Paramount-Warner Bros., cosa cambia davvero con l’accordo che apre la strada alla più grande fusione della storia di Hollywood

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La fusione tra Paramount e Warner Bros. Discovery ha superato uno degli ostacoli più delicati del suo percorso. Paramount ha raggiunto un accordo con una coalizione di 12 Stati americani che aveva promosso un’azione antitrust contro l’operazione, aprendo così la strada al completamento di quella che viene descritta come la più grande concentrazione mai avvenuta nell’industria hollywoodiana. L’accordo, che deve ancora ricevere l’approvazione del giudice competente, non si limita però a consentire alla fusione di procedere: impone al nuovo gruppo una serie di obblighi molto concreti su produzione cinematografica, distribuzione in sala, tutela dei lavoratori, gestione dei canali televisivi e indipendenza editoriale di CNN e CBS News.

È proprio questo a rendere il caso particolarmente interessante per il futuro di Hollywood. Le condizioni negoziate cercano infatti di rispondere al timore che l’unione di due major possa tradursi nel risultato già visto in altre grandi concentrazioni: meno film, meno concorrenza, riduzione degli organici e maggiore controllo delle finestre distributive. Paramount-Warner Bros. sarà invece obbligata, almeno per cinque anni, a mantenere un livello minimo di produzione e distribuzione cinematografica, con sanzioni economiche e persino possibili dismissioni qualora gli impegni non vengano rispettati.

Paramount-Warner Bros. dovrà produrre almeno 30 film all’anno e aumentare gli investimenti negli Stati Uniti

Il punto più importante per il cinema riguarda direttamente il numero di film. Il nuovo gruppo dovrà distribuire almeno 30 titoli all’anno nei primi due anni, con il minimo che salirà a 32 film dal terzo al quinto anno. Nei primi due anni almeno 20 dovranno essere wide release, mentre negli anni successivi il numero salirà a 21. Almeno quattro film all’anno dovranno inoltre appartenere alla categoria indipendente.

Non basta però mantenere alto il numero delle uscite. Paramount si è impegnata anche a spendere almeno 300 milioni di dollari in più ogni anno nella produzione cinematografica statunitense rispetto ai livelli del 2025, per un incremento complessivo minimo di 1,5 miliardi di dollari nell’arco di cinque anni.

È un impegno particolarmente significativo perché impedisce, almeno nel periodo coperto dall’accordo, che la fusione venga utilizzata semplicemente per comprimere l’offerta cinematografica. Inoltre, almeno il 50% dei film dovrà essere prodotto o coprodotto insieme ad altre società, mentre il gruppo dovrà alimentare con 5 milioni di dollari all’anno un fondo destinato all’acquisizione di cinema indipendente, per un totale di 25 milioni.

La parte più insolita riguarda però le conseguenze in caso di mancato rispetto degli obblighi. Per ogni film mancante rispetto alle soglie stabilite, il gruppo dovrà versare 30 milioni di dollari a fondi sanitari e pensionistici legati ai sindacati dell’industria e ad altri organismi. Se le violazioni dovessero persistere oltre il periodo di tolleranza previsto, Paramount-Warner Bros. potrebbe essere costretta a cedere la propria partecipazione in Miramax.

Le sale ottengono una protezione importante: almeno 45 giorni al cinema e niente streaming SVOD prima di 90 giorni

Un’altra parte dell’accordo riguarda direttamente il rapporto tra studios, sale cinematografiche e piattaforme. I film distribuiti come wide release dovranno rimanere nelle sale per almeno 45 giorni, mentre non potranno essere pubblicati su una piattaforma streaming in abbonamento — compreso Paramount+ — prima che siano trascorsi 90 giorni dal debutto cinematografico.

È una condizione tutt’altro che marginale. Negli ultimi anni uno dei grandi conflitti dell’industria ha riguardato proprio l’accorciamento delle finestre tra cinema e streaming. L’accordo stabilisce quindi un limite preciso all’integrazione verticale del nuovo gruppo: possedere contemporaneamente studi cinematografici, piattaforme streaming e reti televisive non permetterà a Paramount-Warner Bros. di utilizzare immediatamente i propri servizi digitali per sottrarre valore alla finestra cinematografica.

Da questo punto di vista, il compromesso sembra cercare di garantire che la nuova major continui a comportarsi prima di tutto come un grande produttore e distributore cinematografico, e non soltanto come un gigantesco fornitore di contenuti per le proprie piattaforme.

Paramount e Warner Bros. non potranno vendere i loro storici studios almeno fino alla fine del 2031

Anche la presenza fisica dei due studios in California viene tutelata. Paramount dovrà mantenere sia il proprio storico lotto di Melrose Avenue a Los Angeles sia gli studios Warner Bros. di Burbank almeno fino alla fine del periodo quinquennale previsto dall’accordo.

