Hideo Kojima recensisce il nuovo thriller fantascientifico di Netflix che ha diviso la critica

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The Last House è diventato rapidamente uno dei film più discussi del momento su Netflix. Il thriller fantascientifico diretto da Louis Leterrier, con Greta Lee e Wagner Moura, ha conquistato il pubblico della piattaforma nonostante un’accoglienza critica decisamente negativa. Ora anche Hideo Kojima ha visto il film e, come spesso accade, ha condiviso sui social le proprie impressioni. Questa volta, però, il creatore di Death Stranding è stato insolitamente sintetico.

Kojima ha individuato nel film soprattutto due elementi: isolamento e solitudine, arrivando a riconoscere alcuni punti di contatto con Death Stranding. Un commento brevissimo che assume un significato particolare se confrontato con le lunghe riflessioni che il game designer dedica alle opere che lo entusiasmano maggiormente. Più che una vera stroncatura, la sua sembra una reazione sospesa, quasi incuriosita soltanto da alcune idee alla base del film.

Hideo Kojima trova in The Last House qualcosa di Death Stranding, ma il suo commento resta sorprendentemente freddo

The Last House
© Netflix

Dopo aver visto The Last House, Kojima ha scritto: «Isolation? Loneliness? There were parts that felt a little like Death Stranding». Il riferimento non è difficile da comprendere. Il videogioco sviluppato da Kojima Productions costruisce infatti buona parte della propria identità attorno alla separazione tra esseri umani, alla necessità di ristabilire connessioni e alla sopravvivenza all’interno di un mondo trasformato da un evento catastrofico.

The Last House utilizza una situazione molto più circoscritta per affrontare alcune idee simili. Una famiglia rimane misteriosamente intrappolata nella propria abitazione e deve progressivamente fare i conti con l’esaurimento delle risorse e con una forza apparentemente incomprensibile che impedisce qualsiasi fuga. L’isolamento fisico diventa così anche psicologico, mentre la casa, normalmente associata alla protezione, assume progressivamente le caratteristiche di una prigione.

Il paragone con Death Stranding riguarda quindi soprattutto l’atmosfera e alcune suggestioni tematiche, non necessariamente la struttura narrativa. Ciò che colpisce maggiormente è però quello che Kojima non dice. Il game designer è conosciuto per commentare con grande entusiasmo i film che ama, mentre in questo caso si limita sostanzialmente a registrare una somiglianza con la propria opera. Non significa automaticamente che abbia detestato il film, ma certamente non si tratta di un endorsement particolarmente caloroso.

The Last House parla di isolamento e paura, ma proprio le sue idee più interessanti hanno diviso pubblico e critica

La premessa di The Last House contiene inevitabilmente suggestioni legate all’esperienza collettiva dell’isolamento. Una famiglia costretta all’interno della propria abitazione, impossibilitata a comprendere completamente ciò che sta accadendo all’esterno e progressivamente privata delle proprie sicurezze richiama paure diventate particolarmente riconoscibili dopo la pandemia.

Il problema sembra essere la distanza tra la forza della premessa e il modo in cui viene sviluppata. Il film possiede gli ingredienti di un thriller fantascientifico capace di lavorare contemporaneamente sulla paura dell’ignoto e sulle tensioni interne alla famiglia, ma l’accoglienza critica evidenzia proprio una difficoltà nel trasformare queste suggestioni in una costruzione narrativa altrettanto convincente.

Al momento indicato dalla fonte, The Last House registra infatti appena il 27% di recensioni positive da parte della critica su Rotten Tomatoes, mentre il pubblico si ferma al 28%. Una convergenza piuttosto insolita per un titolo che, contemporaneamente, è riuscito a diventare uno dei maggiori successi del momento su Netflix.

È proprio questo contrasto a rendere il film interessante come fenomeno streaming. The Last House non sembra essere diventato un successo perché sostenuto dal passaparola positivo, ma perché la combinazione tra concept, genere e interpreti possiede una forza immediatamente comunicabile. Una famiglia intrappolata nella propria casa da qualcosa di inspiegabile è una premessa che può essere raccontata in una frase e che invita naturalmente a scoprire cosa stia realmente accadendo.

Greta Lee e Wagner Moura sono il principale punto di forza di un film accolto duramente dalla critica

A rendere ancora più evidente il potenziale di The Last House è la presenza di Greta Lee e Wagner Moura. I due attori costituiscono probabilmente uno degli elementi di maggiore richiamo del progetto e devono sostenere gran parte della tensione emotiva di una storia costruita essenzialmente attorno alla progressiva disgregazione delle certezze della famiglia protagonista.

Le recensioni negative non sembrano infatti concentrarsi principalmente sulle loro interpretazioni. Le critiche riguardano soprattutto lo sviluppo della premessa, alcuni dialoghi e la risoluzione del mistero. Il film parte da una domanda estremamente efficace — cosa potrebbe impedire a una famiglia di uscire dalla propria casa? — ma la risposta deve inevitabilmente essere abbastanza forte da giustificare l’attesa costruita intorno al mistero.

È uno dei problemi ricorrenti della fantascienza basata su un grande enigma. Più la situazione iniziale appare inspiegabile, più lo spettatore costruisce aspettative sulla rivelazione finale. Il mistero diventa quindi contemporaneamente il principale motore narrativo e il maggiore rischio del film: una volta mostrato ciò che si nasconde dietro l’isolamento dei protagonisti, l’intera storia viene inevitabilmente rivalutata alla luce della spiegazione.

Il commento di Kojima finisce involontariamente per concentrarsi proprio sull’aspetto che sembra funzionare meglio: non tanto la risposta offerta dal film, quanto la sensazione di isolamento che precede quella risposta.

Il successo di The Last House dimostra ancora una volta quanto Netflix possa separare popolarità e consenso critico

Il dato forse più significativo riguarda però il rapporto tra recensioni e visualizzazioni. Nonostante punteggi estremamente bassi, The Last House è riuscito a raggiungere il primo posto tra i film Netflix negli Stati Uniti e a livello globale nel periodo indicato dalla fonte. Il film aveva già totalizzato 27,5 milioni di visualizzazioni nei primi tre giorni, dimostrando quanto il giudizio critico possa diventare secondario quando un titolo possiede una premessa sufficientemente forte da catturare immediatamente l’attenzione degli abbonati.

Netflix permette infatti un comportamento differente rispetto alla sala cinematografica. Provare un film richiede un investimento economico e pratico molto inferiore: una locandina interessante, due attori conosciuti e un concept efficace possono essere sufficienti per generare milioni di visualizzazioni prima ancora che il passaparola abbia realmente avuto il tempo di consolidarsi.

È troppo presto per capire se The Last House riuscirà a sopravvivere oltre questa prima esplosione di interesse oppure se verrà rapidamente sostituito dal prossimo grande titolo della piattaforma. Il brevissimo intervento di Hideo Kojima, però, fotografa curiosamente bene la contraddizione del film: un’opera capace di suggerire idee interessanti sull’isolamento e sulla solitudine, ma che sembra aver lasciato molti spettatori e critici con la sensazione che quelle idee avrebbero potuto condurre molto più lontano.

Redazione
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