Venezia 83, Maggie Gyllenhaal reinventa Marilyn Monroe con Dakota Johnson ed Ellen Burstyn

-

Marilyn Monroe torna al centro del cinema nel centenario della sua nascita con Flesh Impact, il nuovo cortometraggio scritto e diretto da Maggie Gyllenhaal, presentato Fuori Concorso a Venezia 83 il 7 settembre. Nel film Dakota Johnson interpreta Marilyn all’apice della fama, mentre Ellen Burstyn dà vita a una versione della star che, come suggerisce la stessa sinossi ufficiale, “il mondo non ha mai conosciuto”. Nel cast figurano anche Peter Sarsgaard e Sepideh Moafi.

Più che ricostruire semplicemente la vita dell’attrice, Flesh Impact sembra voler utilizzare Marilyn per interrogarsi sul rapporto tra artista, corpo, immagine pubblica e sguardo degli spettatori. Gyllenhaal racconta infatti di essersi avvicinata al progetto rendendosi conto di conoscere molto meno di quanto pensasse la donna dietro l’icona. Da quella ricerca è nato un film che la regista definisce non soltanto un omaggio a Monroe, ma una riflessione più ampia su cosa significhi essere un’attrice sotto lo sguardo del pubblico.

Flesh Impact racconta Marilyn Monroe partendo dalla distanza tra la donna reale e l’immagine che il pubblico credeva di conoscere

Il titolo del film nasce da un’espressione utilizzata in passato per descrivere una particolare qualità della presenza cinematografica di Marilyn Monroe. La sua immagine sullo schermo appariva talmente luminosa e concreta da produrre negli spettatori una sorta di “flesh impact”, l’impressione quasi fisica di poterla toccare.

È un’immagine molto efficace perché contiene già una delle grandi contraddizioni che hanno accompagnato Marilyn per tutta la sua carriera. Il cinema la rendeva apparentemente vicinissima al pubblico, trasformandola in una presenza immediata, desiderabile e familiare, mentre la persona reale continuava inevitabilmente a rimanere fuori dalla portata dello spettatore.

Flesh Impact sembra voler lavorare precisamente dentro questa distanza. Dakota Johnson interpreta Marilyn nel momento in cui la sua immagine pubblica è al massimo della propria forza, mentre Ellen Burstyn introduce una possibilità completamente diversa: una Marilyn che non appartiene alla storia conosciuta e che il pubblico non ha mai avuto modo di vedere.

Il confronto implicito tra queste due incarnazioni suggerisce un film interessato meno alla ricostruzione biografica che alla domanda su quante identità possano convivere dentro una figura pubblica. C’è Marilyn Monroe, la donna; c’è l’attrice Norma Jeane Mortenson; c’è l’immagine costruita dallo studio system; c’è infine ciò che generazioni di spettatori hanno proiettato su di lei.

Da questo punto di vista, affidare a due attrici di generazioni differenti due possibili manifestazioni dello stesso personaggio diventa una scelta particolarmente significativa. Non si tratta necessariamente di stabilire quale sia la Marilyn “vera”, ma di mostrare quanto quella verità sia stata progressivamente nascosta sotto le immagini prodotte dagli altri.

Dakota Johnson interpreta Marilyn nel pieno della fama, Ellen Burstyn immagina invece la donna che il mondo non ha potuto vedere

La presenza contemporanea di Dakota Johnson ed Ellen Burstyn costituisce probabilmente l’elemento più originale di Flesh Impact. Johnson incarna la Marilyn riconoscibile, quella collocata nel momento di massima esposizione pubblica, quando volto, corpo e personalità cinematografica erano ormai diventati parte dell’immaginario collettivo.

Burstyn, invece, interpreta qualcosa che appartiene alla possibilità. La Biennale la definisce esplicitamente una versione di Marilyn “che il mondo non ha mai conosciuto”. Una formula volutamente enigmatica che lascia aperte diverse letture senza permettere, prima della visione, di stabilire quale forma assuma concretamente questa seconda Marilyn.

È però evidente il potenziale della scelta. Burstyn porta nel film un corpo, una voce e un’esperienza inevitabilmente differenti da quelli associati all’iconografia classica di Monroe. Attraverso di lei, Gyllenhaal può immaginare Marilyn fuori dall’immagine cristallizzata della giovane star, liberandola almeno temporaneamente dal periodo storico nel quale il pubblico continua a conservarla.

Marilyn morì nel 1962 a 36 anni. La cultura popolare non ha quindi mai potuto vedere come sarebbe cambiata, artisticamente e personalmente, con il passare del tempo. La presenza di Burstyn permette simbolicamente di aprire proprio quello spazio vuoto: la vita che non abbiamo mai potuto osservare.

Ed è qui che Flesh Impact sembra poter trasformare il tributo del centenario in qualcosa di più interessante della celebrazione nostalgica. Ricordare Marilyn non significa soltanto riprodurre ancora una volta l’immagine che conosciamo, ma provare a immaginare tutto ciò che quell’immagine ci ha impedito di vedere.

