Tra le pagine più buie della nostra Storia c’è anche quella che racconta le forti tensioni politiche e sociali che attraversarono il Kosovo alla fine degli anni Novanta. La popolazione di etnia albanese, privata di numerosi diritti dal regime serbo di Slobodan Milošević, era vittima di discriminazioni e violente repressioni. Un clima di crescente oppressione che nel 1998 sfociò in un vero e proprio conflitto armato, culminato l’anno successivo nell’intervento della NATO e segnato da persecuzioni che ebbero come conseguenza l’abbandono delle proprie case da parte di centinaia di migliaia di civili.
È in questo contesto che si inserisce Dua, una ragazza di 13 anni costretta ad affrontare l’adolescenza mentre intorno a lei incombono il pericolo e la guerra. Da lei prende il titolo il nuovo film diretto da Blerta Basholli, in concorso alla 21esima edizione della Festa del Cinema di Roma nella sezione Progressive Cinema e scelto dal Kosovo per rappresentare il Paese agli Oscar 2027 nella categoria Miglior film internazionale.
Dua, la trama
Alla fine degli anni Novanta, mentre il Kosovo si avvicina sempre più alla guerra, Dua, una ragazza di tredici anni, inizia a fare i conti con la propria adolescenza, con i bisogni, i desideri e le aspettative che porta con sé, ma anche con un clima di violenza che sta progressivamente inghiottendo la sua città, Pristina. Mentre cerca di assimilare ciò che accade intorno a lei, Dua subisce una molestia, un episodio che la spinge ancora di più verso il judo. Un interesse che aveva già iniziato a maturare dopo l’incontro con Maki, una ragazza ribelle e coraggiosa che la trascina verso una forma di resistenza inattesa.
Crescere temendo la guerra
Blerta Basholli ha vissuto in prima persona ciò che porta sullo schermo. Ed è evidente come, proprio per questo, Dua diventi anche la trasposizione in immagini di ciò che la regista ha assimilato e provato durante quel conflitto, quando aveva appena quindici anni. Il materiale narrativo procede così su due binari che finiscono inevitabilmente per intrecciarsi: da una parte c’è il racconto della guerra, con la paura per sé stessi e per le persone amate; dall’altra il desiderio, altrettanto legittimo e naturale, di continuare a sognare, coltivare passioni e immaginare un futuro, quasi come una forma di sopravvivenza.
È esattamente quello che fa Dua. Si preoccupa per la propria famiglia e per le persone a cui vuole bene, è consapevole che ciò che le sta accadendo intorno è enormemente più grande di lei e sembra quasi volerle tarpare le ali. Eppure non permette che proteste, fumogeni e violenze le portino via completamente la sua adolescenza. Continua a ballare, ad ascoltare musica, persino a praticare judo. Ed è proprio quest’ultimo a trasformarsi in qualcosa di più di una semplice disciplina sportiva: diventa un gesto liberatorio, quasi la manifestazione fisica della sua volontà di reagire. Dua non può combattere la guerra che infuria, ma attraverso il judo sembra comunque trovare un modo per farlo: non contro il conflitto in sé, ma contro quella sensazione di impotenza che rischia di travolgerla. È il suo modo di reagire, di allenarsi a non restare inerme e di provare a difendere sé stessa.
Un coming of age che parla anche al presente
La macchina da presa aderisce completamente a Dua. La segue da vicino, si muove continuamente con lei e assume una fisicità quasi sporca, irrequieta, arrivando spesso a seguire le oscillazioni del suo stesso corpo. È come se la regia cercasse di restare agganciata alla protagonista, seguendola così da vicino da restituire un forte senso di realismo mentre tutto ciò che la circonda rischia continuamente di travolgerla.
Ne viene fuori un coming of age nel quale è facile riconoscere i desideri, le paure e le inquietudini tipiche dell’adolescenza, ma che allo stesso tempo costringe a confrontarsi con qualcosa di molto più grande. Perché ciò che Dua racconta appartiene a un preciso momento storico, ma continua in modo drammatico a rispecchiarsi nel presente, nei tanti ragazzi che ancora oggi crescono in luoghi di guerra. Ragazzi che non sanno quale futuro li aspetti e che, nonostante tutto, continuano a vivere, desiderare e inseguire ciò che li fa sentire ancora sé stessi. Proprio come Dua, che nei suoi sogni trova forse il modo più ostinato e vitale per restare in piedi.
Dua
Sommario
Il film è un coming of age nel quale è facile riconoscere i desideri, le paure e le inquietudini tipiche dell’adolescenza, ma che allo stesso tempo costringe a confrontarsi con qualcosa di molto più grande.



