Elsinore, recensione del film con Andrew Scott e Olivia Colman – #RoFF21

Andrew Scott e Olivia Colman in un racconto intenso e commovente sulla forza dell’arte, il coraggio di scegliere e il desiderio di vivere fino all’ultimo sipario.

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Presentato in anteprima alla XXI edizione della Festa del Cinema di Roma, nella sezione Grand Public, Elsinore, diretto da Simon Stone e interpretato da Andrew Scott e Olivia Colman, arriverà nelle sale italiane il 24 dicembre 2026. Ispirato alla storia vera dell’attore scozzese Ian Charleson, il film racconta gli ultimi mesi della sua vita, intrecciando la lotta contro l’AIDS con il desiderio ostinato di interpretare Amleto al National Theatre di Londra. Una storia di dolore, passione e resistenza, in cui il teatro diventa lo spazio in cui affermare la propria libertà fino alla fine.

Il segreto di Ian Charleson

Dopo aver raggiunto la notorietà internazionale con Momenti di gloria (Chariots of Fire), Ian Charleson si trova a fare i conti con una carriera che fatica a decollare come avrebbe desiderato. Il suo talento è evidente, anche agli occhi dei direttori dei casting che lo incontrano per provini destinati a produzioni mediocri. Eppure, dietro le ambizioni professionali, Ian custodisce segreti che condizionano profondamente la sua esistenza: la propria omosessualità, in un ambiente ancora intriso di pregiudizi, e la diagnosi di HIV.

Nella sua vita entra la dottoressa Margaret Johnson, interpretata da Olivia Colman, figura fondamentale nel percorso clinico e umano dell’attore. Mentre la malattia avanza e le energie diminuiscono, Ian coltiva un sogno che sembra sempre più difficile da realizzare: interpretare Amleto, uno dei personaggi più complessi e impegnativi della storia del teatro.

Il titolo del film racchiude già una parte importante del suo significato. Elsinore è il castello danese in cui si svolge la tragedia shakespeariana, un luogo attraversato da segreti, menzogne e conflitti interiori. Anche Ian vive dentro una sorta di castello personale, un appartamento londinese in cui soltanto gli amici più fidati possono superare il ponte levatoio e conoscere la verità sulla sua salute. Una dimensione privata che protegge la sua intimità e gli permette di conservare, almeno in parte, il controllo sulla propria immagine.

Photo by Anthony Dickenson/Anthony Dickenson – © 2026 – Focus Features

La malattia e il diritto di scegliere

Elsinore affronta l’AIDS senza nasconderne la brutalità. Il corpo di Ian cambia, si indebolisce, diventa il luogo visibile di una sofferenza che coinvolge ogni aspetto della sua quotidianità. Le lesioni cutanee, il sangue, la perdita delle forze e il dolore fisico restituiscono la concretezza di una malattia che, negli anni Ottanta, significava spesso una condanna accompagnata da stigma e isolamento.

Ancora più straziante è assistere alla perdita degli amici, vedere una comunità decimata mentre il tempo sembra accelerare. La morte entra nelle conversazioni, nelle case e nelle relazioni, trasformando ogni incontro in un’occasione preziosa. Il film conserva la memoria di una generazione colpita dall’“epidemia”, restituendo dignità a chi ha vissuto e a chi non ha avuto la possibilità di farlo abbastanza a lungo.

In questo scenario, la dottoressa Johnson cerca di proteggere Ian, invitandolo a risparmiare le energie: la sua preoccupazione è comprensibile: ogni sforzo può diventare un rischio per un organismo già provato. Ian, tuttavia, ha un’altra prospettiva. Sa quanto gli resta da vivere e vuole decidere personalmente come impiegare il tempo a sua disposizione. È qui che il film trova il proprio cuore emotivo. La questione riguarda il diritto di scegliere, anche quando le proprie decisioni sembrano irragionevoli agli occhi di chi desidera proteggerci.

