Ci sono film brutti, film buoni e poi ci sono i grandi film, i capolavori, quelli che si scolpiscono un posto nella storia del cinema. Come ottenere questi ultimi? Basta gettare il cuore oltre l’ostacolo, come si sostiene in Rocky sono io. Non è semplice e non sempre si sa quando e come farlo, ma arriva un momento in cui si viene messi davanti alla consapevolezza che se non siamo i primi a credere in noi stessi, nessun altro lo farà per noi. Nel 1975 il giovane, sconosciuto e squattrinato Sylvester Stallone ha così dovuto trovare la forza di credere nelle sue capacità e nel suo sogno e così facendo, tra innumerevoli peripezie, è nato Rocky, oggi considerato uno dei più grandi capolavori del cinema, a tal punto da meritarsi ora un film sulla sua genesi.
In arrivo nelle sale italiane dal 31 dicembre di quest’anno, il film è passato prima al Toronto International Film Festival, per poi fare tappa alla Festa del Cinema di Roma, mostrandosi così in anteprima al pubblico italiano. A dirigere questa operazione c’è Peter Farrelly, il regista di commedie come Tutti pazzi per Mary e Scemo & + scemo, poi vincitore dell’Oscar come Miglior film e Miglior sceneggiatura per Green Book. Farrelly, che stavolta si affida alla sceneggiatura scritta da Peter Gamble, va a riprendere proprio i toni di quest’ultimo titolo, confezionando un film che si muove abilmente tra dramma e commedia, con l’obiettivo di raccontare la storia dell’underdog per eccellenza. Risultato riuscito? Sì, ma con più di qualche asterisco.
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La trama di Rocky sono io
Il film racconta l’incredibile storia vera di Sylvester Stallone, interpretato da Anthony Ippolito, un attore sconosciuto con una convinzione incrollabile: non era destinato soltanto a scrivere Rocky, doveva essere lui Rocky Balboa. Di fronte a una porta chiusa dopo l’altra, Stallone decide di rischiare tutto e scommettere su se stesso, insistendo per interpretare personalmente il personaggio nonostante ostacoli apparentemente insormontabili. La sua diventa così la storia di un uomo che, prima ancora di portare Rocky sul grande schermo, ha dovuto combattere come Rocky per trasformare un sogno impossibile in realtà.
La storia dell’underdog per eccellenza
La storia è generalmente nota: il trentenne Sylvester Stallone ha un desiderio incontenibile di fare della recitazione la sua vita, ma ha poche esperienze sulle spalle e ancor meno soldi in tasca. Per cercare allora di garantirsi un ruolo da protagonista, se lo scrive, ispirato anche da un incontro di Muhammad Alì contro Chuck Wepner visto in televisione. La sceneggiatura viene giudicata ottima, ma Stallone dovrà faticare per convincere i produttori di essere in grado di interpretare il ruolo principale. Tra mille peripezie, rifiuti, infortuni e insicurezza crescente, alla fine il film arriva sul grande schermo e il resto è storia.
La storia di Rocky trova così un perfetto parallelo nella reale battaglia combattuta da Stallone per cercare di affermarsi e dimostrare di valere qualcosa. La perseveranza, la fiducia nelle proprie capacità e la disponibilità a sostenere un rischio per difendere un progetto sono dunque gli elementi che rendono la sua storia ancora attuale e universale, permettendo al pubblico di potersi facilmente immedesimare nel protagonista e poter esclamare “Rocky sono io”.
Farrelly punta proprio su questo aspetto, esaltando i valori alla base della storia di Rocky e riportandoli in episodi come la povertà iniziale e la vendita dell’amato cane Buktus, il rapporto con la moglie Sasha (una convincente AnnaSophia Robb), i continui no alle offerte dei produttori per vendergli la sceneggiatura e infine le riprese del film, tra problemi logistici ed economici. Ognuna di queste fasi del racconto viene costruita per suscitare emozioni ed immedesimazione, talvolta sfociando nel didascalico, in altri casi raggiungendo una sincerità capace effettivamente di far luccicare gli occhi.
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Rocky sono io è sorretto da un valido cast di attori
Farrelly, naturalmente, non dimentica di inserire in Rocky sono io diversi elementi comici, con battute che strappano più di una risata a bocca aperta, a partire dalla confessione di Stallone ai produttori di non aver mai praticato la boxe, per il loro sgomento e il divertimento del pubblico in sala. Una comicità resa possibile anche grazie alla scelta degli interpreti, tra cui sono da citare P. J. Byrne e Toby Kebbell nei ruoli di Irwin Winkler e Robert Chartoff, produttori di Rocky, ma anche Jay Duplass in quelli del regista John G. Avildsen.
Personaggi di contorno ben caratterizzati, che aiutano il film a mantenere quella leggerezza necessaria a farne un’opera piacevole da guardare anche al di là dell’interesse cinefilo. Naturalmente, tutti gli occhi sono puntati su Anthony Ippolito, attore ventisettenne che dopo aver interpretato Al Pacino nella serie The Offer (incentrata sulla realizzazione di Il padrino, film tra l’altro più volte citato con riusciti intenti comici in Rocky sono io), si cimenta stavolta con il ruolo che potrebbe consentirgli l’accesso ad un livello successivo nella scalata verso la popolarità.
La sua interpretazione di Stallone può all’inizio risultare straniante, ma col senno di poi il lavoro da lui svolto sul modo di parlare e di muoversi risulta sempre più convincente. Sebbene in certe sequenze – principalmente quelle legate alle riprese, dove il confronto con l’originale si rende inevitabile – questa convinzione venga meno, in generale la sua interpretazione si rende apprezzabile per il non aver cercato di fare un’imitazione di Stallone, ma di reinterpretarlo alla luce degli eventi che gli capitano.
Un film per cinefili
Con Rocky sono io, dunque, ci si diverte e ci si emoziona, ci si esalta e ci si ricorda dell’importanza di credere nelle proprie capacità. È un film ben confezionato, che dedica il giusto tempo ad ognuna delle proprie parti e restituisce un’esperienza di visione indubbiamente gradevole. Certo, resta in ogni caso un progetto che susciterà l’interesse quasi esclusivo dei fan della saga di Rocky, mentre è difficile che possa interessare chi non ha un legame con essa. Nel migliore dei casi, tuttavia, potrebbe rappresentare l’occasione per far conoscere ad una nuova generazione il capolavoro del 1976.
In fin dei conti, tutto quello che c’era da dire e insegnare sui valori proposti, è stato già detto e insegnato proprio in quel film. Rocky sono io ripete quanto già fatto, aggiunge sì dei retroscena cinefili (alcuni particolarmente affascinanti) ma si limita a questo, senza proporre un punto di vista nuovo. Il che va comunque benissimo, anche solo per ricordarci di essere sempre grati a Stallone per aver gettato il cuore oltre l’ostacolo e averci permesso di godere di quel gioiello cinematografico che è Rocky.
Rocky sono io
Sommario
Rocky sono io è un film piacevole e coinvolgente, capace di alternare emozione e comicità grazie a un cast convincente e al racconto della determinazione di Stallone. Pur risultando a tratti didascalico, resta un’opera soprattutto per cinefili e fan della saga, che aggiunge retroscena interessanti senza aggiungere poi molto alla forza dell’originale.
