L’annuncio
ufficiale di Jujutsu Kaisen 4 ha acceso
l’entusiasmo dei fan grazie al primo trailer, che anticipa alcuni
dei momenti più attesi del proseguimento del Culling Game
Arc. Tra le immagini mostrate ce n’è una che non è passata
inosservata ai lettori del manga: il combattimento tra Yuki
Tsukumo, Choso e
Kenjaku, già considerato uno dei migliori creati
da Gege Akutami, potrebbe diventare ancora più spettacolare nella
trasposizione anime firmata MAPPA.
Il breve
teaser lascia infatti intravedere alcune sequenze dello scontro,
confermando che uno degli eventi più importanti dell’intera saga
sarà finalmente adattato. Considerando il livello raggiunto dallo
studio nelle stagioni precedenti, molti fan ritengono che questa
battaglia possa guadagnare ancora più intensità grazie
all’animazione, al comparto sonoro e alla regia.
Il
combattimento rappresenta uno dei momenti decisivi del Culling
Game. Dopo essere rimasti all’interno della barriera di Tengen,
Yuki Tsukumo e Choso affrontano
Kenjaku nel tentativo di impedirgli di impossessarsi dell’entità e
completare il suo piano di evoluzione dell’umanità. Per tutti e tre
i personaggi la posta in gioco è altissima: Choso combatte contro
il responsabile delle sofferenze dei suoi fratelli, Yuki mette
finalmente in mostra tutta la potenza della sua Tecnica Maledetta,
mentre Kenjaku è ormai a un passo dal realizzare il progetto
costruito nel corso di secoli.
Come spesso
accade in Jujutsu Kaisen, lo scontro non è soltanto una
dimostrazione di forza, ma anche il punto di convergenza dei
percorsi emotivi dei protagonisti coinvolti. È proprio questo
equilibrio tra spettacolarità e tensione narrativa ad aver reso il
combattimento uno dei più discussi dell’intero manga.
L’animazione di MAPPA potrebbe
valorizzare uno degli scontri più importanti del Culling Game
Nel manga il
duello viene ricordato per la qualità della coreografia, per
l’utilizzo creativo delle Tecniche Maledette e per la continua
alternanza tra colpi di scena e strategie. Tuttavia il suo finale
ha diviso una parte del pubblico, alimentando dibattiti ancora oggi
molto accesi tra i lettori.
La versione
animata potrebbe però cambiare la percezione complessiva dello
scontro. Il trailer mostra già una delle prime fasi del
combattimento, con Choso che tenta di sorprendere
Kenjaku utilizzando il Piercing Blood, prontamente
evitato dal suo avversario con una freddezza quasi inquietante. Una
scena che nel manga occupava poche vignette ma che, grazie al
movimento, al ritmo e alla recitazione, acquista un peso
completamente diverso.
Anche le
abilità dei protagonisti sembrano destinate a beneficiare
enormemente del lavoro di MAPPA. La Manipolazione del Sangue di
Choso è già stata valorizzata nelle stagioni precedenti, mentre la
complessa Tecnica Maledetta di Yuki potrebbe finalmente esprimere
tutta la sua forza attraverso l’animazione. Dall’altra parte
Kenjaku dispone di uno degli arsenali più vari e imprevedibili
dell’intera opera, elemento che promette uno spettacolo visivo di
altissimo livello.
A fare la
differenza sarà soprattutto l’intensità emotiva. Ogni scelta dei
protagonisti nasce infatti dalla disperazione e dalla
consapevolezza che il destino del mondo dipenda dall’esito di
quello scontro. Se il manga aveva già reso memorabile questa
battaglia, la combinazione tra animazione, colonna sonora,
doppiaggio e regia potrebbe trasformarla in uno dei momenti più
iconici dell’intero anime.
Le poche immagini mostrate nel
trailer sembrano andare proprio in questa direzione: non limitarsi
a riprodurre fedelmente le tavole di Gege Akutami, ma amplificarne
l’impatto. Se le premesse saranno mantenute, Jujutsu Kaisen
4 potrebbe consegnare ai fan uno dei combattimenti più
spettacolari mai realizzati da MAPPA.