Elsinore: Amleto come atto di resistenza

Per Ian, il teatro rappresenta molto più di una professione. È una ragione per alzarsi al mattino, un luogo in cui il corpo malato può ancora trasformarsi in uno strumento espressivo, una possibilità concreta di lasciare qualcosa dietro di sé. Le migliaia di versi della tragedia shakespeariana diventano una sfida quotidiana, un esercizio di memoria e volontà che accompagna l’attore anche nei momenti di maggiore debolezza.

Amleto, con i suoi dubbi, le sue paure e la sua ossessione per la morte, finisce per rispecchiare la condizione di Ian. «Essere o non essere» assume un peso nuovo quando la finitezza smette di essere un concetto astratto e diventa una presenza costante. Portare in scena il principe danese significa allora confrontarsi con le proprie domande, trasformando la vulnerabilità in arte.

La produzione diretta da Richard Eyre (interpretato da Johnny Flynn) diventa una missione condivisa, sostenuta da chi sceglie di credere in Ian anche quando le sue condizioni fisiche sembrano rendere tutto impossibile. Il palcoscenico gli offre uno spazio di libertà in cui la malattia non può cancellare il talento, la disciplina e la passione che lo definiscono.

Photo by Anthony Dickenson/Anthony Dickenson – © 2026 – Focus Features

Andrew Scott, una prova che lascia il segno

Al centro di Elsinore c’è l’interpretazione straordinaria di Andrew Scott. Attraverso gli sguardi, i movimenti delle mani, le pause e la progressiva fragilità del corpo, l’attore restituisce Ian Charleson in tutta la sua complessità. La sua prova evita ogni compiacimento e trova la propria forza nei dettagli, nella capacità di far convivere ironia, paura, rabbia e fame di vita.

Anche Olivia Colman offre una presenza preziosa. La sua dottoressa Johnson è attraversata dal conflitto tra la responsabilità di chi cura e il rispetto per le scelte di chi soffre. Il loro rapporto dà al film una dimensione intima, fatta di confronti e preoccupazioni, nella quale l’affetto prende forma anche attraverso il dissenso.

Quando il sipario si chiude

Più che un film sulla malattia, Elsinore è un film sulla vita e sul desiderio di darle un significato. La storia di Ian Charleson diventa un atto di memoria, un modo per riportare al presente una vicenda individuale che appartiene anche alla storia collettiva della comunità LGBTQ+ e di quanti hanno attraversato gli anni più duri dell’epidemia di AIDS.

La consapevolezza della sua fine accompagna ogni scena con una malinconia inevitabile, mentre Andrew Scott rende tangibile quella fame di futuro che la malattia tenta di sottrarre al protagonista. Rimane l’idea che l’arte possa custodire qualcosa di noi, prolungare una presenza e dare voce a chi rischia di essere dimenticato.

Quando il sipario si chiude e le luci si spengono, resta il ricordo di un uomo che ha scelto di spendere le proprie energie per ciò che amava. Una storia di passione e coraggio che commuove senza perdere di vista la dignità del suo protagonista. E che, proprio come le grandi tragedie, continua a vivere ben oltre la fine della rappresentazione.

Elsinore
4.5

Sommario

Un’opera intensa e profondamente umana, capace di trasformare il palcoscenico in un estremo atto di resistenza. Celebrando la memoria, la libertà e una travolgente fame di vita, il film trova il suo cuore pulsante in Andrew Scott, autore di una prova magistrale nel restituire l’anima e il coraggio di Ian Charleson.

Camilla Tettoni
Camilla Tettoni
Romana, classe 1997, è laureata in Lettere Moderne all’Università di Siena e in Italianistica all’Università di Bologna, con lode. Ha conseguito un Master in International Journalism presso l’University of Stirling e un corso avanzato in Geopolitica presso la Scuola di Limes. Appassionata di cinema, dal 2025 collabora con Cinefilos.it con recensioni e approfondimenti cinematografici, affiancando attività di critica culturale e pubblicazioni su riviste italiane e internazionali.

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