May el-Toukhy, regista di Woman Unknown, ha commentato la scarsa presenza di registe donne nel Concorso principale di Venezia 83, definendo la situazione il risultato di un «problema strutturale». La cineasta danese, presente alla Mostra con il suo nuovo film, ha spiegato di essere felice dell’invito ricevuto ma di aver sperato di condividere la competizione con un numero maggiore di colleghe.
La questione aveva attirato l’attenzione già al momento dell’annuncio della selezione: inizialmente el-Toukhy risultava infatti l’unica regista donna tra i film scelti per il Concorso principale. Successivamente è stato aggiunto Naza, documentario co-diretto da Rachel Szor. «Ovviamente sono felicissima di essere stata invitata a questo festival storico», ha spiegato el-Toukhy a Variety. «Ma mi sarebbe piaciuto essere in compagnia di più registe in concorso. Credo che sia un problema strutturale».
Per la regista, tuttavia, il problema non riguarda semplicemente il numero di film selezionati da un singolo festival. La disparità comincia molto prima, coinvolgendo budget, possibilità di realizzare i progetti, accesso ai talenti e persino il modo in cui il lavoro dei cineasti viene raccontato dalla stampa. È proprio questa lettura a rendere le sue parole più interessanti: Venezia diventa il punto visibile di una disparità che, secondo el-Toukhy, attraversa l’intera filiera cinematografica.
Woman Unknown racconta una violenza sulle donne che la Storia ha spesso lasciato ai margini
Il tema trova un collegamento diretto con Woman Unknown. Il film porta infatti el-Toukhy nella Danimarca del 1945 e affronta la storia delle donne accusate di avere avuto relazioni con soldati tedeschi durante la Seconda guerra mondiale, le cosiddette “collaborazioniste orizzontali”. Donne che, durante e soprattutto dopo il conflitto, furono sottoposte a umiliazioni pubbliche e violenze, compresa la rasatura dei capelli.
L’idea del progetto nacque quando la regista trovò in un vecchio giornale la fotografia di una donna con una svastica dipinta sulla schiena. Inizialmente el-Toukhy stava pensando a un film sulle persecuzioni delle presunte streghe successive alla Riforma del Cinquecento, ma quell’immagine le fece riconoscere una continuità storica: il corpo femminile trasformato in territorio sul quale una comunità può esercitare controllo, giudizio e punizione.
«Si possono trovare storie molto simili vecchie di migliaia di anni», ha osservato la regista, ricordando come la rasatura dei capelli o l’umiliazione pubblica di una donna per aver “condiviso” il proprio corpo siano pratiche antichissime che continuano a riemergere anche nei conflitti contemporanei.
La protagonista Marie è una domestica e bambinaia apparentemente vicina a un futuro migliore: sta per sposare il suo ricco datore di lavoro. Nelle settimane che precedono la liberazione della Danimarca, però, deve cercare di sopravvivere impedendo che alcuni segreti del suo passato vengano alla luce. El-Toukhy ha scelto deliberatamente di non trasformarla in un personaggio moralmente irreprensibile: Marie compie scelte discutibili e proprio questa ambiguità permette al film di sottrarsi a una rappresentazione semplicistica della vittima.
La prospettiva rimane però rigorosamente femminile. El-Toukhy racconta di essersi imposta una regola durante la lavorazione: non riprodurre l’esperienza maschile della guerra. Il conflitto viene quindi percepito attraverso gli spazi nei quali Marie tenta di proteggersi, fino al momento in cui persino la casa smette di rappresentare un luogo sicuro.
È qui che Woman Unknown e le dichiarazioni della sua regista a Venezia finiscono per incontrarsi. Il film parla di donne che la memoria collettiva ha lasciato senza nome — fotografie d’archivio spesso catalogate semplicemente come “donna sconosciuta” — mentre el-Toukhy richiama l’attenzione su quanto ancora oggi sia difficile per le donne occupare lo stesso spazio degli uomini dietro la macchina da presa. Per la cineasta, cambiare questa situazione richiederà un intervento che attraversi l’intera industria: «Abbiamo ancora molto lavoro da fare».