La clausola assume un significato particolare perché David Ellison aveva precedentemente prospettato la possibilità di trasferire parte delle attività fuori dalla California qualora l’acquisizione di Warner Bros. Discovery fosse rimasta bloccata. L’accordo chiude, almeno temporaneamente, quello scenario.

Sul fronte dell’occupazione, il nuovo gruppo dovrà rispettare i contratti collettivi e finanziare con 47,5 milioni di dollari un fondo destinato alla formazione e allo sviluppo professionale dei lavoratori licenziati a seguito della fusione. Parallelamente, il Writers Guild of America ha raggiunto un proprio accordo separato con Paramount, ottenendo tra le altre cose un impegno contro i licenziamenti degli sceneggiatori all’interno di CBS News Broadcast per cinque anni.

Questo non significa che la fusione non produrrà riduzioni degli organici: l’esistenza stessa del fondo riconosce implicitamente che una riorganizzazione è prevista. Il tentativo dell’accordo è piuttosto quello di limitarne gli effetti e di introdurre protezioni economiche verificabili.

CNN e CBS News avranno un organismo indipendente di supervisione editoriale

Uno dei punti più delicati riguarda l’informazione. Con l’acquisizione di Warner Bros. Discovery, Paramount si troverebbe infatti a controllare contemporaneamente CBS News e CNN, due dei marchi giornalistici più importanti degli Stati Uniti.

Per questo il nuovo gruppo dovrà istituire un News Editorial Independence Board, un organismo incaricato di definire i principi editoriali e giornalistici delle attività informative della società. A questo si aggiungeranno un responsabile interno della conformità, un trustee indipendente e un comitato composto da cinque Stati incaricato di monitorare il rispetto dell’accordo.

La misura è stata presentata come una salvaguardia dell’indipendenza delle redazioni, ma non ha eliminato tutte le contestazioni. Alcuni oppositori della fusione e alcuni esponenti coinvolti nel procedimento hanno sostenuto che sarebbero state necessarie misure strutturali più forti, come la separazione di determinati asset. Il procuratore generale della California Rob Bonta ha invece difeso l’accordo sottolineando in particolare gli obblighi sulla produzione cinematografica; altri procuratori generali hanno espresso pubblicamente maggiore insoddisfazione per la mancata separazione di CNN e CBS.

Anche Pluto TV, i canali via cavo e Miramax diventano strumenti di controllo sulla fusione

L’accordo interviene persino su attività apparentemente secondarie. Pluto TV dovrà continuare a essere disponibile gratuitamente per l’intero periodo quinquennale, mantenendo livelli di servizio almeno equivalenti a quelli attuali.

Paramount e Warner Bros. dovranno inoltre negoziare separatamente per cinque anni la distribuzione dei rispettivi canali basic cable, evitando di utilizzare il potere combinato del nuovo gruppo per accorpare le trattative. In caso di mancato rispetto di queste condizioni, l’accordo prevede la possibile cessione di reti come BET, VH1, Comedy Central, Smithsonian, Destination America e Science.

Si tratta di una serie di vincoli costruiti per impedire che la nuova dimensione della società venga immediatamente utilizzata per aumentare il potere contrattuale su distributori, cinema e concorrenti.

La vera domanda è cosa succederà dopo i cinque anni di protezione

È qui che si trova probabilmente il punto più interessante dell’intera operazione. Se la fusione verrà completata entro il 2026, la maggior parte degli obblighi resterà in vigore fino al 31 dicembre 2031. Dopo quella data, molte delle protezioni negoziate dagli Stati potrebbero non essere più operative.

Nel breve periodo, quindi, Paramount-Warner Bros. nascerebbe come un colosso sottoposto a vincoli insolitamente precisi: più investimenti produttivi, un numero minimo di film, finestre cinematografiche garantite, fondi per il cinema indipendente e tutela degli storici studios. È una situazione che potrebbe perfino portare, nei primi anni, a un aumento dell’attività cinematografica rispetto alla semplice somma delle strategie precedenti.

Sul lungo periodo, però, resta aperta la questione fondamentale posta dagli oppositori dell’operazione: cosa significa per Hollywood concentrare Warner Bros., Paramount, HBO, Paramount+, CNN, CBS e numerosi altri asset sotto lo stesso controllo? Alcuni analisti e critici dell’accordo temono che una concentrazione di queste dimensioni possa comunque ridurre la concorrenza e il numero di interlocutori disponibili per creativi, distributori e consumatori. I sostenitori del compromesso sottolineano invece che gli obblighi produttivi e distributivi offrono garanzie concrete che non erano state previste in altre grandi fusioni del passato.

Per il cinema, almeno nei prossimi cinque anni, il messaggio dell’accordo è però molto chiaro: Paramount può comprare Warner Bros., ma non può usare immediatamente quella maggiore dimensione per fare meno film. Ed è forse questo il punto destinato ad avere l’impatto più visibile per il pubblico.

Redazione
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