L’uscita di
Supergirl nei cinema continua ad arricchire il
nuovo DC
Universe di James
Gunn con dettagli che vanno oltre la storia di Kara Zor-El. Tra
le rivelazioni più interessanti del film ce n’è una che riguarda
direttamente Superman: il
lungometraggio permette infatti di stabilire con buona precisione
l’età di Clark Kent nel nuovo universo condiviso
dei DC Studios, chiarendo anche il rapporto anagrafico tra i due
cugini kryptoniani.
Interpretata
da Milly Alcock, Kara è protagonista di
un’avventura cosmica che la porta ad aiutare Ruthye Marye Knoll
nella caccia a Krem delle Colline Gialle. Ma nelle prime sequenze
del film emerge anche un’informazione fondamentale sulla cronologia
del DCU, destinata ad avere un peso anche nei futuri capitoli della
saga.
Durante il
primo atto della pellicola viene infatti rivelato che Kara sta
festeggiando il suo 23° compleanno su un pianeta
illuminato da un sole rosso, l’unico ambiente in cui una
kryptoniana può ubriacarsi, poiché la radiazione rossa annulla
temporaneamente i suoi poteri. Poco dopo, la protagonista racconta
a Ruthye che suo cugino Kal-El è circa otto anni più grande
di lei, permettendo così di collocare Superman intorno ai
31-32 anni durante gli eventi del film.
Questa è
anche una delle differenze più importanti rispetto a molte versioni
precedenti del personaggio. Nei fumetti classici Kara era infatti
nata prima di Kal-El e avrebbe dovuto proteggerlo sulla Terra,
salvo arrivare con anni di ritardo a causa del viaggio spaziale.
Nel DCU, invece, Kara nasce realmente dopo Clark, cresciuta nella
città di Argo prima della distruzione definitiva di Krypton.
L’età di Superman crea un curioso
parallelo con Henry Cavill e prepara Man of Tomorrow
La cronologia
costruita da James Gunn sembra perfettamente coerente anche con
quanto mostrato nel film Superman del 2025, dove
veniva specificato che Kal-El era arrivato sulla Terra circa
trent’anni prima degli eventi narrati. Se il tempo nel DCU
continuerà a scorrere in maniera lineare, Clark avrà probabilmente
32 o 33 anni quando tornerà protagonista nel film
Man of Tomorrow, previsto per il
2027.
Si tratta di
un dettaglio che crea anche un interessante parallelo con il
Superman interpretato da Henry Cavill. Anche il Clark Kent del
DCEU aveva infatti più o meno la stessa età durante gli eventi di
L’Uomo d’Acciaio, sebbene le due
incarnazioni del personaggio si trovino in momenti completamente
diversi della loro carriera.
Il Superman
di David Corenswet è già un eroe affermato,
conosciuto dal mondo, affiancato da Lois Lane e da numerosi
alleati, mentre quello di Cavill affrontava ancora il proprio
debutto pubblico. Eppure esiste un’altra curiosa coincidenza:
Brainiac, che dovrebbe essere il principale
antagonista di Man of Tomorrow, era stato a lungo
indicato anche come il villain previsto per il mai realizzato
sequel di Man of Steel.
Un collegamento che rende ancora
più interessante il percorso del nuovo DC Universe, capace di
costruire una propria identità senza rinunciare a piccoli richiami
alla storia cinematografica dell’Uomo d’Acciaio.
Il multiverso
Marvel si prepara ad arrivare anche
sui tavoli da gioco. Marvel ha annunciato l’uscita di
Secret Wars, la nuova espansione ufficiale del
Marvel Multiverse Role-Playing Game, il gioco di
ruolo da tavolo ambientato nell’universo della Casa delle Idee.
L’espansione sarà disponibile dal 18 agosto 2026 e
accompagnerà l’attesa per i prossimi capitoli cinematografici
dedicati agli Avengers, in particolare Avengers: Doomsday e
Avengers: Secret Wars.
Dopo il buon
successo riscosso dal gioco base e dalle prime espansioni, Marvel
punta ora sul suo evento fumettistico più iconico, offrendo ai
giocatori la possibilità di vivere in prima persona le battaglie
del Battleworld e creare nuove avventure ispirate al celebre
crossover che ha ridefinito il multiverso.
