Sin dagli albori, il cinema ha sviscerato le dinamiche di coppia, studiandole da ogni prospettiva e angolazione e interrogandosi su ciò che tiene insieme una relazione e, al contrario, su ciò che può farla crollare. Daniele Luchetti, con Noi, un po’ meglio, torna a muoversi su questo terreno rivolgendo allo spettatore una domanda precisa: fino a che punto amare l’altro può essere un bene anche per noi stessi, in quanto individui?
Nel suo nuovo film, presentato alla 21esima edizione della Festa del Cinema di Roma nella sezione Grand Public, il regista continua così a fare ciò che è ormai diventato una sua cifra stilistica: dissezionare le relazioni, provando a leggere la natura dei legami che costruiamo con l’altro e che, a volte, rischiano di farci perdere la strada. Nel cast ritroviamo Elio Germano e Maria Chiara Giannetta, mentre la sceneggiatura è scritta a otto mani da Enrico Audenino, Davide Lantieri, Serena Patrignanelli e dallo stesso Luchetti. Noi, un po’ meglio arriva su Netflix dal 29 ottobre.
Noi, un po’ meglio, la trama
Simone e Lucia sembrano partire da due idee di vita quasi opposte. Lui è più strutturato, legato alla famiglia e alle certezze; lei è indipendente, respinge le convenzioni e non ha tra le sue priorità quella di diventare madre. Eppure il loro è un rapporto solido, costruito su un amore capace di resistere alle differenze e su una continua, minuziosa e spesso divertente trattativa che attraversa ogni aspetto della vita insieme. Quando però entra in gioco la possibilità di adottare un bambino, quell’equilibrio viene messo davvero alla prova. Nel tentativo di trovare continui compromessi per far funzionare ogni cosa, il percorso di adozione, già complesso di per sé, li mette di fronte a divergenze profonde, paure e desideri che fino a quel momento erano rimasti sullo sfondo.
Noi, un po’ meglio… senza perdere la propria identità
Il significato più bello di Noi, un po’ meglio è insito nel suo titolo. Quando si sceglie di condividere la vita con qualcuno, si accetta inevitabilmente di smussare alcuni lati del proprio carattere e di trovare compromessi capaci di far funzionare la relazione senza incrinarne l’equilibrio. È così che si costruisce un “noi”. Luchetti, però, si concentra soprattutto su ciò che accade quando quei compromessi diventano talmente numerosi da finire per confondere ciò che si desidera davvero.
Attraverso Simone e Lucia, il film suggerisce infatti che venirsi incontro sia necessario, ma solo fino a quando questo non significa perdere di vista la propria identità. Prima di essere parte di una coppia, ciascuno continua a esistere come individuo a sé stante, con desideri, bisogni e limiti che non possono essere messi costantemente da parte nel tentativo di accontentare l’altro. Rendersi migliori per chi si ama può essere una forma d’amore; smettere di riconoscersi pur di tenere in piedi la relazione, invece, rischia di trasformarsi nel suo contrario.
Una scrittura intelligente
È proprio qui che la scrittura trova uno dei suoi aspetti più interessanti. Lucia e Simone sono costantemente sul punto di esplodere, ma il conflitto viene rimandato, soffocato, quasi sempre lasciato a metà. I litigi sembrano sul punto di arrivare e invece si spengono prima ancora di cominciare, tanto che per un momento si potrebbe persino avere l’impressione che la sceneggiatura non riesca davvero ad affondare il colpo. È invece l’esatto contrario: la scrittura diventa l’alter ego di ciò che stanno vivendo i protagonisti. Trattiene, non dice, comprime, continua ad andare avanti proprio come fanno loro con le proprie emozioni. Fino all’esplosione finale, quando tutto ciò che era rimasto incastrato trova finalmente il modo di venire fuori.
Maria Chiara Giannetta ed Elio Germano sono perfetti nei rispettivi ruoli: restituiscono le fragilità, le paure e l’amore sconfinato che Lucia e Simone provano l’uno per l’altra con grande semplicità e naturalezza, diventando quasi uno specchio in cui riconoscersi. In loro è facile ritrovare qualche crepa che, inevitabilmente, ognuno di noi si porta dentro le proprie relazioni. Ma Noi, un po’ meglio, con il suo epilogo positivo, ci ricorda anche che quelle crepe, con il giusto intonaco, possono essere sanate. E questa volta non vale la regola dei cocci rotti: qui le fratture possono davvero scomparire e, forse, rendere tutto persino più bello di prima.
Noi, un po’ meglio
Sommario
Il significato più bello del film è insito nel suo titolo. Quando si sceglie di condividere la vita con qualcuno, si accetta inevitabilmente di smussare alcuni lati del proprio carattere e di trovare compromessi capaci di far funzionare la relazione senza incrinarne l’equilibrio. È così che si costruisce un “noi”. Luchetti, però, si concentra soprattutto su ciò che accade quando quei compromessi diventano talmente numerosi da finire per confondere ciò che si desidera davvero.



