Andrea Corsini racconta il suo esordio: «Con Ferine volevo esplorare il cannibalismo in un contesto realistico»

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Dopo un lungo percorso di sviluppo e una vita festivaliera che gli ha già regalato importanti riconoscimenti, Ferine di Andrea Corsini si prepara ad arrivare nelle sale italiane, dal 5 novembre con Adler Entertainment. Un progetto nato da un’idea sviluppata nel corso di diversi anni, che attraversa i confini dell’horror e del thriller per indagare il rapporto tra razionalità e istinto, mettendo al centro una protagonista costretta a confrontarsi con la propria natura più profonda.

Al centro della storia c’è Irene, un personaggio attraverso il quale il regista esplora il cannibalismo al di fuori dei contesti più convenzionali del cinema di genere, legandolo a una reazione psicologica a un trauma e all’emergere di un istinto di sopravvivenza. Abbiamo raggiunto Andrea Corsini telefonicamente, e in questa intervista il regista esordiente ha ripercorso la lunga genesi del film, le sue ispirazioni cinematografiche e visive, la scelta delle location e il significato dei riconoscimenti ottenuti nei festival internazionali.

La genesi di Ferine

Dopo un percorso di sviluppo piuttosto lungo, il film è finalmente vicino all’uscita italiana. Come vivi questo momento?

È un momento bello, ma soprattutto di grande curiosità. Abbiamo terminato le riprese alla fine del 2024 e, dopo tutto il tempo trascorso, l’arrivo in sala rappresenta quasi una liberazione. Un film comincia davvero a esistere quando si allontana dal suo autore e incontra il pubblico. Per me è proprio questo il momento in cui il progetto prende una vita propria.

Il film nasce anche da un cortometraggio che ne anticipava alcuni elementi. Qual era l’idea iniziale e che cosa volevi esplorare attraverso questa storia?

Dire che il film nasce dal cortometraggio è tecnicamente una mezza verità. In realtà avevo già una prima versione della sceneggiatura nel 2017. Partecipavo a un programma di sviluppo del Milano Film Network e avevo iniziato a presentare il progetto ai produttori, ma, nonostante alcuni attestati di stima, non riuscì a trovare una strada concreta.

L’operazione è stata in un certo senso inversa: non ho cercato di condensare nel cortometraggio la struttura narrativa del lungometraggio, che sarebbe stato impossibile, ma di portare sullo schermo il suo immaginario e il tipo di regia che avevo in mente. I due progetti hanno dialogato tra loro e il corto, dopo la presentazione a Venezia e il passaggio in diversi festival, ha contribuito a riaccendere l’interesse di alcuni produttori. Nel 2020 ho firmato con quelli che avrebbero poi seguito lo sviluppo del film.

Alla base del film c’erano soprattutto due idee. La prima era esplorare il cannibalismo nel cinema di genere, allontanandomi dai contesti esotici e tribali in cui viene spesso rappresentato, oppure dalle storie incentrate su serial killer e ossessioni. Volevo raccontarlo in un contesto reale, attraverso un personaggio che arrivasse a questa trasformazione come reazione psicologica a un trauma molto forte, capace di risvegliare la sua parte animale.

Il cannibalismo all’interno di un contesto realistico

Perché era importante collocare una storia di questo tipo in un ambiente realistico, anziché ricorrere agli scenari più tradizionali dell’horror cannibalico?

Era fondamentale. Il film può essere considerato un horror, perché ne contiene gli elementi, ma si muove continuamente in un territorio di confine. Dal punto di vista della scrittura, infatti, ci sono personaggi che sembrano appartenere a film completamente diversi. Rosa, per esempio, vive una storia che fino al terzo atto è sostanzialmente un family drama.

Mi interessava proprio questa contraddizione: osservare come il genere potesse irrompere nella realtà e trasformarla. Per riuscirci dovevo costruire una struttura in cui i personaggi, pur avendo funzioni narrative abbastanza definite, reagissero a ciò che accade in modo credibile, cercando di prendere decisioni razionali anche quando si trovano davanti a qualcosa che non riescono a comprendere.

Lo stesso percorso di Irene consiste inizialmente nel cercare di capire che cosa le stia succedendo e, successivamente, nell’accettare la propria nuova natura. Questo è il tema fondamentale del film.

La protagonista Irene è una donna che deve confrontarsi con una componente istintiva e bestiale, spesso associata nell’immaginario cinematografico alla figura maschile. Perché hai scelto di affidare a un personaggio femminile questo percorso?

L’animalità, a mio avviso, appartiene al genere umano in modo universale. Nel momento in cui ho iniziato a sviluppare il film, prima ancora di definire il personaggio di Irene, avevo già l’intenzione di mettere in discussione l’equilibrio tra raziocinio e istinto.

L’idea di Irene è nata anche da un’esperienza personale. Una sera, a Roma, mentre tornavo a casa, sono stato avvicinato da una ragazza giovanissima, una persona senza fissa dimora, che aveva in braccio un bambino di pochi mesi. Mi ha chiesto del cibo in modo molto aggressivo e credo fosse spaventata tanto quanto me. Io, istintivamente, mi sono allontanato, pensando anche che potesse trattarsi di un inganno.