La notizia
arriva dopo mesi di anticipazioni: il progetto era stato annunciato
nel 2025 e ulteriori dettagli erano stati diffusi a inizio 2026.
Ora è stata finalmente confermata la data d’uscita, mentre alcuni
negozi specializzati hanno già ospitato eventi dimostrativi durante
il Free RPG Day.
La nuova
espansione introduce numerose novità pensate per ampliare
sensibilmente le possibilità del gioco. Oltre alla riproduzione del
Battleworld, il gigantesco mondo creato durante
Secret Wars, saranno disponibili nuovi poteri, equipaggiamenti,
armature, manovre di squadra, schede personaggio aggiornate e
meccaniche dedicate agli scontri su scala cosmica. Tra i
protagonisti confermati figurano anche personaggi come
Galactus, aprendo la porta ad avventure di
dimensioni ben più vaste rispetto a quelle del regolamento
base.
Secret Wars espande il Marvel
Multiverse RPG e prepara il terreno ai prossimi film degli
Avengers
L’arrivo di
questa espansione non è casuale. Negli ultimi mesi Marvel sta
costruendo una forte sinergia tra fumetti, videogiochi e prodotti
dedicati ai fan in vista dell’arrivo della nuova saga
cinematografica del Multiverso. Dopo il crossover con
Magic: The Gathering e le novità dedicate al
videogioco di Wolverine, anche il gioco di ruolo
ufficiale entra così nella fase “Secret Wars”.
Per gli
appassionati dei fumetti rappresenta un’occasione per esplorare
Battleworld ben oltre le pagine della storica miniserie, mentre per
chi conosce l’evento solo attraverso le anticipazioni sui prossimi
film Marvel potrebbe diventare un perfetto punto d’ingresso per
approfondire personaggi, ambientazioni e dinamiche del celebre
crossover.
L’espansione dimostra inoltre
quanto Marvel continui a investire nel Marvel Multiverse
Role-Playing Game, considerato ormai uno dei prodotti
tabletop più importanti dedicati ai supereroi. Considerando
l’enorme quantità di mondi, eroi e villain disponibili
nell’universo Marvel, Secret Wars potrebbe essere soltanto il primo
di una lunga serie di grandi aggiornamenti destinati ad
accompagnare l’evoluzione del franchise nei prossimi anni.
Supergirl, il nuovo film dei DC Studios diretto da
Craig Gillespie, continua a far discutere non solo per il debutto
di Milly Alcock nei panni di Kara Zor-El, ma anche
per la quantità di riferimenti nascosti all’universo DC. Tra Easter
egg, richiami ai fumetti e omaggi alla storia del franchise, ce n’è
uno che potrebbe essere sfuggito a molti spettatori: un possibile
tributo a Superman Lives, il
leggendario film mai realizzato con Nicolas Cage.
La teoria
nasce da una delle prime sequenze d’azione del film, nella quale
Supergirl affronta un gruppo di pirati spaziali dotati di
inquietanti ragni robotici. Una scelta apparentemente casuale, ma
che per molti fan richiama immediatamente uno degli episodi più
famosi nella storia dei cinecomic: l’enorme ragno meccanico che
avrebbe dovuto affrontare il Superman interpretato da Nicolas Cage
nel progetto diretto da Tim
Burton, cancellato alla fine degli anni Novanta.
Anche se DC
Studios non ha confermato ufficialmente l’omaggio, il collegamento
appare tutt’altro che improbabile, soprattutto considerando che
negli ultimi anni il personaggio di Cage è già stato richiamato in
diverse produzioni dell’universo DC.
I ragni robotici riportano alla
mente il famigerato Superman Lives
Per capire
perché questo dettaglio abbia acceso le discussioni tra gli
appassionati bisogna tornare alla travagliata produzione di
Superman Lives, uno dei film mai realizzati più
celebri della storia del cinema.
Il progetto,
sviluppato nella seconda metà degli anni Novanta, avrebbe dovuto
vedere Tim Burton alla regia e Nicolas
Cage nel ruolo dell’Uomo d’Acciaio. Nonostante
scenografie, costumi e concept art fossero già stati realizzati, il
film non entrò mai in produzione. Nel corso degli anni sono emersi
numerosi retroscena, ma uno è diventato quasi leggendario.
