Voyagers: la spiegazione del finale del film

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Voyagers è un film di fantascienza del 2021 diretto da Neil Burger, costruito attorno a una delle idee più classiche del genere: una nave generazionale trasporta nello spazio un gruppo di esseri umani destinati a raggiungere, dopo decenni, un nuovo pianeta abitabile. A rendere particolare il viaggio, però, è l’età dei protagonisti. I trenta ragazzi crescono lontani dalla Terra, senza aver mai conosciuto la società che dovrebbero salvare, mentre gli adulti hanno progettato per loro ogni aspetto dell’esistenza, compresi i rapporti affettivi e la riproduzione.

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Il riferimento più evidente è Il signore delle mosche di William Golding: come nel romanzo, un gruppo di giovani viene progressivamente privato delle strutture che ne regolano il comportamento e deve confrontarsi con il potere, la paura e la violenza. In Voyagers, tuttavia, l’isola deserta è sostituita da una nave lanciata nel vuoto cosmico. Il finale sposta allora il significato dell’intera storia: la vera domanda non è se questi ragazzi riusciranno a sopravvivere al viaggio, ma se l’umanità saprà superare la propria tendenza all’autodistruzione.

Il viaggio della Humanitas trasforma un esperimento scientifico in una prova sulla natura umana

L’idea della Humanitas appartiene alla tradizione della fantascienza che immagina il viaggio interstellare come un problema generazionale. La distanza è talmente grande che nessuno degli esseri umani partiti dalla Terra può arrivare personalmente alla destinazione: saranno i figli, i nipoti e le generazioni successive a vedere il nuovo mondo. Neil Burger utilizza questo dispositivo per trasformare lo spazio in una sorta di laboratorio sociale.

I giovani protagonisti sono stati selezionati attraverso procedure scientifiche e cresciuti artificialmente affinché possiedano le caratteristiche necessarie alla missione. Il loro isolamento dovrebbe renderli più adatti alla vita sulla nave, mentre il controllo chimico delle pulsioni sessuali dovrebbe impedire che emozioni e desideri compromettano l’obiettivo collettivo.

È qui che il film introduce la propria frattura fondamentale. Richard, interpretato da Colin Farrell, crede di poter garantire la sopravvivenza dell’umanità attraverso il controllo dell’individuo. Christopher, Tye Sheridan, e Zac, Fionn Whitehead, scoprono però che nel cibo viene inserita una sostanza destinata a mantenere tutti docili e privi di desiderio sessuale.

Quando smettono di assumere il farmaco, l’equilibrio della nave si rompe. Il problema, però, non è semplicemente che gli adolescenti diventano più impulsivi: emerge la contraddizione centrale dell’esperimento. Per creare una società capace di arrivare al futuro, gli adulti hanno cercato di eliminare proprio quelle componenti emotive che rendono possibile una società.

Voyagers

Il finale di Voyagers spiegato: Zac viene sconfitto e Sela prende il comando della Humanitas

La morte di Richard segna il punto di non ritorno. Dopo il suo decesso, Christopher viene scelto come nuovo capo, provocando la reazione di Zac, che trasforma la paura in uno strumento politico. Racconta agli altri che Richard è stato ucciso da un alieno e si presenta come l’unico individuo capace di proteggerli.

La menzogna funziona perché Zac comprende qualcosa che gli altri sottovalutano: in una comunità privata delle proprie certezze, la paura può diventare una forma di potere. Il gruppo comincia così a disgregarsi e la presunta minaccia extraterrestre diventa una giustificazione per la violenza.

Christopher e Sela, interpretata da Lily-Rose Depp, riescono però a recuperare una registrazione che rivela la verità sulla morte di Richard. Zac è responsabile dell’accaduto e ha contribuito al successivo danneggiamento della nave. Quando la verità viene mostrata agli altri, Zac tenta ancora di manipolarli sostenendo che l’alieno si nasconda tra loro.

La situazione precipita fino all’omicidio di uno dei membri dell’equipaggio. Dopo ulteriori scontri, Zac rimane isolato. Sela e Christopher riescono infine a espellerlo nello spazio, mentre il resto dell’equipaggio abbandona progressivamente la logica della guerra interna.

È proprio qui che il film evita il finale più semplice. Christopher non diventa il nuovo leader assoluto. Anche lui rinuncia al potere e Sela viene scelta come nuova comandante. La decisione è significativa perché il nuovo ordine della Humanitas nasce da un compromesso: il comando viene affidato a una figura capace di mediare, mentre tutti accettano di smettere di assumere il farmaco che sopprime le loro emozioni.

