
Mai come quest’anno la categoria del migliore attore non protagonista agli Academy Awards è stata tanto combattuta e contesa. Solo cinque i posti a disposizione e molti gli interpreti rimasti a bocca asciutta: da Benicio Del Toro, nominato ai Bafta (gli Oscar inglesi) per Sicario di Denis Villeneuve a Michael Shannon (menzione ai Golden Globe e ai Sag, i riconoscimenti assegnati dal sindacato degli attori) per l’indie 99 Homes di Ramin Bahrani; dalla rivelazione di Room Jacob Tremblay che, a 9 anni, ha già conquistato gli onori di pubblico e critica, a Idris Elba per Beasts of No Nation di Cary Fukunaga, la cui assenza in cinquina dopo le candidature a Bafta e Sag ha contribuito a infiammare la polemica degli attori e registi black di Hollywood contro le scelte “SoWhite” dell’Academy.
A contendersi la statuetta il prossimo 28 febbraio saranno, comunque, tre attori tra i più amati e apprezzati del panorama attuale, un’icona del cinema americano e un attore di razza fino a oggi conosciuto soprattutto per il suo lavoro sui palcoscenici teatrali. Cinque performance molto diverse tra loro, sospese tra ragione e sentimento, ossia tra tecnica e cuore, fisicità e intensità espressiva.


Nella cinquina, Christian Bale è l’unico ad aver
potuto già collocare il suo Oscar – come migliore attore non
protagonista per The Fighter di
David O.Russell – in salotto (o magari in bagno
come Kate Winslet), ma il suo film
La grande scommessa di
Adam McKay è uno dei favoriti alla vittoria finale
e la doppietta non può essere esclusa. La ricca e variegata
carriera dell’attore britannico si arricchisce del ritratto di
Michael Burry, ex neurologo con un occhio di vetro convertito alla
finanza che, nel 2005, riuscì a prevedere prima di chiunque altro
il grande crollo del mercato dei mutui residenziali statunitensi.
Per nulla intimorito dall’idea di interpretare un personaggio
reale, nonché vivo e vegeto, Bale delinea con la consueta intensità
e perizia una mente geniale, ma schiva e introversa, affetta dalla
sindrome di Asperger e appassionata di heavy metal (imparando a
suonare la batteria grazie a un corso accelerato). Il mai
dimenticato Batman di Christopher Nolan trasmette
tutta l’ossessiva caparbietà di Burry, senza dimenticare il segno
che l’aver previsto, e in qualche modo cavalcato, la crisi
economica ha lasciato in lui.
Il 2015 è stato l’anno di
Tom
Hardy. Protagonista di
Legend (in Italia ad aprile),
Mad Max Fury
Road e al fianco di Leo DiCaprio in
Revenant – Redivivo – 22 le nomination
collezionate dai due titoli – la candidatura agli Oscar giunge a
coronamento di un anno importante per l’attore britannico,
diventato anche padre per la seconda volta. Chiamato da DiCaprio
stesso (probabilmente a sostituire Sean Penn), per incarnare John
Fitzgerald, il mercenario che seppellisce vivo un Hugh Glass in fin
di vita innescando la vendetta dell’esploratore, Tom
Hardy abbraccia il personaggio evitando la
monodimensionalità di un villan convenzionale. Attraverso il suo
modo di parlare (sforzo che chiaramente si perde nel doppiaggio
italiano), il suo sguardo e la sua prorompente fisicità, Hardy
conferisce profonda complessità a Fitzgerald, restituendo le
ragioni e le paure di un uomo privo di scrupoli, segnato dalla vita
ma deciso a piegarla ai suoi bisogni.

Sylvester Stallone è l’unico dei candidati il cui film non è tra i nominati a miglior film (in questo caso La grande scommessa, Revenant – Redivivo, Il caso Spotlight e Il ponte delle spie), ma ha dalla sua la storia più forte, perché più radicata nell’immaginario collettivo. A quarant’anni dal primo Rocky, con cui ottenne due nomination come interprete e sceneggiatore del film, Stallone torna nuovamente nei panni di Rocky Balboa, senza sferrare pugni ma trasmettendo il proprio bagaglio di esperienze ed emozioni al giovane Adonis Creed in Creed – Nato per combattere di Ryan Coogler, che è riuscito a dare nuova linfa vitale all’appannato mito cinematografico di Rocky. Con una performance malinconica e intrisa di dignità, Stallone convince nel suo ruolo di coach-mentore del figlio dell’amico e rivale Apollo Creed, chiamato questa volta ad affrontare un nemico ancora più temibile. Premiato dal National Board of Review, la stampa lo ha lanciato prima con il Golden Globe, poi con il Critics’ Choice. Escluso da Sag e Bafta, l’attore può comunque essere considerato il favorito della competizione.
L’influenza della mitologia di Rocky Balboa e il rilancio di Sylvester Stallone, protagonista di una carriera caratterizzata da picchi e tonfi clamorosi, potrebbero fare la differenza. La volontà dell’Academy di premiare Il caso Spotlight o La grande scommessa con le statuette che contano (tra cui si annoverano film, regia, sceneggiatura, montaggio, interpreti) potrebbe però far spostare l’ago della bilancia verso Mark Ruffalo o Christian Bale. Un verdetto che non andrebbe comunque a inficiare la potenza delle performance di Mark Rylance e di Tom Hardy, entrambi alla prima nomination. E, quasi certamente, non ultima.