Lo
sceneggiatore Kevin Smith ha raccontato più volte
che uno dei dirigenti dello studio insisteva affinché Superman
affrontasse un gigantesco ragno robotico durante il film. Una
richiesta considerata assurda dallo stesso Smith, diventata poi una
delle curiosità più note legate al progetto.
In
Supergirl non compare un enorme aracnide
meccanico, ma una moltitudine di piccoli ragni robotici utilizzati
dai predoni Sklariani per depredare un autobus spaziale. Il
richiamo è meno esplicito, ma abbastanza evidente da far pensare a
una citazione voluta.
Non sarebbe la prima volta che DC
cita il Superman di Nicolas Cage
L’ipotesi
diventa ancora più credibile osservando quanto accaduto negli
ultimi anni.
Nel 2023
The
Flash aveva già riportato sullo schermo una versione
digitale del Superman di Nicolas Cage durante la celebre sequenza
dedicata al Multiverso. In quell’occasione il personaggio appariva
proprio mentre combatteva un gigantesco ragno robotico,
trasformando finalmente in realtà una scena che il pubblico non
aveva mai potuto vedere.
Quella
scelta, però, aveva diviso profondamente i fan. L’utilizzo
massiccio della CGI e la brevissima apparizione avevano suscitato
molte critiche, tanto che lo stesso Nicolas Cage dichiarò
successivamente che il risultato finale fosse molto diverso da
quanto lui stesso aveva girato sul set.
Rispetto a
The Flash, il possibile riferimento presente in
Supergirl appare decisamente più discreto e
integrato nella narrazione, senza interrompere il racconto né
trasformarsi in un semplice esercizio nostalgico.
C’è anche un altro curioso
collegamento con Kevin Smith
La storia dei
ragni robotici incrocia anche un’altra produzione dedicata a Kara
Zor-El.
Nel 2016
Kevin Smith diresse infatti l’episodio “Supergirl
Lives” della serie televisiva con Melissa Benoist. Il
titolo era già un chiaro omaggio al suo lavoro sul mai realizzato
Superman Lives, ma durante l’episodio compariva
anche una citazione al famigerato mostro meccanico.
Nella puntata
viene infatti nominata una creatura chiamata Thanagarian
Snare Beast, nome che richiama direttamente quello
utilizzato nelle prime versioni della sceneggiatura di Kevin Smith
per identificare il gigantesco ragno robotico.
Si tratta di
dettagli che dimostrano come la storia di quel progetto cancellato
continui ancora oggi a esercitare un fascino particolare sugli
autori dell’universo DC.
Un omaggio ai fan più attenti
della storia DC
Anche senza
una conferma ufficiale, è difficile pensare che la presenza dei
ragni robotici sia completamente casuale. Il riferimento è troppo
specifico e si inserisce perfettamente nella lunga serie di omaggi
che DC ha dedicato negli ultimi anni a uno dei suoi film mai
realizzati più iconici.
Del resto
Supergirl è ricco di richiami ai fumetti, alla
storia editoriale della Casa delle Idee… pardon, della DC Comics, e
persino ai progetti rimasti incompiuti. Se davvero quella sequenza
è stata pensata come un tributo a Superman Lives,
rappresenta probabilmente il modo più elegante visto finora per
ricordare il Superman che Nicolas Cage non ha mai potuto
interpretare sul grande schermo.
Il nuovo
Supergirl di Craig Gillespie ha riacceso il
dibattito attorno ai cinecomic guidati da protagoniste femminili.
Nonostante il film abbia diviso la critica e il pubblico, molti
concordano su un punto: Milly Alcock offre una prova convincente nei
panni di Kara Zor-El, dando vita a una Supergirl più
impulsiva, vulnerabile e imperfetta rispetto alle precedenti
incarnazioni del personaggio. Eppure, accanto ai pregi
dell’adattamento, emerge anche una scelta narrativa che continua
una tendenza sempre più evidente nel cinema supereroistico
contemporaneo.
