Ci sono estati che sembrano destinate a cambiare tutto e che, proprio mentre dovrebbero aprire le porte alla vita adulta, finiscono per trasformarsi in un tempo immobile, attraversato da desideri inconfessati e domande senza risposta. È in questo spazio di transizione che si colloca The Color of the Sun, esordio nel lungometraggio del regista canadese Xavier Tera, presentato nella sezione Orizzonti dell’83ª Mostra del Cinema di Venezia e poi nella sezione “Sintonie” di Alice nella Città.
Ambientato a Okinawa, nel sud del Giappone, il film segue un adolescente alle prese con il lutto, le prime esperienze sessuali e l’incapacità di riconoscere ciò che realmente desidera. La sua è una vicenda di formazione che sceglie deliberatamente di sottrarsi alle strutture più convenzionali del genere, privilegiando sensazioni, silenzi e immagini dalla forte impronta autoriale. Una scelta che produce momenti di notevole fascino, ma che finisce anche per rendere il racconto meno incisivo di quanto le sue premesse lascino sperare.
Il film affronta l’identità personale e sessuale intrecciandola alla dimensione politica e culturale di un territorio segnato dalla presenza militare statunitense, eredità di un passato storico che continua a condizionare il rapporto tra Okinawa e il resto del Giappone. Il protagonista si muove in un ambiente nel quale anche il senso di appartenenza sembra incerto, mentre il suo corpo diventa il luogo di un conflitto che non riesce ancora a tradurre in parole.
La fotografia di Sayombhu Mukdeeprom, collaboratore di Luca Guadagnino e Apichatpong Weerasethakul, costruisce un universo visivo sensuale, fatto di luce, sudore e superfici che sembrano riflettere un’identità sfuggente. Eppure, dietro questa ricercatezza, si avverte una certa difficoltà nel trasformare le intuizioni tematiche in un’esperienza narrativa davvero coinvolgente. The Color of the Sun è dunque un’opera interessante, capace di trovare immagini suggestive, ma non sempre altrettanto efficace nel dare forma al tumulto interiore del suo protagonista.
La trama The Color of the Sun: l’ultima estate prima dell’età adulta
È il 2012 e Kamei, interpretato da Naoto Shimajiri, trascorre le vacanze che precedono l’ultimo anno di liceo in uno stato di profonda apatia, incapace di ritrovare un equilibrio dopo la morte del padre avvenuta quasi un anno prima. Il rapporto con la madre è distante, quello con il nonno, impegnato nella costruzione di un centro comunitario, procede tra incomprensioni, mentre la relazione con Sayaka sembra esistere più per abitudine che per autentico desiderio.
L’arrivo di Colin (West Mulholland), adolescente americano che vive nei pressi di una base militare statunitense, introduce nella sua quotidianità una presenza magnetica, capace di alimentare un’attrazione che Kamei non sa riconoscere né affrontare. Tra incontri ambigui, tentativi di avvicinamento e confronti sempre più accesi, il ragazzo si ritrova a fare i conti con una sessualità ancora indefinita e con un’identità che non riesce a ricomporre. Il film segue questo percorso senza cercare risposte immediate, lasciando che siano i gesti, le reazioni e le tensioni irrisolte a suggerire ciò che il protagonista non riesce a esprimere.
Un’estetica sensoriale tra identità e appartenenza
L’aspetto più riuscito di The Color of the Sun risiede nella capacità di Xavier Tera di costruire un ambiente che rispecchia visivamente la condizione del protagonista, facendo dialogare la sua inquietudine individuale con le contraddizioni del territorio in cui vive. Le basi militari, gli aerei da combattimento che interrompono la quiete estiva e gli spazi delimitati da pareti e strutture di cemento introducono una sensazione di costrizione che contrasta con la libertà normalmente associata all’adolescenza.
