The Mauritanian è tratto da una storia vera? La vicenda di Mohamedou Ould Slahi

-

The Mauritanian (leggi qui la nostra recensione), diretto nel 2021 da Kevin Macdonald e interpretato da Tahar Rahim, Jodie Foster, Benedict Cumberbatch e Shailene Woodley, racconta una delle vicende più controverse legate al carcere militare statunitense di Guantánamo Bay. Al centro del film c’è Mohamedou Ould Slahi, cittadino mauritano arrestato dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 e trasferito a Guantánamo, dove rimase detenuto per oltre quattordici anni senza essere mai formalmente incriminato. La storia attraversa quindi il clima della cosiddetta guerra al terrorismo, le pratiche di interrogatorio adottate dagli Stati Uniti e la lunga battaglia giudiziaria per ottenere la sua liberazione.

LEGGI ANCHE: The Mauritanian: la spiegazione del finale del film

La risposta alla domanda se The Mauritanian sia tratto da una storia vera è dunque inequivocabile: sì. Il film è basato sul memoir Guantánamo Diary, scritto dallo stesso Slahi mentre era ancora detenuto e pubblicato nel 2015 dopo una lunga procedura di revisione e censura da parte del governo statunitense. La pellicola prende però alcune libertà nella costruzione dei personaggi e nella condensazione degli eventi, trasformando una vicenda giuridica durata quindici anni in un racconto cinematografico più compatto. Per comprendere davvero il film occorre quindi partire dalla storia di Slahi, distinguendo i fatti documentati dalle esigenze della drammatizzazione.

La vera storia di Mohamedou Ould Slahi: dall’esperienza in Afghanistan alla detenzione a Guantánamo

La storia di Mohamedou Ould Slahi comincia molto prima di Guantánamo. Originario della Mauritania, negli anni Novanta si trovava in Germania grazie a una borsa di studio quando decise di recarsi in Afghanistan per unirsi alla lotta dei mujahideen contro il governo comunista di Mohammad Najibullah. Durante questo periodo frequentò un campo di addestramento legato ad al-Qaeda e nel 1991 prestò giuramento all’organizzazione. Tornò poi in Germania e successivamente in Afghanistan nel 1992, prima di interrompere i suoi rapporti con quell’ambiente secondo la sua ricostruzione. Sono proprio questi legami giovanili a diventare, anni dopo, il punto di partenza dei sospetti delle autorità americane.

Dopo l’11 settembre 2001, l’intelligence statunitense iniziò a considerare Slahi una possibile figura collegata alla rete di al-Qaeda. A pesare furono anche alcune sue relazioni personali: era cugino ed ex cognato di Mahfouz Ould al-Walid, noto come Abu Hafs al-Mauritania e in passato vicino alla leadership di al-Qaeda. Inoltre, Slahi aveva avuto contatti con uomini successivamente associati alla cosiddetta cellula di Amburgo. La sua presenza nella stessa moschea frequentata a Montréal da Ahmed Ressam, arrestato mentre trasportava esplosivi nell’ambito del fallito complotto del Millennio, contribuì ulteriormente ai sospetti, pur senza dimostrare che i due uomini avessero una relazione operativa.

Nel novembre 2001 Slahi venne arrestato in Mauritania. Dopo essere passato attraverso diversi luoghi di detenzione, tra cui la Giordania e la base di Bagram in Afghanistan, fu trasferito a Guantánamo nell’agosto 2002. Qui iniziò una detenzione destinata a durare più di quattordici anni. La questione fondamentale è che, nonostante i sospetti e le informazioni raccolte dalle autorità, non venne mai formalmente incriminato per un reato. Nel corso degli interrogatori fornì confessioni che in seguito descrisse come ottenute attraverso la tortura.

Le tecniche utilizzate contro di lui comprendevano isolamento, privazione del sonno, umiliazioni sessuali, minacce e altre forme di trattamento coercitivo. La stessa vicenda processuale avrebbe poi reso centrale la questione dell’affidabilità delle informazioni ottenute in questo modo. Nel 2004 il procuratore militare Stuart Couch, inizialmente incaricato di sostenere il caso contro Slahi, decise di ritirarsi dopo aver esaminato la documentazione relativa agli interrogatori e aver concluso che le confessioni erano compromesse dalle modalità con cui erano state ottenute.

La battaglia legale di Nancy Hollander e la lunga attesa dopo la sentenza che ordinò la liberazione

The Mauritanian recensione film

Nel 2005 entrò nella vicenda l’avvocata Nancy Hollander, affiancata da Teri Duncan, che iniziò a lavorare per ottenere la liberazione del detenuto. È anche il momento in cui Slahi cominciò a mettere per iscritto la propria esperienza. Il risultato fu Guantánamo Diary, un testo nato durante la prigionia e sottoposto a una lunghissima revisione governativa prima della pubblicazione. Il libro raccontava dall’interno gli interrogatori, la detenzione e il rapporto con gli uomini che lo sorvegliavano, diventando una delle principali fonti utilizzate dal film.

