“Se domani sono io, se domani non torno, distruggi tutto. Se domani tocca a me, voglio essere l’ultima”. Questo stralcio, scritto nel 2017 dall’attivista peruviana Cristina Torres Cáceres, risuona ancora oggi nella memoria collettiva, soprattutto perché nel 2023 venne rilanciato da Elena Cecchettin dopo la morte della sorella Giulia. Oggi, quello stesso discorso in cui viene citata la poesia diventa uno dei passaggi più potenti del nuovo film di Paola Randi, Se domani non torno, liberamente ispirato al libro Cara Giulia, scritto da Gino Cecchettin. A interpretare Giulia è Sabrina Martina, mentre Filippo Timi presta il volto a Gino Cecchettin, Tecla Bossi a Elena e Tommaso Allione a Davide. La sceneggiatura è firmata da Lisa Nur Sultan e il film, passato alla 21esima edizione della Festa del Cinema di Roma, arriverà il 5 novembre, a tre anni dalla morte di Giulia.
Se domani non torno, la trama
La storia di Giulia Cecchettin ha lasciato una ferita aperta nel nostro Paese. Ma è anche grazie all’impegno della sua famiglia, che ha scelto di trasformare quel dolore in una voce pubblica, se il suo femminicidio ha contribuito ad accendere ancora di più il dibattito su una cultura patriarcale molto radicata nella nostra società. Un impegno che ha spinto a riconoscerne i meccanismi, a smettere di minimizzarli e a non fingere più che non esistano.
Giulia resta il centro del racconto
Lo spiegò bene Elena Cecchettin parlando ai giornalisti e, attraverso loro, all’Italia intera: chi ha ucciso Giulia non è un mostro, ma “figlio sano della società patriarcale”. Un concetto importante perché sposta lo sguardo dall’eccezionalità dell’atto al sistema culturale nel quale certi comportamenti trovano il giusto terreno per svilupparsi. E anche il cinema, così come la serialità, sta iniziando a compiere passi più incisivi in questa direzione, portando sul grande e piccolo schermo storie di donne libere la cui libertà è stata progressivamente limitata da dinamiche di possesso, controllo e sopraffazione.
Se domani non torno sceglie di farlo prendendo una decisione precisa: Filippo Turetta non compare mai. Non gli viene concesso un volto e persino il suo nome resta quasi completamente fuori dal racconto, sostituito da un «lui» o da «l’ex». Perché il punto non è dare centralità a chi ha commesso il femminicidio, né trasformarlo nel personaggio attorno al quale costruire la storia. Il centro rimane Giulia e, insieme a lei, ciò che quella vicenda può ancora insegnare. Il film prova così a illuminare soprattutto i comportamenti che precedono la violenza, quei segnali che possono essere confusi con l’amore, ma che nascondono invece forme di controllo.
È qui che il racconto di Giulia prova a trasformarsi anche in uno strumento per chi guarda: aiutare altre donne a riconoscere determinati campanelli d’allarme, a decodificare ciò che in una relazione non è sano e, magari, a riconoscersi prima che sia troppo tardi. Non a caso, uno dei passaggi più significativi del film è una scena ripresa dall’alto in cui vediamo Giulia, con il suo impermeabile giallo, lasciare la sorella al parco per raggiungere quello che diventerà il suo assassino. Mentre la osserviamo allontanarsi, in sovrimpressione e in voice over emergono tutti i motivi reali per cui Giulia sa di dover interrompere quella relazione. La scena assume così un significato potentissimo: mette davanti allo spettatore, uno dopo l’altro, quei segnali che lei aveva già riconosciuto e che oggi possiamo imparare a riconoscere anche noi.
Dal dolore alla forza di fare rumore
Il punto focale di Se
domani non torno, però, non è mai soltanto il dolore
provocato dalla tragedia. È soprattutto la forza con cui la
famiglia Cecchettin ha scelto di attraversarlo,
trasformando un lutto privato in una battaglia capace di
sensibilizzare l’opinione pubblica. La dignità con cui Gino ed
Elena Cecchettin hanno portato quel dolore e lo hanno trasformato
in una voce contro la violenza sulle donne viene restituita con una
delicatezza disarmante prima di tutto da Filippo Timi, ma anche da Tecla Bossi. Entrambi
lavorano molto sulle espressioni e sugli sguardi, dove sofferenza e
volontà di reagire finiscono continuamente per incontrarsi.
Non c’è niente di urlato, niente di eccessivo. C’è piuttosto la
compostezza di una famiglia che reagisce, e che gli interpreti
restituiscono entrando nei propri ruoli quasi in punta di piedi,
con delicatezza ma senza rinunciare alla forza necessaria per far
arrivare ciò che stanno raccontando.
Se domani non torno diventa così un racconto nel nome di Giulia Cecchettin e, attraverso di lei, di tutte le donne: un modo per provare a smascherare quella cultura che rende possibile la violenza molto prima che la violenza stessa si manifesti. Ma soprattutto è un invito a a fare esattamente ciò che Elena Cecchettin chiese dopo la morte della sorella: “Per Giulia non fate un minuto di silenzio. Fate rumore”. E allora, facciamo rumore.
Se domani non torno
Sommario
Se domani non torno diventa un racconto nel nome di Giulia Cecchettin e, attraverso di lei, di tutte le donne: un modo per provare a smascherare quella cultura che rende possibile la violenza molto prima che la violenza stessa si manifesti.



