Faith, recensione del film con Erin Doherty e James McAvoy – #RoFF21

Paul Andrew Williams dirige Erin Doherty e James McAvoy in un dramma tra realismo sociale e soprannaturale, esplorando il lutto, la fede e i segreti delle persone che crediamo di conoscere.

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Presentato in anteprima mondiale al Toronto International Film Festival 2026 e alla XXI edizione della Festa del Cinema di Roma, nella sezione Freestyle, Faith è scritto e diretto da Paul Andrew Williams. Con Erin Doherty e James McAvoy, il film racconta la quotidianità di una madre sola, la perdita che sconvolge la sua esistenza e l’incontro con uno sconosciuto enigmatico. Tra dramma sociale, mistero e suggestioni soprannaturali, Williams costruisce una riflessione sulla sofferenza, sulla possibilità di andare avanti e sulla fede intesa come necessità di trovare un senso anche quando la vita sembra averlo perduto.

Gina, una vita fatta di piccole certezze

Gina (Erin Doherty) è una madre single sulla trentina che vive a Starling Estate, un quartiere popolare inglese. Lavora in una fabbrica di dolciumi e si prende cura del figlio Jamie (Smylie Bradwell), cercando di offrirgli una vita serena nonostante le difficoltà economiche e una quotidianità che lascia poco spazio ai desideri personali.

L’incontro con Michael (James McAvoy), un volontario del banco alimentare, introduce nella sua vita una possibilità inattesa. Gentile, attento e apparentemente disinteressato, l’uomo sembra accorgersi di Gina in un modo a cui lei non è più abituata. Tra i due nasce un’intesa delicata, fatta di conversazioni e attenzioni che restituiscono alla protagonista la sensazione di poter ancora desiderare qualcosa per sé.

Eppure, dietro la disponibilità di Michael si avverte una nota enigmatica. Il suo comportamento presenta piccole incongruenze, le sue risposte non sono sempre esaustive e la sua conoscenza di alcuni dettagli della vita di Gina appare sorprendente. Williams dissemina questi indizi senza accelerare il racconto, lasciando che il disagio si insinui lentamente nella quotidianità.

Il dolore che cambia ogni cosa

James McAvoy
James McAvoy alla première di “The Book of Clarence”. Foto di imagepressagency via DepositPhotos.com

Quando una tragedia sconvolge la vita di Gina, il film cambia profondamente prospettiva. La dimensione familiare, fino a quel momento costruita attraverso il lavoro, la cura di Jamie e le relazioni con le persone del quartiere, lascia spazio a una sofferenza che sembra impossibile da contenere.

Il lutto modifica il rapporto della protagonista con il mondo. Le abitudini perdono significato, il tempo assume un peso diverso e persino i gesti più semplici diventano difficili da affrontare. Gina è costretta a confrontarsi con un vuoto che nessuna spiegazione razionale sembra colmare, mentre Michael acquista progressivamente un nuovo significato nella sua esistenza.

È in questa fase che Faith trova una delle sue intuizioni più interessanti: il dolore non segue un percorso lineare e non esiste una formula capace di indicare quando sia arrivato il momento di ricominciare. Ci sono perdite che mettono in discussione tutto ciò in cui credevamo, costringendoci a cercare ragioni per continuare a vivere quando quelle precedenti sembrano svanite.

Erin Doherty sostiene il film con un’interpretazione intensa, capace di restituire la fragilità di una donna che prova a rimanere in piedi mentre il suo mondo si disgrega. La sua Gina conserva orgoglio e determinazione, ma lascia emergere anche la stanchezza di chi vorrebbe essere aiutato senza sapere come chiedere aiuto. È una prova attoriale che dà sostanza emotiva alla storia e permette allo spettatore di entrare in sintonia con la protagonista anche quando il racconto si allontana dal realismo iniziale.