Maggie Gyllenhaal usa Marilyn Monroe per interrogarsi su cosa significhi essere un’attrice sotto lo sguardo del pubblico

Nel commento alla Biennale, Maggie Gyllenhaal racconta che il progetto ha cambiato progressivamente natura durante la ricerca. Partita dal desiderio di comprendere meglio Marilyn, la regista ha approfondito il suo rapporto con l’arte, la famiglia, i mariti, i maestri, il corpo e la mente.

Particolarmente significativa è l’attenzione dedicata alla dimensione artistica. Marilyn viene spesso ricordata attraverso la fama, la bellezza e la tragedia personale, ma il suo rapporto con la recitazione era molto più complesso. Gyllenhaal cita esplicitamente anche Stanislavskij, riportando l’attenzione sul tentativo dell’attrice di considerare il proprio lavoro come una pratica artistica e non semplicemente come una componente della propria celebrità.

È proprio durante questa ricerca che, secondo la regista, Flesh Impact è diventato un film su “cosa significhi essere un’artista sotto lo sguardo del pubblico”, salvo poi correggere ulteriormente la definizione: forse, più precisamente, su cosa significhi essere un’attrice.

La distinzione è importante. Un’attrice viene osservata contemporaneamente come interprete, personaggio, corpo e persona. Nel caso di Marilyn, queste dimensioni sono state spinte fino quasi a diventare indistinguibili. Il pubblico non guardava soltanto ciò che faceva sullo schermo: guardava lei, o almeno la versione di lei che credeva di possedere.

Il concetto di flesh impact diventa allora meno innocente. Se lo spettatore sente di poter quasi “toccare” l’attrice attraverso lo schermo, quella vicinanza può trasformarsi anche in una forma di appropriazione. L’immagine pubblica diventa qualcosa che appartiene a milioni di persone, mentre chi la produce rischia di perdere progressivamente il controllo sul proprio corpo e sulla propria identità.

Flesh Impact è un omaggio a Marilyn Monroe ma anche alle attrici che continuano a vivere dentro lo sguardo degli altri

Gyllenhaal definisce il film un omaggio a Marilyn, ma aggiunge qualcosa di decisivo: è anche un omaggio a Ellen Burstyn, Dakota Johnson e alla stessa regista.

Questa dichiarazione permette di leggere il cortometraggio in una dimensione che supera inevitabilmente la figura di Monroe. Marilyn diventa un punto di partenza per parlare dell’esperienza dell’attrice, del modo in cui una donna che lavora davanti alla macchina da presa deve continuamente negoziare il rapporto tra ciò che vuole esprimere e ciò che gli altri vogliono vedere.

Da qui nasce anche il particolare dialogo tra le tre generazioni coinvolte. Monroe appartiene alla Hollywood classica; Burstyn ha attraversato decenni di cinema americano costruendo una carriera radicalmente diversa; Johnson rappresenta un’altra epoca ancora, quella nella quale celebrità, cinema e immagine pubblica sono ormai inseparabili anche dall’esposizione digitale. Gyllenhaal occupa contemporaneamente la posizione dell’attrice e quella della regista.

Il film sembra quindi costruire una sorta di linea che attraversa diverse generazioni di donne nel cinema. Cambiano le industrie, gli strumenti e il modo in cui le immagini vengono distribuite, ma rimane una domanda: quanto di un’attrice appartiene davvero a se stessa quando il suo volto è diventato qualcosa che milioni di persone sentono di conoscere?

È proprio questa domanda a rendere Flesh Impact potenzialmente molto più interessante di un semplice omaggio per il centenario. Marilyn Monroe è forse uno degli esempi più estremi della distanza che può crearsi tra una persona e l’immagine costruita intorno a lei. A cento anni dalla sua nascita, Maggie Gyllenhaal sembra volerla ricordare non tentando ancora una volta di spiegare chi fosse davvero, ma mostrando quanto sia difficile poterlo sapere.

Con una durata di 22 minuti, Flesh Impact è scritto e diretto da Maggie Gyllenhaal. La fotografia è di Lawrence Sher, il montaggio di Affonso Gonçalves, la scenografia di Karen Murphy e i costumi di Jennifer Johnson, mentre le musiche sono firmate da Dickon Hinchliffe.

Il cortometraggio sarà presentato il 7 settembre 2026 alle 14:30 in Sala Grande nella sezione Venice Open – Fuori Concorso di Venezia 83.

Redazione
Redazione
La redazione di Cinefilos.it è formata da un gruppo variegato di appassionati di cinema. Tra studenti, critici, giornalisti e aspiranti scrittori, il nostro gruppo cresce ogni giorno, per offrire ai lettori novità, curiosità e informazione sul mondo della settima arte.
- Pubblicità -

ALTRE STORIE

- Pubblicità -