Venezia 83, Wild Horse Nine porta Martin McDonagh sull’Isola di Pasqua tra CIA, colpo di Stato e vecchi fantasmi

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Tra i titoli più attesi della seconda giornata di Venezia 83 c’è anche Wild Horse Nine, il nuovo film scritto e diretto da Martin McDonagh, presentato il 3 settembre in Concorso. Il regista di Tre manifesti a Ebbing, Missouri e Gli spiriti dell’isola torna con una storia ambientata nel 1973, alla vigilia del colpo di Stato cileno, spostando però il centro dell’azione lontano da Santiago, sull’Isola di Pasqua. Qui due agenti della CIA, Chris e Lee, vengono inviati dal loro superiore MJ per una missione che sembra presto intrecciarsi con il loro passato e con una situazione politica sempre più instabile.

Il film riunisce un cast di enorme peso, con John Malkovich, Sam Rockwell, Steve Buscemi, Mariana Di Girolamo, Ailín Salas, Tom Waits e Parker Posey, e sembra promettere una combinazione molto vicina al cinema di McDonagh: personaggi moralmente compromessi, dialoghi tesi, umorismo nero e una situazione apparentemente circoscritta che finisce per rivelare qualcosa di molto più grande. In questo caso, però, il teatro delle relazioni personali si inserisce dentro uno degli snodi più drammatici della storia politica sudamericana.

Wild Horse Nine parte da due agenti della CIA, ma il vero conflitto sembra nascere dal loro passato

La vicenda di Wild Horse Nine prende forma poco prima dell’11 settembre 1973, quando il Cile si avvicina al colpo di Stato che porterà alla caduta del governo di Salvador Allende e all’ascesa della dittatura di Augusto Pinochet. Chris e Lee vengono mandati da Santiago all’Isola di Pasqua dal loro capo, MJ, entrando in uno spazio geograficamente isolato ma tutt’altro che separato dalle tensioni del continente. La sinossi ufficiale insiste infatti sulla doppia natura della loro permanenza: da un lato le cospirazioni del presente, dall’altro “gli oscuri trascorsi” che continuano a legare i due uomini.

È un elemento importante perché suggerisce che la missione non sarà semplicemente il motore narrativo del film. McDonagh sembra usare il contesto politico come una pressione capace di far emergere progressivamente ciò che i personaggi hanno cercato di seppellire. Chris e Lee sono compagni di lunga data, ma proprio questa familiarità lascia immaginare una storia comune fatta di compromessi, segreti o colpe condivise. L’Isola di Pasqua diventa quindi meno un rifugio e più una camera di decompressione: lontani dal centro del potere, i due sono costretti a confrontarsi con ciò che li ha portati fin lì.

A complicare ulteriormente la situazione interviene il rapporto che Chris costruisce con due studentesse ribelli. La loro presenza introduce un elemento capace di rompere la logica della missione e, potenzialmente, la lealtà tra i due agenti. La sinossi lascia intendere che proprio questo legame possa spingere il soggiorno verso una direzione imprevista, trasformando un incarico apparentemente controllato in una situazione dominata da scelte personali.

L’Isola di Pasqua potrebbe diventare il vero simbolo del film, un paradiso remoto mentre il mondo intorno crolla

Tom Waits in Wild Horse Nine (2026)

La scelta dell’Isola di Pasqua come ambientazione non sembra casuale. Le sue statue monumentali, la distanza geografica e l’immaginario quasi fuori dal tempo offrono a McDonagh un contrasto molto forte con il momento storico in cui si svolge la storia. Mentre il Cile continentale sta per entrare in una delle fasi più violente della propria storia recente, Chris e Lee si muovono in uno spazio che appare sospeso, quasi estraneo alla politica. Ma proprio questo isolamento può rendere ancora più evidente la fragilità dell’idea di poter restare fuori dagli eventi.

Le statue dell’isola funzionano inevitabilmente anche come presenze mute davanti a uomini che cercano di nascondere qualcosa. Sono corpi immobili, sopravvissuti a secoli di trasformazioni, mentre i personaggi attraversano un presente destinato a diventare storia. In un film costruito su segreti e cospirazioni, questo scenario può trasformarsi in un commento visivo sulla memoria: ciò che gli uomini cercano di cancellare tende comunque a lasciare una traccia.

