Sants: recensione del film di Mikel Gurrea – #RoFF21

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Con Sants, presentato nel Concorso Progressive Cinema della Festa del Cinema di Roma, il regista spagnolo Mikel Gurrea torna dietro la macchina da presa dopo Suro, firmando un’opera che mette al centro il bisogno di appartenenza e la difficoltà di trovare un posto nel mondo quando la vita sembra aver consumato ogni possibilità di riscatto. Ambientato a Barcellona, il film intreccia così il racconto di una donna costretta a tornare alle proprie origini con una riflessione sul valore della solidarietà e sulla funzione dei simboli religiosi in una società attraversata dall’indifferenza. Ne emerge un film ambizioso, interessato a interrogare il significato della fede al di fuori delle istituzioni e a chiedersi se una comunità possa davvero offrire un’alternativa alla solitudine individuale.

Il titolo originale, Sants, racchiude già una parte significativa del progetto: in catalano significa santi, ma identifica anche il quartiere di Barcellona nel quale si svolge la vicenda. È uno spazio urbano che diventa progressivamente il punto d’incontro tra persone accomunate da difficoltà economiche, ferite personali e dalla necessità di trovare un sostegno reciproco. Gurrea utilizza così l’iconografia religiosa per affrontare questioni che superano il rapporto con la spiritualità, interrogandosi sul ruolo della speranza quando le risposte offerte dalle istituzioni vengono meno. Il risultato è un dramma che ambisce a coniugare tensione narrativa e riflessione sociale, affidando alle contraddizioni dei suoi personaggi il compito di mettere alla prova la possibilità di una solidarietà autentica.

La trama di Sants

Lali (Victoria Luengo) conduce un’esistenza nomade, senza riuscire a costruire legami stabili. La notizia della malattia della madre la costringe a interrompere questa fuga continua e a tornare a Barcellona, nel quartiere di Sants, dove si trova la donna. Qui entra in contatto con Rosario (Eulàlia Ramon), un’ex suora che dirige una banda di ladri di statue e immagini religiose e che, nonostante le proprie attività illegali, si prende cura delle persone in difficoltà. L’aiuto che Rosario offre alla madre di Lali apre alla protagonista la possibilità di sentirsi parte di una comunità, un’esperienza nuova per chi ha sempre vissuto affidandosi esclusivamente a se stessa. Ma il legame che si crea intorno alla donna malata e alla figura carismatica di Rosario porta con sé interrogativi destinati a incrinare questa apparente solidarietà.

Quando la fede diventa una forma di resistenza

Uno degli aspetti più interessanti del film di Mikel Gurrea risiede nel modo in cui mette in relazione il furto di opere religiose con la loro funzione simbolica. Le statue e le icone che la banda sottrae al proprio contesto originario sono oggetti dotati di un valore economico, ma la loro importanza non si esaurisce nella possibilità di rivenderle. Per Rosario, che conosce il mondo della religione anche dall’interno, quelle immagini conservano una capacità di parlare alle persone, offrendo un appiglio a chi attraversa momenti in cui ogni certezza sembra essersi dissolta.

La loro sacralità non dipende necessariamente dalla collocazione in una chiesa o dal riconoscimento di un’autorità religiosa: può sopravvivere anche al di fuori di quei luoghi, trasformandosi in una risorsa emotiva per chi ne ha bisogno. In questo senso, Sants richiama per alcuni aspetti La chimera di Alice Rohrwacher, soprattutto nell’attenzione rivolta agli oggetti che sopravvivono al tempo e alla loro capacità di mettere in comunicazione il presente con una dimensione più profonda, difficile da ridurre a una spiegazione razionale. Il film, tuttavia, utilizza questa suggestione per spostare il discorso verso il rapporto tra spiritualità e organizzazione collettiva.

La comunità di Rosario si costituisce proprio là dove le strutture istituzionali hanno smesso di rispondere ai bisogni degli individui, rendendo la solidarietà una necessità concreta prima ancora che un principio morale. Lali si trova così davanti alla possibilità di sperimentare un’esistenza diversa, nella quale la vulnerabilità non debba essere nascosta e l’aiuto ricevuto possa diventare il fondamento di un legame. Resta però da capire se questa apertura rappresenti una possibilità reale di cambiamento o se sia soltanto una parentesi destinata a interrompersi di fronte alle difficoltà della vita quotidiana.

Il film di Mikel Gurrea soffre di limiti della scrittura

La questione centrale di Sants riguarda dunque la possibilità di appartenere a una comunità senza rinunciare alla propria autonomia. Lali, abituata a sopravvivere contando soltanto su se stessa, si confronta con la rete di solidarietà costruita da Rosario, che offre sostegno a chi è stato abbandonato dalle istituzioni. Questa comunità, tuttavia, nasce anche da attività illegali e porta con sé contraddizioni morali che avrebbero potuto alimentare il conflitto narrativo, mettendo la protagonista di fronte ai rischi e alle responsabilità del fidarsi degli altri.

Nonostante la rilevanza dei temi, dalla precarietà economica alla crisi dei legami sociali, Mikel Gurrea fatica a tradurli in una narrazione incisiva. La sceneggiatura non approfondisce pienamente le contraddizioni dei personaggi e il conflitto rimane spesso più teorico che emotivo, indebolendo il percorso di Lali e la complessità di Rosario. La regia trova invece alcuni risultati convincenti nell’uso degli spazi e nella fisicità degli attori, mentre Victoria Luengo, Ariadna Gil (nota per Il labirinto del fauno) ed Eulàlia Ramon contribuiscono a dare credibilità al contesto umano della vicenda.

Il limite principale di Sants è dunque lo scarto tra le ambizioni tematiche e la loro realizzazione cinematografica. La riflessione sul sacro, sulla cura e sul bisogno di appartenenza è interessante, ma il ritmo discontinuo e una scrittura non sempre efficace impediscono al film di sviluppare tutta la tensione necessaria. Il lungometraggio si distingue allora per le buone interpretazioni e per le questioni che solleva, senza però riuscire a esprimerne appieno il potenziale. Rimane così un’opera promettente, ma meno incisiva di quanto i suoi temi avrebbero meritato.

Sants
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Sommario

Sants di Mikel Gurrea affronta temi interessanti come la solitudine, la fede e il bisogno di appartenenza, sostenuto da buone interpretazioni e da una regia attenta agli spazi. La scrittura poco incisiva e un ritmo narrativo discontinuo, tuttavia, impediscono al film di esprimere pienamente il suo potenziale.

Gianmaria Cataldo
Gianmaria Cataldo
Laureato con lode in Storia e Critica del Cinema alla Sapienza e iscritto all’Ordine dei Giornalisti del Lazio come giornalista pubblicista. Dal 2018 collabora con Cinefilos.it, assumendo nel 2023 il ruolo di Caporedattore. È autore di saggi critici sul cinema pubblicati dalla casa editrice Bakemono Lab.

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