James McAvoy, un uomo avvolto nel mistero

Al fianco di Doherty, James McAvoy costruisce un Michael difficile da decifrare. La sua gentilezza appare autentica, eppure il personaggio mantiene una distanza che impedisce a Gina e allo spettatore di conoscerlo pienamente. L’attore lavora soprattutto sulle sfumature, alternando calore e inquietudine, familiarità e improvvisi momenti di estraneità.

Il rapporto tra i due protagonisti alimenta la tensione narrativa proprio perché rimane sospeso tra attrazione, bisogno di conforto e dubbio. Michael rappresenta per Gina una possibilità di rinascita, ma il suo comportamento suggerisce che la realtà sia più complessa di quanto appaia. La sua vera natura si rivela progressivamente, portando la pellicola verso scene superano le coordinate del dramma sociale.

La presenza del soprannaturale non viene introdotta immediatamente come una certezza. Williams preferisce costruire una zona d’ombra, lasciando che lo spettatore si interroghi sulle intenzioni dell’uomo e sul significato delle sue azioni. In questo modo, il mistero diventa anche uno strumento per esplorare il bisogno umano di credere in qualcosa che possa restituire un senso all’esperienza del dolore.

Faith: dal realismo sociale al soprannaturale

Uno degli aspetti più particolari di Faith è il passaggio da un ritratto realistico della vita di una famiglia della classe lavoratrice a una dimensione sempre più oscura e spirituale. Il film comincia osservando Gina nella sua quotidianità: la fabbrica, la casa, il figlio, i rapporti con gli abitanti del quartiere. Sono ambienti ordinari, attraversati da difficoltà riconoscibili, nei quali la macchina da presa cerca una vicinanza concreta ai personaggi.

Il titolo contiene la chiave tematica del film: la fede non viene intesa soltanto in senso religioso, ma come la capacità di affidarsi ancora alla vita quando le certezze sono venute meno. Per Gina, credere significa trovare una ragione per andare avanti, accettare che il dolore faccia parte della propria storia e provare a immaginare un futuro anche quando il presente sembra non offrire più alcuna prospettiva.

Il film si interroga anche su quanto sappiamo davvero delle persone che abbiamo accanto. Michael appare come uno sconosciuto gentile, una presenza che arriva nel momento in cui Gina ha bisogno di sentirsi vista e ascoltata. Eppure, dietro la sua disponibilità si nasconde molto più di quanto la protagonista possa immaginare. La sua presenza mette in discussione la distinzione tra ciò che appare e ciò che siamo disposti a comprendere degli altri.

Faith è un film che rischia molto nel passaggio dal dramma sociale al soprannaturale, trovando però nelle interpretazioni di Erin Doherty e James McAvoy un sostegno importante. Paul Andrew Williams affronta il lutto come un’esperienza capace di sconvolgere ogni certezza e suggerisce che la possibilità di ricominciare non passi necessariamente attraverso una spiegazione razionale.

La storia di Gina ci ricorda quanto sia difficile andare avanti dopo una perdita e quanto possa essere preziosa la presenza di qualcuno capace di accompagnarci nel dolore. A volte, per ritrovare la speranza, occorre accettare di non avere tutte le risposte e imparare a riconoscere che le persone, anche quelle che sembrano più gentili e familiari, possono custodire segreti inimmaginabili.

Faith
3.5

Sommario

Un dramma intenso che intreccia dolore, mistero e soprannaturale, raccontando la fragilità di una madre alle prese con una perdita devastante. Erin Doherty e James McAvoy sostengono un racconto che parte dalla quotidianità per interrogarsi sulla fede, sul perdono e sulla possibilità di ricominciare.

Camilla Tettoni
Camilla Tettoni
Romana, classe 1997, è laureata in Lettere Moderne all’Università di Siena e in Italianistica all’Università di Bologna, con lode. Ha conseguito un Master in International Journalism presso l’University of Stirling e un corso avanzato in Geopolitica presso la Scuola di Limes. Appassionata di cinema, dal 2025 collabora con Cinefilos.it con recensioni e approfondimenti cinematografici, affiancando attività di critica culturale e pubblicazioni su riviste italiane e internazionali.

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