Ink, recensione: Danny Boyle e il suo irresistibile gioco cinematografico – Venezia 83

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Se c’è da raccontare la storia di un gruppo di uomini che sono convinti di poter cambiare il modo in cui il mondo riceve e consuma le notizie, Danny Boyle è decisamente l’uomo giusto al momento giusto. Ink è un film che parla di informazione, potere, ambizione e trasformazione sociale, ma soprattutto è un film che palesa il piacere di raccontare del suo filmmaker. Boyle prende una vicenda reale e la trasforma in un racconto veloce, sfacciato, energico, costruito con quella stessa fame di immagini che da sempre caratterizza il suo cinema. Al centro ci sono Larry Lamb, Rupert Murdoch e (in misura minore) Jules Davies, figure che si muovono dentro un momento destinato a modificare radicalmente il volto dell’informazione.

Ink preferisce correre, senza inseguire i canoni del biopic, lasciando che sia il ritmo a trascinare lo spettatore. È un film spesso divertente, a tratti quasi euforico, che trova la propria forza nella capacità di Boyle di giocare con il materiale narrativo. Non tutto funziona allo stesso modo: la scrittura tende talvolta a spiegare troppo e la quantità di informazioni rischia di rendere il racconto verboso. Ma quando Boyle lascia parlare le immagini, il film ritrova immediatamente la sua energia.

Danny Boyle rinnova il piacere di giocare con il cinema attraverso una storia di potere e ambizione

La prima cosa che colpisce di Ink è la vitalità della messa in scena. Danny Boyle affronta una materia potenzialmente austera – la nascita e l’affermazione di un nuovo modello editoriale – con lo spirito di chi vuole trasformarla in un grande spettacolo. Il film cerca continuamente il modo più cinematografico per mettere in scena questi cambiamenti, tanto che la prima ora di film ha tutte le caratteristiche del film sportivo.

Montaggio e colonna sonora sono strumenti narrativi fondamentali. Il ritmo accompagna la progressiva costruzione di un’idea editoriale e imprenditoriale che, nella sua ambizione, sembra quasi impossibile da contenere. Boyle asseconda questa sensazione con una regia dinamica, capace di trasformare riunioni, discussioni e scontri professionali in momenti di forte tensione narrativa. Non siamo in una redazione, ma in uno spogliatoio, mentre un Jack O’Connell in veste di allenatore carica la sua squadra.

Boyle non appare interessato a dimostrare di essere ancora il regista di Trainspotting o a replicare i suoi film più celebri; sembra piuttosto voler ricordare a se stesso e al pubblico quanto possa essere entusiasmante costruire un film attraverso immagini, musica e montaggio. La sceneggiatura di James Graham tende a voler mettere ogni tassello al proprio posto. Alcuni passaggi avrebbero beneficiato di maggiore fiducia nello spettatore. Ma anche quando Ink parla troppo, difficilmente perde completamente la propria presa.

Larry Lamb e Rupert Murdoch: quando l’ambizione diventa il vero protagonista

Ink Guy Percy Jack O'ConnellAl centro della storia c’è soprattutto Larry Lamb, interpretato da un Jack O’Connell in stato di grazia. Il suo personaggio è il cuore del film: ambizioso, determinato, visionario e disposto a spingersi oltre i confini del giornalismo tradizionale pur di costruire qualcosa di nuovo.

Lamb è una figura difficile da incasellare, proprio perché il suo desiderio di cambiare le regole dell’informazione porta con sé tanto entusiasmo quanto una dose crescente di spregiudicatezza. La sua idea di giornale nasce dalla convinzione che il pubblico debba ricevere esattamente ciò che vuole. Ed è qui che il film diventa più interessante. Perché quella rivoluzione editoriale raccontata da Boyle non riguarda soltanto un giornale: riguarda un cambiamento nel rapporto tra pubblico, informazione e intrattenimento.

Guy Pearce, nei panni di Rupert Murdoch, evita invece di trasformare il magnate in una caricatura del potente manipolatore. È una scelta significativa. Murdoch non viene presentato come un mostro, né il film sembra volerlo utilizzare come bersaglio morale. Al contrario, il personaggio appare quasi trascinato dall’energia e dall’ambizione di Lamb. Questa prospettiva rende il rapporto tra i due particolarmente interessante, è l’incontro tra differenti forme di ambizione. E proprio perché Boyle evita di offrire una lettura rigidamente morale, lo spettatore è costretto a interrogarsi da solo sulle conseguenze di quella rivoluzione.

Claire Foy porta nel film una prospettiva diversa sulla macchina dell’informazione

In un film dominato dall’energia maschile di Lamb e Murdoch, Claire Foy offre a Ink un elemento di equilibrio attraverso Jules Davies. La sua presenza contribuisce ad ampliare lo sguardo sul mondo raccontato, impedendo che la storia venga percepita esclusivamente come una gara di ambizioni tra uomini potenti. Foy interpreta il personaggio con la misura necessaria per inserirsi in un racconto che procede spesso a velocità elevatissima. Ma tutto il cast, nel complesso, è uno dei punti di forza del film.

È proprio la qualità delle interpretazioni a permettere al film di sostenere una scrittura molto densa. Anche quando i dialoghi diventano esplicativi, gli attori riescono a trasformare le parole in comportamento, tensione, carattere.

Ink conferma che Danny Boyle è ancora innamorato delle immagini

Nel suo essere un film “da sei e mezzo”, Ink però offre una prospettiva interessante e preziosa all’interno della filmografia di Danny Boyle: il regista ha ancora voglia di sperimentare, giocare, divertirsi con le immagini. E questo divertimento è contagioso. Anche quando il film spiega troppo, anche quando la sceneggiatura sembra voler anticipare ogni possibile domanda dello spettatore, resta una corrente elettrica che attraversa la regia, il montaggio, la musica e le interpretazioni.

Ink
2.5

Sommario

Un biopic elettrico e irresistibile in cui Danny Boyle racconta una rivoluzione dell’informazione con lo stesso entusiasmo con cui continua a giocare con il cinema.

Chiara Guida
Chiara Guida
Laureata in Storia e Critica del Cinema alla Sapienza di Roma, è una gionalista e si occupa di critica cinematografica. Co-fondatrice e Direttore Responsabile di Cinefilos.it dal 2010. Dal 2017, data di pubblicazione del suo primo libro, è autrice di saggi critici sul cinema, attività che coniuga al lavoro al giornale.

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