
Juan, Sara e Samuel, tre sedicenni del Guatemala debosciato e malfamato, alle prese con un’interminabile e faticoso viaggio verso l’eldorado, la terra promessa e tanto sognata, quell’America dorata che seppur dietro l’angolo appare lontanissima. Lungo il cammino i tre ragazzi si imbatteranno in Chauk, un indio del Chiapas, che insegnerà loro a comunicare con il cuore e con l’anima.

La pellicola si apre con un silenzio tombale che ci trascina, dopo una rapida occhiata ai tre ragazzini, nella foresta guatemalteca, nel cuore di una laconica wilderness, dove a risuonare sono solo il rumore dei loro passi, il triste lamento degli uccelli e il fruscio del vento. Un treno in corsa fende la natura tentacolare. E quando la quiete lascia spazio al commento musicale, a trapelare sono solo l’angoscia e l’avvilimento per un viaggio che si preannuncia amaro e sfibrante. Un cammino che non è solo una sorta di rito iniziatico verso la California, ma anche e soprattutto un percorso di crescita, di conoscenza e di scoperta.
Diego Quemada-Diez scruta con la sua cinepresa al di là di barriere e grate, mostrando la sua esigenza di scavare in profondità, e di riportare dettagli apparentemente irrilevanti ma che danno la giusta misura a ciò che vuole trasmetterci.
Una storia che affonda le sue radici nella tragica realtà del Guatemala, e che il regista imbastisce a partire da molteplici racconti di vita vissuta, prediligendo un taglio documentaristico. Non un viaggio che pur ispirandosi alla realtà, finisce per distaccarsene e diventare una storia meramente cinematografica, ma un racconto minimale, semplice, girato in Super16 che, sfruttando lentezza narrativa, recitazione spontanea e budget esiguo, vuole comunicare un’estratto di vita quotidiana e il suo intimo disagio.