La questione
riguarda il villain Krem delle Colline Gialle,
interpretato da Matthias Schoenaerts. Nei fumetti di Supergirl: Woman of
Tomorrow, Krem è già un criminale responsabile di massacri
e atrocità su scala galattica. Il film, però, modifica
profondamente la sua caratterizzazione, trasformandolo nel capo di
una banda che rapisce giovani ragazze destinate a diventare “spose”
dei Brigands. Una modifica che non cambia soltanto il personaggio,
ma introduce nella storia un tema completamente assente nell’opera
originale.
È una scelta
che inevitabilmente apre una riflessione più ampia. Negli ultimi
anni diversi film e serie dedicate a supereroine hanno costruito il
conflitto principale attorno a dinamiche di sfruttamento, perdita
di autonomia o violenza esercitata sulle donne. Si tratta di temi
reali e importanti, ma la loro continua riproposizione rischia di
restringere il tipo di storie che il cinema sceglie di raccontare
quando la protagonista è una donna.
Da Black Widow a Jessica Jones:
perché tante supereroine affrontano sempre lo stesso tipo di
trauma?
Il caso di
Supergirl non è isolato. Basta guardare alcuni dei
più importanti adattamenti degli ultimi anni per accorgersi di una
tendenza ricorrente. In Black Widow, Natasha
Romanoff affronta direttamente il sistema che l’ha privata della
libertà fin dall’infanzia, diventando vittima di manipolazione e
sfruttamento. In Captain Marvel, Carol Danvers
scopre di essere stata privata dei propri ricordi e trasformata in
un’arma dall’Impero Kree. In Jessica Jones,
probabilmente il caso più estremo, l’intera serie ruota attorno
alle conseguenze psicologiche degli abusi subiti dalla protagonista
attraverso il controllo mentale di Kilgrave.
Naturalmente
ogni opera affronta questi temi in modo diverso. Jessica
Jones, ad esempio, nasce proprio con l’obiettivo di raccontare
il trauma e le sue conseguenze, scegliendo volutamente un tono
adulto e profondamente drammatico. Diverso è il discorso per
produzioni pensate come grandi blockbuster destinati a un pubblico
molto ampio.
In
Supergirl, infatti, il
tema dello sfruttamento delle giovani prigioniere non diventa
mai il vero centro emotivo della narrazione. Rimane soprattutto uno
strumento per rendere Krem ancora più odioso agli occhi dello
spettatore. Ma era davvero necessario?
Nei fumetti Krem funzionava già
come antagonista senza questa modifica
Uno degli
aspetti più interessanti dell’opera originale di Tom
King e Bilquis Evely è che Krem
rappresenta già una minaccia credibile senza ricorrere a questo
tipo di aggiunta narrativa. È un assassino, un predatore, un uomo
responsabile del massacro della famiglia di Ruthye e di numerosi
altri crimini. Il lettore non ha mai dubbi sulla sua malvagità.
Il film
decide invece di accentuare ulteriormente il personaggio,
trasformandolo in un trafficante di esseri umani. L’effetto, però,
cambia anche il tono della storia. L’attenzione si sposta
parzialmente dal viaggio emotivo di Kara e Ruthye verso una
rappresentazione della violenza che, pur rimanendo suggerita e mai
esplicita, pesa inevitabilmente sull’intero racconto.
È una
differenza significativa rispetto al fumetto, che riusciva a
raccontare vendetta, dolore, crescita personale e perdita senza
introdurre questo ulteriore livello di brutalità.
Il viaggio di Kara avrebbe
funzionato anche senza modificare il villain
Matthias Schoenaerts in Supergirl
Il cuore di
Supergirl: Woman of Tomorrow è sempre stato il
rapporto tra Kara e Ruthye. Due personaggi accomunati dal lutto che
imparano, lentamente, a non lasciare che il desiderio di vendetta
definisca completamente la loro esistenza. È una storia di
elaborazione del dolore, di responsabilità e di maturazione.
Anche nel
film questi elementi rimangono presenti e rappresentano
probabilmente la parte più riuscita dell’opera. Milly Alcock
costruisce una Kara fragile ma combattiva, lontana dall’immagine
della supereroina perfetta, mentre Eve Ridley dà a Ruthye una forza
emotiva sorprendente.
Proprio per
questo la modifica apportata a Krem appare quasi superflua. Il
personaggio era già abbastanza terribile perché il pubblico
desiderasse la sua sconfitta. Era davvero necessario aggiungere un
ulteriore livello di orrore per giustificare lo
scontro finale?