Anche il titolo, Wild Horse Nine, mantiene per ora un’ambiguità utile. Non sappiamo ancora quale significato concreto avrà all’interno della storia, ma già il contrasto tra un nome così fisico e quasi western e un’ambientazione dominata da spionaggio e geopolitica suggerisce un film che probabilmente rifiuterà le categorie più immediate. McDonagh non sembra interessato a costruire un classico thriller di intelligence, quanto piuttosto a usare il genere per mettere alla prova i propri personaggi.

Martin McDonagh torna ai personaggi moralmente ambigui, ma questa volta dentro una storia politica

John Malkovich e Sam Rockwell in _Wild Horse Nine_ (2026)
Foto di Justin Lubin/Searchlight Pictures – © 2006 Searchlight Pictures

Il cinema di Martin McDonagh ha sempre trovato la propria forza nei personaggi che non possono essere facilmente divisi tra innocenti e colpevoli. In In Bruges, Tre manifesti a Ebbing, Missouri e Gli spiriti dell’isola, il conflitto nasce spesso da persone incapaci di liberarsi dalle proprie ferite, che trasformano rancore, senso di colpa e bisogno di riconoscimento in comportamenti distruttivi. Wild Horse Nine sembra proseguire esattamente in quella direzione, ma inserendo questa volta i personaggi dentro una struttura politica molto più esplicita.

La CIA e il Cile del 1973 portano inevitabilmente con sé un peso storico che rende difficile considerare la missione di Chris e Lee come un semplice espediente narrativo. Anche senza sapere quale ruolo specifico i due uomini abbiano nella crisi in corso, la loro presenza sul territorio li inserisce dentro un sistema di influenza e interferenze che ha segnato profondamente la storia latinoamericana. McDonagh potrebbe quindi utilizzare le loro responsabilità individuali per parlare di responsabilità collettive più ampie: quando un agente esegue un ordine, quanto può davvero separarsi dalle conseguenze politiche di ciò che fa?

È una domanda particolarmente coerente con il suo cinema, che spesso mette i personaggi davanti alla possibilità di giustificare moralmente le proprie azioni. In Wild Horse Nine, però, la dimensione personale e quella storica potrebbero diventare inseparabili. Se Chris e Lee sono costretti a confrontarsi con il proprio passato proprio mentre il Cile sta precipitando verso il golpe, il film potrebbe trasformare la memoria privata in una metafora della memoria politica.

Il cast di Wild Horse Nine rende il film uno degli appuntamenti più imprevedibili del Concorso di Venezia 83

A rendere il progetto ancora più interessante è la combinazione di interpreti scelta da McDonagh. John Malkovich, Sam Rockwell e Steve Buscemi sono attori particolarmente adatti a personaggi ambigui, ironici e potenzialmente pericolosi, mentre Tom Waits e Parker Posey aggiungono al film due presenze capaci di spostare immediatamente il tono verso territori più eccentrici. Sul versante sudamericano figurano Mariana Di Girolamo e Ailín Salas, che dovrebbero avere un ruolo centrale nella parte della storia legata alle due studentesse ribelli.

La fotografia è affidata a Ben Davis, mentre il montaggio è di Mikkel E. G. Nielsen e le musiche di Carter Burwell. Sono collaboratori che fanno pensare a un film capace di muoversi tra tensione, paesaggio e ritmo dialogico senza trasformarsi necessariamente in un thriller tradizionale. È proprio questa imprevedibilità a rendere Wild Horse Nine uno dei titoli più curiosi della selezione veneziana.

Il film sarà presentato il 3 settembre 2026 alle 19:30 in Sala Grande, con una proiezione contemporanea alle 20:00 al PalaBiennale. Dopo Bucking Fastard di Werner Herzog, la seconda giornata del Concorso porta quindi al Lido un altro autore fortemente riconoscibile, ma attraverso un progetto che sembra pronto a spostare ancora una volta le coordinate del festival.

Se McDonagh riuscirà a tenere insieme il dramma personale dei suoi personaggi e il peso politico del Cile del 1973, Wild Horse Nine potrebbe diventare qualcosa di più di un thriller di spionaggio: una storia su uomini che cercano di sfuggire alle conseguenze delle proprie azioni mentre la Storia stessa sta per ricordare loro che nessun luogo è davvero abbastanza lontano.

Redazione
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