NAZA, recensione: il buio dei tetti di Tel Aviv illumina l’orrore su Gaza – Venezia 83

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NAZA è il documentario diretto da Yuval Abraham e Rachel Szor, presentato in Concorso alla 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia. Il film sceglie il buio dei tetti di Tel Aviv per raccontare ciò che accade non troppo lontano, nella Striscia di Gaza, e porta davanti alla macchina da presa alcune testimonianze legate ai sistemi utilizzati dall’intelligence israeliana nelle operazioni di individuazione e uccisione di presunti membri di Hamas.

Abraham e Szor (che fanno parte del collettivo israelo-palestinese dietro No Other Land) costruiscono un film densissimo, nel quale il racconto procede attraverso voci di persone che hanno conosciuto dall’interno quei meccanismi. Il risultato assume progressivamente la forma di un viaggio dentro una macchina burocratica della guerra, dove algoritmi, tracciamenti telefonici, procedure operative e valutazioni statistiche possono arrivare a determinare la sorte di interi edifici e di coloro che li abitano.

Il significato di Naza, che cancella le persone

Uno degli elementi più agghiaccianti del film riguarda il significato del titolo. Naza identifica le vittime civili considerate accettabili all’interno delle operazioni contro un obiettivo militare. La parola diventa così una categoria funzionale, un termine tecnico capace di trasformare persone reali in una variabile del procedimento.

Il documentario insiste sul peso di questa scelta lessicale perché dentro una parola può nascondersi un intero sistema di pensiero. Una madre, un bambino, una famiglia, un intero gruppo di persone finiscono dentro una definizione astratta. La morte assume la forma di un dato. La responsabilità individuale viene assorbita da una procedura.

NAZA trova la sua intuizione più potente nel raccontare la violenza attraverso il vocabolario che la rende amministrabile. La disumanizzazione passa anche dalla lingua, e il film lascia che siano proprio le parole degli intervistati a mostrare quanto possa diventare fragile il confine tra una procedura militare e la cancellazione dell’individuo.

Gli algoritmi della guerra e la logica del sospetto

Le testimonianze raccolte da Abraham e Szor aprono una finestra sui sistemi tecnologici utilizzati per individuare quelli che vengono considerati obiettivi. Il tracciamento delle cellule telefoniche, l’analisi dei dati e gli algoritmi diventano strumenti attraverso i quali formulare ipotesi sull’identità e sulla posizione di un presunto combattente.

La questione più inquietante riguarda il margine di errore. Quando una tecnologia produce una probabilità, quella probabilità può trasformarsi in una decisione irreversibile. Se un obiettivo viene individuato all’interno di un edificio, l’intero edificio può diventare parte del bersaglio, anche quando al suo interno si trovano decine, centinaia di civili.

Il film porta dunque la tecnologia dentro il cuore del discorso morale. Gli strumenti possono essere sofisticati, le procedure precise, i sistemi estremamente complessi: la decisione finale riguarda comunque corpi umani. NAZA mette in scena proprio questa frizione tra la freddezza della macchina e l’enormità delle sue conseguenze.

I tetti di Tel Aviv e la bellezza inquietante del buio

Dal punto di vista cinematografico, la scelta più significativa è anche quella apparentemente più semplice. Le interviste vengono realizzate durante la notte, sui tetti di Tel Aviv. I protagonisti restano immersi nell’oscurità, in silhouette.

La fotografia produce immagini di grande bellezza, ma è un un cortocircuito. Le luci della città sullo sfondo, il cielo notturno, le figure appena delineate restituiscono una dimensione quasi sospesa. Ogni racconto diventa così più straniante. NAZA trova nell’oscurità una metafora naturale del proprio oggetto: qualcosa viene raccontato mentre qualcosa continua a rimanere nascosto.

Il racconto di NAZA è asciutto, la durata contenuta, la messa in scena essenziale. La forza arriva dalla materia delle testimonianze e dalla lucidità con cui il film osserva il passaggio dalla persona al bersaglio, dal bersaglio al dato, dal dato alla decisione. Nel buio dei suoi tetti, il documentario accende una luce scomoda sui meccanismi della guerra contemporanea e sul prezzo umano nascosto.

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Sommario

Il racconto di NAZA è asciutto, la durata contenuta, la messa in scena essenziale. La forza arriva dalla materia delle testimonianze e dalla lucidità con cui il film osserva il passaggio dalla persona al bersaglio, dal bersaglio al dato, dal dato alla decisione. Nel buio dei suoi tetti, il documentario accende una luce scomoda sui meccanismi della guerra contemporanea e sul prezzo umano nascosto.

Chiara Guida
Chiara Guida
Laureata in Storia e Critica del Cinema alla Sapienza di Roma, è una gionalista e si occupa di critica cinematografica. Co-fondatrice e Direttore Responsabile di Cinefilos.it dal 2010. Dal 2017, data di pubblicazione del suo primo libro, è autrice di saggi critici sul cinema, attività che coniuga al lavoro al giornale.

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