Okinawa non è un semplice sfondo esotico, ma un luogo attraversato da una storia di occupazione e da tensioni politiche che il film lascia emergere senza trasformarle in un discorso esplicativo. In questo contesto, la difficoltà di Kamei nel capire chi sia diventa il riflesso di una più ampia incertezza sull’appartenenza, sul rapporto con le proprie radici e sulla possibilità di immaginare un futuro autonomo. È un’intuizione significativa, anche se il racconto non sempre riesce a svilupparne tutte le implicazioni, lasciando sullo sfondo questioni che avrebbero meritato maggiore attenzione.
A sostenere questa visione interviene soprattutto il lavoro di Sayombhu Mukdeeprom, che restituisce alla pellicola una consistenza quasi tattile attraverso corpi sudati, luce abbagliante, tende mosse dal vento e ambienti nei quali la sensualità convive con un senso persistente di disagio. Il formato dell’immagine e la composizione delle inquadrature contribuiscono a isolare Kamei, trasformando spesso gli spazi aperti in luoghi di chiusura emotiva anziché di liberazione.
Anche la colonna sonora elettronica dei Verses GT accompagna questa sospensione, rafforzando l’impressione di un’estate in cui il tempo sembra dilatarsi senza produrre una vera evoluzione. Tra i momenti più efficaci emerge il confronto notturno sulla spiaggia, quando i due ragazzi si affrontano attorno a un falò, in una scena dove aggressività, gioco e desiderio si confondono. Tuttavia, la ricerca estetica rischia talvolta di diventare autoreferenziale: le immagini suggeriscono molto, ma la rarefazione del racconto impedisce spesso di cogliere con sufficiente chiarezza le motivazioni e i conflitti che dovrebbero animarle.
Un esordio promettente, frenato da un racconto troppo rarefatto
La prova di Naoto Shimajiri costituisce uno dei punti di forza del film, perché l’attore restituisce con il corpo e con lo sguardo la difficoltà di un adolescente incapace di trovare un linguaggio per le proprie emozioni. La sua interpretazione, trattenuta e a tratti respingente, è coerente con il personaggio, mentre West Mulholland offre un contrappunto più espansivo, rendendo credibile la fascinazione che Colin esercita su Kamei.
Anche la scelta di evitare una definizione netta della sessualità del protagonista può rivelarsi produttiva: il film coglie la confusione di un desiderio che precede la consapevolezza e non sempre coincide con le categorie attraverso cui si cerca di comprenderlo. Il problema nasce quando l’ambiguità smette di aprire possibilità interpretative e diventa una strategia che sottrae allo spettatore quasi ogni appiglio emotivo. La lentezza, di per sé legittima, finisce così per appesantire una storia che avrebbe bisogno di qualche scarto narrativo in più per dare concretezza al proprio tormento.
A questo si aggiunge una certa familiarità con il cinema di formazione contemporaneo, soprattutto quello che associa l’esplorazione queer a estati malinconiche, corpi inquieti e paesaggi carichi di suggestioni. I richiami a Chiamami col tuo nome e a We Are Who We Are non esauriscono il valore dell’opera, ma rendono evidente quanto Tera fatichi talvolta a distinguere la propria sensibilità da un’estetica ormai riconoscibile. Eppure, il film conserva una prospettiva interessante proprio quando mette in relazione il desiderio individuale con le tensioni storiche di Okinawa, mostrando come la difficoltà di sentirsi a casa possa attraversare tanto la sfera intima quanto quella collettiva.
Anche il motivo del daltonismo di Kamei, che confonde il blu con il giallo, trova nel finale una risonanza visiva capace di restituire almeno in parte il senso di un percorso incompiuto. The Color of the Sun rimane così un esordio discontinuo: più convincente nella fotografia e nelle intuizioni che nella costruzione drammatica, ma sufficientemente personale da lasciare intravedere un autore da seguire, a patto che in futuro sappia affidare alle immagini una storia altrettanto solida.
The Color of the Sun
Sommario
The Color of the Sun è un esordio visivamente potente, che intreccia il tormento adolescenziale di Kamei alle contraddizioni storiche e culturali di Okinawa. La narrazione è però troppo rarefatta e a tratti derivativa, pur lasciando emergere uno sguardo autoriale interessante.
