Le rose di Marrakech: la recensione del film di Ginevra Elkann – #RoFF21

Ginevra Elkann racconta l’incontro tra due donne lontane per storia e condizione, unite però da assenze, attese e legami familiari irrisolti

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Ci sono storie che sembrano trovare il proprio spazio in un tempo indefinito. Un tempo sospeso, apparentemente immobile, mentre chi lo attraversa continua a muoversi, fisicamente ed emotivamente. Ginevra Elkann prova a tradurre visivamente proprio questa sensazione nel suo nuovo film, Le rose di Marrakech, partendo da un lutto che sente ancora profondamente: quello per la perdita della nonna. La storia si costruisce quasi interamente all’interno di una tenuta che sembra separata dal resto del mondo, come se il tempo lì avesse assunto un ritmo diverso. Presentato alla 21esima edizione della Festa del Cinema di Roma nella sezione Grand Public, il film è stato scritto insieme a Babak Jalali, regista già passato dalla kermesse capitolina con Fremont, nel 2024, altro racconto delicato ma capace di scavare in profondità. Nel cast Nisrin Erradi, Fanny Ardant e Ahmed Hammoud.

Le rose di Marrakech, la trama

Le rose di MarrakechLeila e Isabelle vengono da mondi lontani, ma condividono la stessa casa e, in fondo, anche una forma simile di solitudine. Isabelle sa che il tempo a sua disposizione sta finendo e spera che la figlia torni a trovarla, senza però trovare il coraggio di chiamarla; è la ragazza, invece, a cercare Leila per avere notizie della madre. Leila, dal canto suo, custodisce da anni un dolore ancora più profondo: da giovanissima ha avuto un figlio che, per il disonore che quella gravidanza avrebbe rappresentato per la famiglia, è stato cresciuto dalla sorella, già sposata. Quando quest’ultima arriva alla tenuta per comunicarle che il ragazzo sta per sposarsi, quel passato che Leila aveva cercato di tenere a distanza torna improvvisamente a bussare alla porta.

Leila e Isabelle, due rose che imparano a fiorire

Ginevra Elkann parte dalla dimensione domestica per intrecciare due vite, quelle di Leila e Isabelle, appartenenti a mondi diversi ma unite da fragilità e sentimenti che finiscono per avvicinarle. Entrambe portano con sé un passato complesso, un presente incerto e un futuro ancora da comprendere. Isabelle convive con la paura di essere dimenticata dalla figlia; Leila, invece, con il timore di non essere stata una buona madre per quel figlio che ha lasciato andare. E proprio attraverso queste ferite le due donne finiscono per controbilanciarsi, trasmettendosi una forza che non ha bisogno di imporsi o di alzare la voce, ma passa attraverso gesti minimi: una carezza tra i capelli, uno sguardo più dolce, un sorriso appena accennato, una canzone nel cuore della notte.

Le rose di Marrakech film

Sono donne fragili e al tempo stesso determinate, ed è proprio in loro che si ritrovano le rose del titolo. Anche la casa in cui vivono, pur assegnando a ciascuna un ruolo diverso, diventa una rappresentazione simbolica di ciò che entrambe portano dentro. All’inizio c’è la difficoltà di affrontare i propri sentimenti, proprio come quei fiori che sembrano incapaci di germogliare; poi arriva il coraggio di lasciarli emergere, come rose che riescono a fiorire anche in un terreno che sembrava non concedere loro alcuna possibilità.

Elkann segue le due protagoniste con dolcezza, le attraversa e quasi le abbraccia attraverso lo sguardo della macchina da presa, restituendo un film struggente ma al tempo stesso pieno d’amore. Lo stesso amore che, come ha raccontato la regista, la lega ancora alla nonna e ai luoghi che ha abitato e che, attraverso Le rose di Marrakech, ha potuto in qualche modo ritrovare.

Le rose di Marrakech
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Sommario

Elkann segue le due protagoniste con dolcezza, le attraversa e quasi le abbraccia attraverso lo sguardo della macchina da presa, restituendo un film struggente ma al tempo stesso pieno d’amore. Lo stesso amore che, come ha raccontato la regista, la lega ancora alla nonna e ai luoghi che ha abitato e che, attraverso Le rose di Marrakech, ha potuto in qualche modo ritrovare.

Valeria Maiolino
Valeria Maiolino
Classe 1996, laureata in Arti e Scienze dello Spettacolo alla Sapienza con una tesi su Judy Garland, scrive per Auto.it, InMoto.it, Corriere dello Sport e Tuttosport. Redattrice di Cinefilos.it, ha pubblicato i romanzi Quello che mi lasci di te (2021) e Al di là del mare (2022).

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