Ritorno a Buenos Aires, recensione: Marco Bechis torna alla ferita della dittatura argentina – Venezia 83

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Con Ritorno a Buenos Aires, presentato in Concorso a Venezia 83, Marco Bechis affronta una delle domande più difficili legate alla memoria: cosa significa continuare a vivere dopo essere sopravvissuti all’orrore? Il regista torna in Argentina cinquant’anni dopo i fatti che hanno segnato la sua vita e affida ad Adriano Giannini il ruolo di Mariano Guerra, uomo che dopo trentatré anni trascorsi in Italia rientra a Buenos Aires per testimoniare contro gli ex militari responsabili del suo sequestro.

Il ritorno di Mariano tra memoria e trauma

Buenos Aires, 2008. Mariano viene ospitato, insieme ad altri sopravvissuti, negli alloggi del Ministero della Giustizia, in attesa del giorno della deposizione. Il tempo dell’attesa diventa il vero spazio narrativo del film: incontri, conversazioni e volti riportano progressivamente alla superficie esperienze condivise, ricordi rimasti sepolti per decenni e ferite ancora aperte.

Giannini interpreta Mariano con una partecipazione intensa, lavorando soprattutto attraverso gli sguardi, i silenzi e le esitazioni. Il personaggio porta addosso il peso di una storia impossibile da archiviare attraverso una sentenza. La giustizia può arrivare a riconoscere una responsabilità, mentre il trauma continua a vivere nel corpo e nella memoria di chi lo ha attraversato.

Bechis sceglie una regia asciutta e trattenuta. La macchina da presa osserva i protagonisti, lascia spazio alle pause e permette ai luoghi di assumere una funzione precisa. Buenos Aires diventa una città della memoria, attraversata da presenze del passato che tornano a occupare il presente. Ogni incontro sembra aprire una porta verso ciò che Mariano avrebbe preferito lasciare lontano.

La dimensione più personale emerge proprio nel rapporto tra il regista e il protagonista. Bechis ha vissuto il sequestro durante la dittatura argentina e conosce direttamente la condizione del sopravvissuto. Mariano resta una figura di finzione, una persona attraverso cui il regista può avvicinarsi a una verità emotiva difficile da raccontare affidandosi soltanto alla propria memoria.

Il film trova qui il suo nucleo più potente: la sindrome del sopravvissuto, quella sensazione di essere rimasti in vita mentre altri sono stati cancellati dalla storia. Il ritorno diventa quindi un confronto con una domanda destinata a restare aperta. Che cosa permette davvero a una persona di tornare a vivere dopo un’esperienza simile?

Sul piano cinematografico, Ritorno a Buenos Aires procede con estrema lentezza e tende a dilatare l’attesa fino a renderla talvolta faticosa. La forza dell’argomento e la componente autobiografica di Bechis avrebbero potuto sostenere una tensione più incisiva. L’intensità emotiva resta spesso compressa dentro una costruzione narrativa che fatica a trovare ritmo.

Come chiusura del Concorso di Venezia 83, il film lascia quindi una sensazione complessivamente sottotono. Resta una riflessione sincera e dolorosa sulla sopravvivenza, sulla memoria e su una ferita storica capace di attraversare intere esistenze.

Ritorno a Buenos Aires
2.5

Sommario

Un ritorno doloroso nel cuore della memoria argentina, dove sopravvivere diventa una ferita destinata a restare aperta.

Chiara Guida
Chiara Guida
Laureata in Storia e Critica del Cinema alla Sapienza di Roma, è una gionalista e si occupa di critica cinematografica. Co-fondatrice e Direttore Responsabile di Cinefilos.it dal 2010. Dal 2017, data di pubblicazione del suo primo libro, è autrice di saggi critici sul cinema, attività che coniuga al lavoro al giornale.

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