Melania Rea: recensione dei primi due episodi – #RoFF21

Stefano Mordini porta sullo schermo la storia di Melania Rea con un racconto misurato, che ripercorre il femminicidio del 2011 senza mai perdere di vista la donna dietro il caso di cronaca

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La Festa del Cinema di Roma sembra aver scelto una direzione precisa. Quest’anno, all’interno della kermesse capitolina, trovano spazio diverse storie, reali e di finzione, che affrontano una delle piaghe più profonde del nostro tessuto sociale: la violenza di genere. Tra queste c’è Melania Rea, la nuova serie HBO Original prodotta da Simona Ercolani e Teresa Carducci e diretta da Stefano Mordini, con Maria Esposito nel ruolo di Melania Rea e Daniele Rienzo in quello di Salvatore Parolisi. Suddivisa in quattro episodi, la serie è presentata nella sezione Freestyle Serie.

Melania Rea, la trama

L’omicidio di Melania Rea lo conosciamo tutti. Nel 2011, il suo corpo venne ritrovato in un bosco a Ripe di Civitella e l’Italia intera si strinse attorno alla famiglia Rea. Il dolore sembrava essere lo stesso per tutti: era morta una donna, una madre, una persona piena di vita. La storia parte proprio da lì, dall’allarme lanciato quel giorno dal marito Salvatore Parolisi, poi condannato per il suo omicidio. Intrecciando passato e presente, la serie ripercorre la vita di Melania e gli eventi che hanno condotto alla sua tragica morte.

Melania Rea e il racconto della violenza di genere

La storia di Melania Rea è una delle pagine più nere della cronaca italiana. Nel 2011 ha turbato profondamente l’opinione pubblica, lasciando una ferita che, a distanza di anni, continua a fare male. Ma è anche una di quelle vicende che hanno contribuito a squarciare il velo su una realtà che ancora oggi fatichiamo a estirpare: la violenza di genere. Le notizie di femminicidi continuano a susseguirsi e a ricordarci quanto il fenomeno sia ancora radicato, nonostante negli anni siano cresciuti l’attenzione, il dibattito e il lavoro di sensibilizzazione.

Melania Rea

Anche il cinema e la serialità sono diventati, in questo senso, strumenti importanti. Non soltanto perché raccontano queste storie, ma perché possono provare a interrogarsi su ciò che le precede: sulle dinamiche che sono campanelli d’allarme chiari e su tutti quei comportamenti che troppo spesso vengono riconosciuti soltanto quando è ormai troppo tardi. La 21esima edizione della Festa del Cinema di Roma sembra muoversi proprio lungo questa traiettoria. Si è aperta con Il rumore delle cose nuove di Paolo Genovese, film corale in cui trova spazio anche il racconto di un uomo violento, mentre arriverà poi Se domani non torno, dedicato alla storia di Giulia Cecchettin. Vicende e linguaggi diversi, ma accomunati dalla necessità di aprire un dialogo con chi guarda. Anche Melania Rea si inserisce in questo percorso e, almeno nei primi due episodi visionati, lo fa con una precisione e delicatezza che diventa uno dei suoi punti di forza.

Una regia discreta che lascia parlare il dolore

Stefano Mordini sceglie infatti una regia pulita, discreta ma mai distante. Segue i fatti senza cercare l’enfasi, soprattutto quando si tratta di raccontare Melania, restituendole prima di tutto la sua dimensione di donna. Nei primi momenti è piena di speranza, di amore, di aspettative; poi quella luce comincia lentamente ad affievolirsi, schiacciata da una solitudine sempre più evidente. Eppure la serie evita di ridurla al destino che già conosciamo: c’è rispetto nello sguardo della macchina da presa, ci sono i silenzi giusti e la sceneggiatura non forza mai il dolore della famiglia Rea dopo la scoperta dell’omicidio, lasciando che siano spesso i vuoti e le reazioni trattenute a raccontarlo.

Melania Rea serieAnche la fotografia, dominata da tonalità grigio-bluastre, accompagna questo progressivo incupirsi della storia. Gli ambienti diventano quasi un’estensione dello stato d’animo dei personaggi: prima traducono l’inquietudine che accompagna la scomparsa, poi il dolore dei familiari, ma finiscono anche per riflettere la cupezza e l’ambiguità che avvolgono Salvatore Parolisi. Daniele Rienzo ne restituisce bene le zone d’ombra, senza essere mai eccessivamente istrionico, lasciando che la sua doppia vita emerga progressivamente.

Maria Esposito è una sorpresa. La sua napoletanità restituisce bene il carattere di Melania, e la dolcezza nel suo sguardo, insieme a una recitazione più in sottrazione, dimostra che l’attrice sta maturando a livello artistico e soprattutto che sa passare con naturalezza da un registro all’altro, allontanandosi dalla Rosa Ricci di Mare Fuori. E forse è proprio qui che Melania Rea trova, almeno nei primi due episodi, la sua scelta più importante: raccontare Melania non soltanto attraverso quell’ingiusto epilogo, ma provando prima di tutto a restituirle una vita, una personalità e una voce.

Melania Rea
3.5

Sommario

Stefano Mordini sceglie una regia pulita, discreta ma mai distante. Segue i fatti senza cercare l’enfasi, soprattutto quando si tratta di raccontare Melania, restituendole prima di tutto la sua dimensione di donna.

Valeria Maiolino
Valeria Maiolino
Classe 1996, laureata in Arti e Scienze dello Spettacolo alla Sapienza con una tesi su Judy Garland, scrive per Auto.it, InMoto.it, Corriere dello Sport e Tuttosport. Redattrice di Cinefilos.it, ha pubblicato i romanzi Quello che mi lasci di te (2021) e Al di là del mare (2022).

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