Tye Sheridan e Lily-Rose Depp in Voyagers

Desiderio, paura e potere: il vero conflitto di Voyagers è il tentativo di controllare l’essere umano

Il farmaco rappresenta il cuore simbolico del film. Gli adulti hanno cercato di eliminare desiderio, aggressività e instabilità per rendere l’equipaggio funzionale alla missione. La violenza che esplode dopo la sospensione della sostanza sembra inizialmente dimostrare che il loro ragionamento fosse corretto.

La lettura più interessante, però, porta nella direzione opposta. Il problema non è l’esistenza delle emozioni, bensì l’incapacità di gestirle. Zac rappresenta la possibilità che paura e desiderio di dominio prendano il sopravvento; Christopher rappresenta invece la possibilità di trasformare il conflitto attraverso una scelta condivisa. Sela diventa il punto d’incontro tra queste due posizioni.

Per questo il film costruisce un parallelo con Il signore delle mosche, pur modificandone la conclusione. La regressione verso la violenza è reale, ma non viene presentata come un destino inevitabile. L’essere umano possiede una componente distruttiva, tuttavia possiede anche la capacità di riconoscere il fallimento di quella strada e costruire nuove regole.

La nave diventa così una metafora della società. Quando le strutture esterne vengono meno, emergono ambizione, paura e aggressività; quando il potere viene concentrato nelle mani di un singolo, la comunità rischia di trasformarsi in una massa manipolabile. La soluzione individuata da Christopher e Sela è invece politica prima ancora che scientifica: imparare a convivere con ciò che non può essere eliminato.

Tye Sheridan nel film Voyagers

Il vero significato del finale di Voyagers è nella scelta di affidare il futuro alla riconciliazione

Il salto temporale conclusivo modifica completamente la prospettiva. Dopo altri decenni, la Humanitas raggiunge finalmente il pianeta individuato dagli scienziati. I ragazzi che abbiamo seguito sono ormai parte di una storia molto più lunga: hanno avuto figli, e quei figli ne hanno avuti altri. La missione ha funzionato.

Ma il risultato più importante non è l’arrivo sul nuovo pianeta. È il modo in cui ci sono arrivati. Il progetto originale prevedeva una riproduzione rigidamente programmata attraverso la fecondazione artificiale e il controllo farmacologico. Dopo la crisi, invece, l’equipaggio sceglie di vivere, innamorarsi e avere figli naturalmente.

Il finale suggerisce quindi che il futuro dell’umanità non può essere costruito attraverso una perfetta eliminazione dell’imprevedibilità. La generazione partita dalla Terra deve accettare che emozioni, desiderio, conflitto e libertà facciano parte della condizione umana. Il compito non è cancellarli, bensì imparare a governarli senza trasformarli in strumenti di dominio.

In questa prospettiva, Voyagers diventa anche una riflessione sul presente. La nave è una piccola Terra isolata nello spazio e la sua crisi riproduce, in forma estrema, dinamiche che appartengono alla storia umana: lotte per il potere, manipolazione della paura, violenza, ricerca di un nemico e tentativi di controllo sociale.

Eppure il film sceglie un finale sorprendentemente ottimista. La specie sopravvive perché, dopo aver rischiato di distruggersi, impara a convivere. Christopher e Zac rinunciano alla lotta per il comando, Sela assume la leadership e la comunità accetta di costruire un equilibrio nuovo. Quando finalmente il pianeta appare all’orizzonte, quella destinazione è quindi qualcosa di più di una nuova casa.

È la dimostrazione che l’umanità può arrivare al futuro soltanto quando smette di pensare alla sopravvivenza come a una conquista individuale. La Humanitas attraversa il buio dello spazio perché i suoi abitanti imparano, attraverso gli errori, che il vero antidoto all’autodistruzione non è il controllo assoluto dell’uomo sull’uomo, bensì la capacità di riconciliarsi.

Gianmaria Cataldo
Gianmaria Cataldo
Laureato con lode in Storia e Critica del Cinema alla Sapienza e iscritto all’Ordine dei Giornalisti del Lazio come giornalista pubblicista. Dal 2018 collabora con Cinefilos.it, assumendo nel 2023 il ruolo di Caporedattore. È autore di saggi critici sul cinema pubblicati dalla casa editrice Bakemono Lab.
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