryan invece arriva alla fine soltanto per scoprire che non può più essere salvato.
La trasformazione di Bryan cambia completamente il significato del finale di Resident Evil
L’infezione esplode proprio nel laboratorio. Bryan perde definitivamente il controllo del proprio corpo e si trasforma in una gigantesca creatura biologica, uccidendo gli scienziati che avrebbero potuto salvarlo. Anche l’antidoto appena completato viene perso, precipitando dall’edificio, mentre Bryan emerge ormai completamente trasformato e si ritrova circondato dalle forze militari.
È una conclusione particolarmente crudele perché il film ha passato quasi tutto il tempo a costruire empatia nei confronti di Bryan. Non è competente, non è particolarmente coraggioso e spesso reagisce agli eventi nel modo più umano possibile: con paura, incredulità e tentativi di negare ciò che sta succedendo. Cregger ha dichiaratamente costruito il personaggio come una persona comune gettata dentro una situazione che appartiene normalmente a eroi abituati all’orrore.
Quando Bryan diventa il mostro, quindi, il pubblico non vede semplicemente una nuova Bio-Organic Weapon. Conosce l’uomo che esisteva prima di quella massa deformata. È questo il vero ribaltamento del film: per la prima volta osserviamo quasi l’intero percorso di una creatura di Resident Evil dal suo punto di vista, prima ancora che diventi qualcosa che un protagonista tradizionale dovrebbe affrontare.
La sua forma finale è stata accostata da diverse analisi a Nyx, la creatura biomassa apparsa in Resident Evil Outbreak File #2. Il film non la identifica esplicitamente con quel nome, quindi è più corretto parlare di un richiamo visivo e concettuale piuttosto che di una conferma canonica.
Il finale riprende lo spirito dei videogiochi senza adattarne direttamente la storia
La scelta di Bryan permette a Cregger di recuperare l’essenza del survival horror senza essere costretto a ricostruire fedelmente una trama già conosciuta. Il film si svolge parallelamente agli eventi di Resident Evil 2: mentre Bryan cerca di raggiungere l’ospedale, Leon S. Kennedy e Claire Redfield stanno affrontando altrove la stessa catastrofe di Raccoon City.
Questa collocazione è fondamentale perché permette al film di esistere accanto ai videogiochi invece di sostituirli. Bryan è uno dei tantissimi individui rimasti intrappolati nell’epidemia, e la sua storia rende visibile qualcosa che i giochi spesso lasciano sullo sfondo: per ogni Leon o Claire che riesce a sopravvivere, esistono centinaia di persone che hanno attraversato un incubo simile senza uscirne vive o umane.
È anche il motivo per cui il viaggio assume una struttura così apertamente videoludica. Il protagonista passa da un’area all’altra, trova ostacoli, raccoglie strumenti, affronta creature e raggiunge progressivamente luoghi sempre più pericolosi. Ma Cregger utilizza quella grammatica per costruire una tragedia: Bryan sembra lentamente diventare il protagonista di un videogioco proprio nel momento in cui il suo destino lo trasforma nel suo possibile boss finale.
Resident Evil prepara davvero un sequel dopo la trasformazione di Bryan?
Il film lascia chiaramente spazio a un seguito, ma non contiene una scena post-credit e non annuncia direttamente un secondo capitolo. Cregger ha comunque lasciato aperta la possibilità di continuare questo universo se il film dovesse avere successo.
La conclusione offre almeno due possibili direzioni. La prima riguarda Bryan stesso: il protagonista è ancora vivo nella sua nuova forma e il confronto con le forze militari potrebbe non rappresentare necessariamente la fine della sua storia. La seconda è molto più ampia e riguarda il collegamento con gli eventi canonici di Raccoon City.
Sapere che Leon e Claire stanno affrontando contemporaneamente l’epidemia significa che eventuali sequel potrebbero continuare a raccontare storie parallele ai videogiochi, mostrando nuovi personaggi e nuove zone della città senza dover trasformare il franchise cinematografico in un adattamento scena per scena.
Ed è probabilmente questa la soluzione più interessante. Il finale di Resident Evil non chiede necessariamente di rivedere Bryan come protagonista: dimostra soprattutto che l’universo dei videogiochi può essere utilizzato come spazio narrativo nel quale raccontare nuove tragedie. Bryan entra nella storia come un uomo qualsiasi e ne esce trasformato letteralmente in uno dei mostri di quel mondo. È un finale amaro, ma anche perfettamente coerente con l’idea più crudele di Resident Evil: a Raccoon City sopravvivere non significa necessariamente salvarsi.

