Butterfly Jam: recensione del film di Kantemir Balagov con Barry Keoghan – #RoFF21

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Kantemir Balagov ha lasciato la Russia, ma non ha certo dimenticato di portare le sue origini con sé. Dopo aver diretto Tesnota e La ragazza d’autunno, il regista indicato come “il futuro del cinema russo“, è emigrato negli Stati Uniti in quanto contrario all’invasione perpetrata dal governo del suo paese ai danni dell’Ucraina. Uno spostamento che ha senz’altro avuto un impatto nella realizzazione – seppur a sette anni di distanza dal precedente – del suo terzo lungometraggio: Butterfly Jam. Balagov va infatti qui a narrare di una famiglia (composta in realtà da due fratelli e il figlio adolescente di uno di essi) appartenente alla comunità circassa, gruppo etnico del nord-ovest del Caucaso.

Balagov compie così il suo debutto in lingua inglese, con un’opera presentata prima alla Quinzaine des cinéastes dell’ultimo Festival di Cannes e poi in concorso ad Alice nella Città, prima di arrivare nelle sale italiane dal 22 novembre. Un’opera con cui il regista torna a interrogare il rapporto tra identità e appartenenza, osservando attraverso la storia del suo protagonista il momento in cui un adolescente comincia a scegliere cosa portare con sé nell’età adulta e cosa invece trasformare in qualcosa di nuovo. Un racconto dunque assolutamente nelle corde di Balagov, che tuttavia – pur riconfermando il suo talento come regista – manca stavolta di colpire al cuore come avvenuto con i due precedenti lungometraggi.

La trama di Butterfly Jam

La storia si svolge nella comunità circassa di Newark, il sedicenne Temir (Talha Akdoğan), immigrato di seconda generazione, passa le giornate tra la palestra dove pratica lotta aspirando a un livello agonistico e il fallimentare ristorante etnico del padre Azik (Barry Keoghan) e della zia Zalja (Riley Keough), il primo un genitore single e la seconda in procinto di diventarlo. Azik sogna ancora di risollevare le fortune della sua famiglia, ma è trascinato a fondo dall’amico Marat (Harry Melling) e una sua singola decisione impulsiva cambierà il corso della vita di Temir, dando vita a una storia di orgoglio, eredità e mascolinità.

Barry Keoghan e Riley Keough in Butterfly Jam
Barry Keoghan e Riley Keough in Butterfly Jam

Kantemir Balagov è in cerca di un nuovo equilibrio

C’è differenza tra la lotta libera che il giovane Temir pratica e quella, seppur più emotiva che fisica, con cui deve confrontarsi nella propria famiglia? La risposta, per Kantemir Balagov, sembra essere no. Di famiglia e legami affettivi parla tutto il suo cinema sino ad oggi, dove il contatto fisico diventa un modo esplicito per esprimere tanto l’affetto quanto desideri ancor più profondi e forse repressi. Una lotta che non risparmia nessun membro, di sangue o meno che sia. Ma Temir, immigrato di seconda generazione, inizia ad avvertire una crescente mancanza d’aria in un contesto simile, faticando di conseguenza a trovare una propria identità.

A lui, giovane carico di ambizioni (se propriamente sue o inculcate dal padre è oggetto di discussione), risulta quindi inconcepibile accettare che si possa decidere di rimanere confinati negli spazi angusti in cui ci si è infilati, senza nutrire il desiderio di accedere ad un maggior spazio vitale, ad un tenore più alto. Così, Butterfly Jam diventa lo scontro silenzioso tra un padre e il figlio riguardo al come gestire la propria vita, la propria mascolinità, con Balagov che torna dunque a riflettere sulla genitorialità proponendo una nuova incursione sul tema, invogliato anche dal nuovo contesto che lo accoglie.

Un contesto in cui Balagov inserisce però giustamente un mondo che ben conosce, ovvero quello della comunità circassa di cui fa parte. Proprio nella rappresentazione di questa, tuttavia, il regista sembra dare per scontato troppi elementi, mancando di approfondire gli aspetti più identificativi e in generale la cultura di questa etnia – ad esempio il codice d’onore e la fratellanza – con il risultato di non caratterizzare adeguatamente né questa comunità né i suoi membri. Rimane dunque in superficie, come se avesse il timore di soffocare il contesto americano con una cultura che, invece, avrebbe potuto contribuire tanto a conferire un carattere di unicità al film quanto a sostenere il senso di smarrimento provato dal protagonista.

Talha Akdogan in Butterfly Jam
Talha Akdogan in Butterfly Jam

Butterfly Jam affascina più che emozionare, ma conferma il talento del suo regista

I personaggi di Butterfly Jam, pur caratterizzati da una certa profondità, sembrano così muoversi in una dimensione isolata dal mondo circostante. Manca quella stratificazione di dettagli che avrebbe potuto emergere da una rappresentazione più articolata della comunità e dai rapporti che si sviluppano al di fuori dell’ambito familiare. Se la scrittura di Balagov assieme alla scrittrice Marina Stepnova non esalta dunque queste possibilità, il regista si conferma tuttavia dotato di un talento raro, di un gusto per l’immagine che continua a renderlo interessante e meritevole di essere continuamente tenuto nei nostri radar.

Ci sono sequenze, immagini o anche solo brevi inquadrature in Butterfly Jam di grande impatto, che si accostano stavolta ad una serie di graditi omaggi più o meno velati al cinema di Martin Scorsese e, ancor di più di James Gray, in particolare del suo esordio Little Odessa, con protagonista una famiglia ebraica di origine russa. Allo stesso tempo, Balagov dimostra di non avere paura a concedersi anche alcuni elementi di sorpresa, incursioni nel kitsch o sviluppi narrativi sopra le righe. Il tutto viene però circondato da una dolcezza di fondo, da una volontà di decostruire la virilità classica, che convince.

Certo, risulta difficile perdonargli un inspiegabile inserimento di Monica Bellucci, ma sono dettagli da trascurare, soprattutto – per rimanere in tema di attori – considerando le ottime interpretazioni di Barry Keoghan, Riley Keough e del giovane Talha Akdoğan, che donano anima e cuore ai rispettivi personaggi. Insomma, Balagov sembra dunque trovarsi in una fase di transizione dal cinema russo a quello statunitense, o comunque più internazionale, con però l’obiettivo di non dimenticare né sacrificare le proprie origini. Butterfly Jam non sarà il più riuscito degli esperimenti, ma non toglie dunque nulla al talento del suo autore.

Butterfly Jam
2.5

Sommario

Butterfly Jam conferma il talento visivo di Kantemir Balagov, sostenuto da immagini suggestive e interpretazioni intense, ma fatica a emozionare quanto i suoi precedenti film. Il racconto del conflitto generazionale e della ricerca identitaria risente di una rappresentazione superficiale della comunità circassa e del suo contesto culturale. Pur con alcune debolezze narrative, il film convince per la sensibilità con cui affronta la mascolinità e i legami familiari, confermando il potenziale di un regista in evoluzione.

Gianmaria Cataldo
Gianmaria Cataldo
Laureato con lode in Storia e Critica del Cinema alla Sapienza e iscritto all’Ordine dei Giornalisti del Lazio come giornalista pubblicista. Dal 2018 collabora con Cinefilos.it, assumendo nel 2023 il ruolo di Caporedattore. È autore di saggi critici sul cinema pubblicati dalla casa editrice Bakemono Lab.

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