La svolta arrivò nel 2010. Il giudice federale James Robertson, esaminando il ricorso presentato da Slahi, concluse che il governo non aveva dimostrato che l’uomo fosse parte di al-Qaeda al momento della cattura. La decisione riconobbe che Slahi aveva avuto rapporti con membri dell’organizzazione e aveva fornito un certo sostegno in passato, ma ritenne insufficienti gli elementi presentati per giustificare la sua detenzione come membro dell’organizzazione. Il tribunale concesse quindi l’habeas corpus e ordinò la sua liberazione.

La sentenza, tuttavia, non significò la sua immediata uscita da Guantánamo. Il governo presentò appello e la questione rimase irrisolta per anni. È uno dei punti in cui The Mauritanian deve necessariamente comprimere una vicenda giudiziaria estremamente complessa: nel film la vittoria legale assume una funzione drammatica precisa, mentre nella realtà l’ordine favorevole a Slahi non fu sufficiente a restituirgli immediatamente la libertà. Come ha ricostruito PBS, dopo la decisione del 2010 egli rimase detenuto per altri sei anni.

Nel luglio 2016 il Periodic Review Board statunitense stabilì infine che la sua detenzione continuativa non fosse più necessaria per proteggere la sicurezza degli Stati Uniti. Il 17 ottobre dello stesso anno Mohamedou Ould Slahi venne trasferito in Mauritania, dopo oltre quattordici anni di detenzione. Il Dipartimento della Difesa americano confermò ufficialmente il trasferimento e precisò che la decisione era arrivata dopo la valutazione del suo caso da parte del comitato interagenzia.

La vera storia dietro The Mauritanian e il significato della vicenda di Slahi

Il rapporto tra film e realtà è particolarmente interessante perché The Mauritanian non racconta una vicenda semplicemente divisa tra innocenza assoluta e colpevolezza dimostrata. La documentazione giudiziaria mostra infatti che Slahi aveva avuto rapporti reali con l’ambiente jihadista negli anni Novanta, aveva frequentato un campo di addestramento di al-Qaeda e aveva avuto contatti con persone successivamente coinvolte nelle indagini sul terrorismo. Allo stesso tempo, il tribunale federale stabilì nel 2010 che le prove presentate dal governo non bastavano a dimostrare che egli fosse, al momento della cattura, un membro di al-Qaeda tale da giustificarne la detenzione.

Questa distinzione è fondamentale anche per capire la natura della battaglia di Nancy Hollander. Il punto centrale della sua difesa non era semplicemente raccontare la vita di un uomo innocente secondo una formula cinematografica, ma contestare la possibilità di mantenere indefinitamente una persona in detenzione sulla base di informazioni che non potevano essere utilizzate in modo affidabile. La posizione di Stuart Couch assume un peso analogo: il procuratore non decise semplicemente di “passare dalla parte” di Slahi, ma rifiutò di portare avanti un procedimento fondato su prove che riteneva compromesse dalla tortura.

Il film modifica comunque alcuni elementi. Neil Buckland, interpretato da Zachary Levi, non corrisponde a una persona realmente esistita: il personaggio è una figura composita, pensata per rappresentare la paura e la reazione dell’America dopo l’11 settembre. Anche Nancy Hollander viene reinterpretata cinematograficamente: Jodie Foster ha spiegato di aver scelto deliberatamente di non imitare la persona reale, costruendo una versione più brusca del personaggio. Al contrario, Slahi collaborò direttamente alla realizzazione del film e aiutò Tahar Rahim a comprendere la propria esperienza, i modi di parlare e il senso dell’umorismo.

La conclusione reale della storia è quindi meno spettacolare di quella di un thriller giudiziario, ma proprio per questo più significativa. Dopo essere stato finalmente liberato nel 2016, Slahi ha continuato a parlare della propria esperienza e ha mantenuto una posizione sorprendentemente orientata al perdono nei confronti di coloro che lo avevano detenuto e interrogato. Anche il suo rapporto con l’ex guardia Steve Wood, sviluppatosi durante la prigionia, proseguì dopo la liberazione.

The Mauritanian trova così il proprio significato più profondo nella distanza tra sospetto, prova e verità giudiziaria. La storia vera di Mohamedou Ould Slahi non dimostra che ogni sospetto nei suoi confronti fosse inventato: documenta piuttosto quanto sia decisivo distinguere tra rapporti personali, appartenenza a un’organizzazione, informazioni di intelligence e prove sufficienti per privare qualcuno della libertà. È questa zona complessa, più ancora della costruzione del thriller, a dare al film il suo peso: la vicenda di un uomo detenuto per oltre quattordici anni senza essere incriminato diventa una riflessione concreta sul rapporto tra sicurezza, tortura, giustizia e stato di diritto.

Gianmaria Cataldo
Gianmaria Cataldo
Laureato con lode in Storia e Critica del Cinema alla Sapienza e iscritto all’Ordine dei Giornalisti del Lazio come giornalista pubblicista. Dal 2018 collabora con Cinefilos.it, assumendo nel 2023 il ruolo di Caporedattore. È autore di saggi critici sul cinema pubblicati dalla casa editrice Bakemono Lab.
- Pubblicità -

ALTRE STORIE

- Pubblicità -