La città dei vivi, recensione: Edoardo Gabbriellini racconta Luca Varani – Venezia 83

Il film è basato sull'omonimo romanzo premio Strega di Nicola Lagioia.

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Tra i titoli più attesi di Venezia 83, La città dei vivi di Edoardo Gabbriellini arriva a Orizzonti con il peso di una storia che appartiene ancora alla memoria collettiva. Liberamente ispirato all’omonimo romanzo di Nicola Lagioia, edito da Giulio Einaudi Editore e vincitore del Premio Strega, il film prende le mosse dall’omicidio di Luca Varani, il ventitreenne ucciso a Roma nella notte tra il 4 e il 5 marzo 2016. Un fatto di cronaca che ha prodotto negli anni ricostruzioni, testimonianze, processi e interpretazioni, lasciando dietro di sé una domanda rimasta quasi intatta: perché? Gabbriellini sceglie di avvicinarsi a quella domanda attraverso un percorso diverso, concentrando il racconto sulla vittima e sulla vita che precede la tragedia.

Luca, interpretato da Emanuele Maria Di Stefano, viene così sottratto alla dimensione astratta della vittima di cronaca e restituito alla sua quotidianità. È un ragazzo adottato, amato dalla propria famiglia, innamorato, legato agli amici, sospeso tra la periferia e il centro di Roma e animato dal desiderio di costruirsi un futuro. Ha ventitré anni e davanti a sé una quantità ancora indefinita di possibilità. Gabbriellini dedica tempo alla costruzione di questa normalità, perché è proprio la normalità a rendere ancora più perturbante ciò che accadrà. La traiettoria di Luca procede verso un punto che lo spettatore conosce già, eppure il film riesce a costruire una tensione fondata sulla progressiva percezione dell’inevitabile.

La vita di Luca prima dell’omicidio diventa il vero centro della tragedia

La città dei vivi film 2026La scelta più significativa di La città dei vivi riguarda il modo in cui Gabbriellini modifica la prospettiva rispetto al romanzo di Lagioia. Il libro attraversava la vicenda attraverso una pluralità di testimonianze, entrando nelle parole degli assassini, dei familiari, degli avvocati e delle persone coinvolte nel processo. Il film restringe il campo e guarda quasi esclusivamente Luca, seguendone gli spostamenti, le relazioni, i desideri e quella doppia dimensione esistenziale che appartiene a molti giovani adulti: la ricerca di un’identità, di una posizione nel mondo, di una direzione possibile.

Emanuele Maria Di Stefano sostiene questa impostazione con un’interpretazione misurata e fisica, capace di occupare la scena senza forzarla. Luca vive attraverso dettagli apparentemente ordinari, conversazioni, amicizie, momenti sentimentali e aspirazioni ancora in formazione. Il film costruisce così una progressione verso la tragedia nella quale l’orrore nasce proprio dalla distanza tra la semplicità della vita quotidiana e la violenza che improvvisamente la interrompe. La morte di Luca diventa la frattura definitiva di un’esistenza che fino a quel momento sembrava poter prendere qualsiasi direzione.

Gabbriellini guarda alla violenza senza trasformarla in spettacolo

La città dei Vivi
©LUCIAIUORIO

La fotografia cupa contribuisce alla sensazione di ineluttabilità che accompagna il film. Roma assume una dimensione notturna, attraversata da spazi nei quali la familiarità lascia gradualmente posto a un senso di minaccia. Gabbriellini lavora sulla tensione attraverso l’atmosfera e sulla consapevolezza dello spettatore, evitando di costruire il racconto intorno alla spettacolarizzazione dell’omicidio.

Questa scelta è particolarmente importante davanti a una vicenda tanto conosciuta. Il film avrebbe potuto cercare l’impatto attraverso la ricostruzione della violenza, soffermandosi sull’efferatezza dei fatti. Gabbriellini preferisce invece concentrarsi sulla persona che quella violenza la subisce e sull’assurdità di una morte alla quale è impossibile attribuire una proporzione rispetto alla vita che viene spezzata. La domanda sul movente rimane sullo sfondo come una ferita aperta. Proprio qui emerge uno dei temi più interessanti dell’opera: la difficoltà di trovare una ragione capace di spiegare un atto tanto estremo.

Il film sfiora inevitabilmente il concetto di banalità del male, anche se l’espressione rischierebbe di semplificare una materia che Gabbriellini mantiene volutamente irrisolta. La forza della storia risiede proprio nell’impossibilità di trasformare l’accaduto in una spiegazione rassicurante.

Emanuele Maria Di Stefano e Valerio Mastandrea danno un volto alla perdita

Se Di Stefano è il fulcro del film, Valerio Mastandrea trova nel ruolo del padre di Luca una delle prove più complesse del suo percorso recente. Interpretare un uomo realmente esistito, ancora legato a una perdita che non appartiene soltanto al passato, richiede un equilibrio delicatissimo. L’attore evita qualsiasi forma di enfasi e costruisce il dolore attraverso la sottrazione, lasciando emergere la dignità di un uomo devastato dall’assenza del figlio.

La sua presenza amplia il film oltre la tragedia individuale di Luca e introduce una dimensione familiare nella quale il dolore diventa concreto, quotidiano, permanente. È uno dei momenti in cui Gabbriellini trova la misura più efficace del proprio racconto: il lutto non viene utilizzato per ottenere una facile commozione, viene osservato come una condizione destinata a modificare per sempre la vita di chi rimane.

La città dei Vivi
©LUCIAIUORIO

La città dei vivi cerca le radici di una tragedia che resta senza risposta

L’operazione di Gabbriellini ha il merito di interrogare la vicenda attraverso ciò che precede e circonda l’omicidio, spostando l’attenzione dal semplice fatto criminale alle fragilità sociali, culturali ed emotive che attraversano i suoi personaggi. Il film cerca nelle relazioni, nella solitudine e nel bisogno di riconoscimento le coordinate di un’esistenza contemporanea nella quale centro e periferia, appartenenza e marginalità continuano a convivere.

Il risultato conserva una notevole forza proprio quando rimane vicino a Luca e alla sua vita. Alcuni passaggi avrebbero beneficiato di un approfondimento maggiore, soprattutto nel rapporto tra la dimensione individuale e quella sociale evocata dal film. La materia narrativa è enorme e Gabbriellini sceglie una prospettiva precisa, concentrandosi sulla vittima e sulla sua umanità. È una scelta che produce momenti intensi e rispettosi, sostenuti da un cast di grande livello e da una regia capace di mantenere una distanza necessaria dalla tragedia.

La città dei vivi
2.5

Sommario

Un film doloroso e rigoroso che restituisce a Luca Varani una dimensione umana, scegliendo la quotidianità della vittima come chiave per raccontare una tragedia ancora senza risposta.

Chiara Guida
Chiara Guida
Laureata in Storia e Critica del Cinema alla Sapienza di Roma, è una gionalista e si occupa di critica cinematografica. Co-fondatrice e Direttore Responsabile di Cinefilos.it dal 2010. Dal 2017, data di pubblicazione del suo primo libro, è autrice di saggi critici sul cinema, attività che coniuga al lavoro al giornale.

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