Basta Missioni Impossibili e improponibili sequel (ma Top Gun 3 è in lavorazione…), a 64 anni, finalmente Tom Cruise torna a ricordarci che pezzo di attore sia. E lo fa, paradossalmente, da dietro la maschera e il trucco con cui Alejandro G. Iñárritu lo ha trasformato nel protagonista del suo ultimo Digger, al cinema dal 1° ottobre distribuito da Warner Bros. Pictures. Un pamphlet cinematografico con il quale il regista messicano – che dieci anni fa era riuscito nell’impresa di far vincere quel maledetto Oscar a DiCaprio, tanto per dire… – tenta di metterci in guardia dalle conseguenze del nostro egoismo. Ricordandoci che riderne potrebbe essere l’ultima risorsa.
Un disastro (in)evitabile
Siamo in una realtà che potrebbe essere la nostra, nemmeno troppo distopica, per quanto diversi indizi suggeriscano che la situazione potrebbe essere peggiore di quella nella quale versiamo noi. Una realtà nella quale il grassoccio e sgradevole petroliere Digger Rockwell – uno degli uomini più potenti del Pianeta – si trova alle prese con una imprevista emergenza, che potrebbe scatenare una serie di conseguenze disastrose, per il tanto decantato Occidente prima e l’intero globo poi. L’uccello del malaugurio, piombato nella sua villa a rovinargli la colazione, è il dottor Ganesh (Riz Ahmed), al quale Digger è costretto a dare ascolto al punto da indire una riunione con il Presidente degli Stati Uniti (John Goodman) e il suo vice (Michael Stuhlbarg) nella quale parlare di cosa accade in Groenlandia e decidere il da farsi…
Chi dà ordini ai padroni
del mondo?
La domanda – come la trama – non può trovare risposta qui, a meno di non rovinarvi molte delle sorprese della visione di un film che vi consigliamo di godervi in sala, sia per la magnificenza tecnica di un’opera affidata alla schiera di Premi Oscar chiamati a occuparsi di fotografia (Emmanuel Lubezki), trucco (Alessandro Bertolazzi), scenografie (Dennis Gassner) e protesica (Kazu Hiro), sia per apprezzare al meglio i cambi di ottiche, toni e colori fondamentali nella composizione dell’affresco immaginato da Iñárritu.
Forsennato, affollatissimo, senz’altro esagerato, inevitabilmente volgare (visti anche i personaggi in scena, a partire dal protagonista, con più armi che cappelli nella cabina-armadio e talmente abituato a decidere della vita e della morte altrui da costringere l’amata gattina Maggie di 38 anni a stargli accanto nonostante semi-imbalsamata), continuamente in bilico tra condanna e catarsi, profondamente politico, anche a costo di apparire banale. E di parte. Con buona pace del negazionismo di molti che ci guidano, ai quali è facile pensare vedendo le soluzioni trovate dai potenti del film (vagamente razzisti, antieuropeisti e sovranisti, dal bombardamento facile, poco propensi ad assumersi le proprie responsabilità e più preoccupati di controllare l’informazione che di trovare la soluzione migliore).
I dannati della Terra
Quello di Digger (forse anche il nostro) è un mondo nel quale si ha un disperato bisogno – almeno – di sfogarsi, di urlare il proprio “vaffa” come di ridere, per sdrammatizzare e sopravvivere alle tragedie in corso… come il cinema ci invita a fare da anni, in maniera più o meno grottesca. Le evidenti citazioni del Dottor Stranamore suggeriscono un percorso preciso, in tal senso, ma il punto di vista, la chiave, lo sguardo restano quelli di Iñárritu, figlio di una cultura abituata a mascherare la denuncia dietro l’ironia e la rilettura favolistica (e ai soprusi da parte dei vicini del piano di sopra e della civilissima Europa).
C’è il DNA – e non solo, visto il finale del film – del Marquez di Cent’anni di solitudine nella risposta all’inutile e fazioso “Occidente o niente” (su cui ancora oggi pontificano ex direttori di giornali faziosi che regalano spesso prime pagine sulle quali l’ordine dei giornalisti dovrebbe esprimersi con durezza) superato da tempo dalla moderna decolonizzazione e da certa critica di un inutile e anacronistico eurocentrismo. Un DNA che il regista aveva già recuperato nel precedente Bardo, da molti poco amato, forse per gli stessi motivi per i quali verrà criticato questo.
So What?
Un film confuso, nel suo alternare passato e presente, realtà e fantasia, e faticoso da seguire, senza perdersi in tanta teatralità (per alcuni superficiale, vuota) o alzare bandiera bianca davanti all’infinita serie di dettagli, urla, caricature e monologhi. Su tutti quello fondamentale affidato a Tom Cruise, che giganteggia arrogante sul pulpito dal quale si scaglia contro tutto e tutti in una scena quasi da musical – anche per il coro dell’assemblea – resa potente da coreografia, interpretazione e ritmo.
A tratti sembra lui l’unico a esser consapevole del suo essere un personaggio in un mondo da cartoon, quasi alter-ego del buon Alejandro G., che mentre urla il suo messaggio – perché non resti chiuso in una bottiglia – si autodenuncia come parte della finzione che vede tutti coinvolti. Tutti sulla stessa barca, fingendo di non far caso all’iceberg che si avvicina e cercando di ridere, per non piangere.
Per la situazione mondiale, la crisi climatica, l’apocalisse promessa, e per le tante occasioni di porvi rimedio perdute, anzi ignorate, per egoismo, per ipocrisia, per l’inaccettabile prospettiva di spegnere l’aria condizionata mentre corriamo verso l’estinzione. A questo punto ha poco senso capire chi ha ragione o torto, e illudersi che la salvezza arrivi pregando e non impegnandosi o sacrificandosi in prima persona. Insomma, per citare un vecchio film di Tom Cruise – sottovalutato, ovviamente – non resta che “aprire gli occhi”.
Digger
Sommario
Il regista messicano torna a giocare con il cinema per parlare di genocidi, imprenditori deliranti e governi criminali. E per ricordarci quanto tutto questo sia anche colpa nostra…


Chi dà ordini ai padroni
del mondo?
So What?