Poco dopo, uscendo dalla metropolitana, ho visto il manifesto di un documentario con l’immagine di una leonessa e dei suoi cuccioli sporchi di sangue. In quel momento stavo cercando di capire quale personaggio potesse incarnare meglio il tema dell’animalità e mi ha colpito il parallelismo tra l’istinto di sopravvivenza e quello materno, legato alla protezione dei propri figli. Ho trovato in questa relazione un punto di partenza interessante per costruire Irene.

Il genere che dialoga con la forma, anche nell’ambientazione

Il film attraversa diversi generi e si nutre di riferimenti differenti. Qual è il tuo rapporto con il cinema di genere e quali autori ti hanno accompagnato nella realizzazione del progetto?

Mi sono appassionato al cinema fin da ragazzino, anche grazie alle notti horror che guardavo su Italia 1 il mercoledì sera. In generale ho sempre amato il cinema al di là delle sue classificazioni, ma il genere mi interessa molto anche come autore, perché credo sia uno strumento estremamente potente per raccontare i drammi della vita reale.

Tra gli autori contemporanei che apprezzo c’è Mike Flanagan, soprattutto per la profondità che riesce a dare ai personaggi anche quando lavora all’interno del cinema di genere. Nel caso di questo film, però, la gestazione è stata talmente lunga che faccio fatica a individuare riferimenti singoli e precisi.

Ricordo, per esempio, Animali notturni di Tom Ford, un film che non ha particolari affinità narrative con il mio, ma che mi aveva colpito anche perché uno dei primi titoli che avevo pensato per il progetto era proprio Animali notturni. Un altro riferimento è Canicola di Ulrich Seidl, che racconta una provincia desolata in cui dietro le porte si nascondono situazioni tragiche e violente.

Credo, però, che alcune delle ispirazioni più vicine al film arrivino dal cinema italiano. Penso soprattutto a Pupi Avati, che ha saputo costruire il proprio cinema di genere guardando ciò che aveva intorno. La casa dalle finestre che ridono è un film straordinario proprio perché non finge di essere qualcosa di diverso: racconta un certo tipo di provincia, di cultura e di personaggi che la abitano.

Anche l’architettura ha un ruolo importante nell’immaginario del film. Come sei arrivato alla scelta della villa brutalista che vediamo nella storia?

Il concetto di brutalismo era già presente durante la scrittura. Cercavo un elemento che rappresentasse la massima distanza possibile dal lato selvaggio in cui sarebbe approdata la storia. Sapevo che il film avrebbe portato i personaggi nei boschi e in un ambiente naturale, quindi volevo che Irene partisse da un mondo il più lontano possibile da quello scenario. La ricchezza, l’élite e l’architettura in cemento erano elementi che mi permettevano di costruire questa contrapposizione.

Il brutalismo è un codice visivo molto forte e una corrente architettonica che, nel bene e nel male, ha ancora qualcosa da raccontare. Una villa di questo tipo, inserita in provincia e vicina alla natura senza però appartenervi, rappresentava perfettamente il mondo di Irene. Il personaggio nasce in una gabbia e finisce in un’altra, prima di riuscire a trovare la propria libertà. Anche il centro commerciale, con la sua natura di spazio intermedio, rispondeva a questa ricerca visiva.

La cosa curiosa è che avevo quella villa nella mia cartella di riferimenti da anni, convinto che si trovasse nell’Europa dell’Est. Poi, durante una conferenza al Politecnico di Milano, ho visto una fotografia dell’edificio e ho chiesto al fotografo dove fosse stato realizzato lo scatto. Ho scoperto così che si trovava proprio in Piemonte, la regione in cui avevamo già deciso di girare grazie al sostegno della produzione. È stata una coincidenza perfetta.

Il film ha avuto anche un percorso festivaliero importante, ottenendo riconoscimenti in Canada per la fotografia e la colonna sonora di Pino Donaggio. Che valore hanno avuto questi premi per il progetto?

I festival sono uno degli anelli fondamentali nella vita di un film, soprattutto quando si tratta di opere prime, seconde o di produzioni indipendenti che non hanno alle spalle grandi major. Il riconoscimento ricevuto fa naturalmente molto piacere, ma la competizione non è mai stata la cosa che mi interessava di più.

Sono particolarmente felice per il premio alle musiche di Pino Donaggio e per quello alla fotografia, perché rappresenta l’applicazione del linguaggio visivo che abbiamo cercato di costruire. I festival hanno un valore anche per il percorso industriale del film: un riconoscimento ottenuto in una manifestazione come il Fantasia può fare la differenza, soprattutto nel dialogo con il mercato internazionale.

Nel nostro caso, i premi ci stanno aiutando a entrare in contatto con alcuni distributori americani e a sostenere le vendite del film negli Stati Uniti. Ora, però, usciamo dal circuito festivaliero e incontriamo un pubblico diverso, quello che paga il biglietto e che può essere anche molto severo. Non so davvero cosa aspettarmi da questa uscita. Se i loghi dei festival sulla locandina riusciranno ad attirare l’attenzione degli spettatori, sarà sicuramente un risultato positivo.

Chiara Guida
Chiara Guida
Laureata in Storia e Critica del Cinema alla Sapienza di Roma, è una gionalista e si occupa di critica cinematografica. Co-fondatrice e Direttore Responsabile di Cinefilos.it dal 2010. Dal 2017, data di pubblicazione del suo primo libro, è autrice di saggi critici sul cinema, attività che coniuga al lavoro al giornale.
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