Il vero interrogativo riguarda il
futuro delle supereroine al cinema
Più che il
singolo cambiamento, è la somma di queste scelte a far riflettere.
Quando le protagoniste sono donne, il conflitto finisce molto
spesso per ruotare attorno a forme di abuso, manipolazione o
sfruttamento. Non perché questi temi non meritino di essere
raccontati, ma perché rischiano di diventare quasi l’unica strada
percorribile.
Supergirl
dimostra che Kara Zor-El può sostenere perfettamente un film grazie
alla sua personalità, al suo percorso di crescita e al rapporto con
Ruthye. La sua storia non aveva bisogno di aggiungere nuove forme
di violenza per risultare intensa.
Forse la vera sfida dei prossimi
cinecomic sarà proprio questa: permettere alle supereroine di
affrontare minacce, dilemmi morali e avventure epiche senza
sentirsi obbligati ad associare la loro crescita personale a traumi
di natura sempre simile. Sarebbe un passo importante non solo per
il genere supereroistico, ma anche per offrire una maggiore varietà
di racconti e di protagoniste sul grande schermo.
Con l’avvicinarsi della seconda stagione di X-Men
’97, ci sono diversi personaggi iconici già
protagonisti di X-Men: The Animated Series che non vediamo l’ora di
rivedere. Uno dei maggiori punti di forza della
prima stagione di Marvel’s X-Men ’97 è stata la sua volontà di
abbracciare la ricca storia di X-Men: The Animated Series.
Invece di limitarsi a continuare la trama della serie originale, ha
premiato i fan di lunga data riprendendo elementi narrativi
dimenticati, riportando in vita personaggi amatissimi e sviluppando
idee rimaste irrisolte per quasi trent’anni.
La
seconda stagione di X-Men ’97 sembra destinata a proseguire su
questa strada. Il
trailer ha già confermato il ritorno di diversi volti
familiari, anticipando al contempo ambientazioni e trame riprese
direttamente dalla serie originale. Con Apocalisse che incombe su
diverse linee temporali, gli X-Men sparsi nel corso della storia e
nuove avventure in agguato dietro ogni angolo, ci sono innumerevoli
opportunità per riportare in scena personaggi che hanno avuto un
ruolo importante nel cartone animato degli anni ’90.
Per rendere le cose più
interessanti, questa lista esclude i personaggi che Morph ha
semplicemente imitato durante la prima stagione. Sebbene quei cameo
fossero divertenti easter egg, non si possono necessariamente
considerare dei veri e propri ritorni. Si tratta invece di
personaggi che potrebbero contribuire con storie significative,
relazioni irrisolte o importanti concetti tratti dai fumetti alla
prossima stagione. Alcuni hanno conti in sospeso con gli X-Men,
mentre altri potrebbero aiutare a spingere le trame esistenti in
nuove ed entusiasmanti direzioni.
The Shadow King
The Shadow King è stato il
protagonista di una delle trame più memorabili di X-Men: The
Animated Series, un potente nemico psichico che ha quasi
distrutto il senso di identità di Tempesta. A differenza di molti
cattivi che si affidavano alla forza fisica, il Re delle Ombre
attaccava la mente stessa, creando paesaggi onirici surreali e
trappole psicologiche che spingevano al limite le capacità
dell’animazione dell’epoca.
La moderna tecnologia di animazione
potrebbe rendere quelle sequenze ancora più spettacolari. La prima
stagione di X-Men del ’97 ha già dimostrato la volontà di
abbracciare una narrazione visivamente ambiziosa, e pochi cattivi
offrono più opportunità per immagini psichedeliche del Re delle
Ombre. I suoi poteri potrebbero creare interi mondi di logica da
incubo, realtà mutevoli e guerra psichica.
Il suo ritorno si inserirebbe
inoltre naturalmente nella storia di Tempesta. La prima stagione ha
esplorato la sua perdita di poteri e la conseguente crisi
d’identità, temi che rimangono centrali per il suo personaggio.
Riportare in scena un nemico che prende di mira specificamente il
senso di identità di una persona potrebbe creare un’affascinante
continuazione di quel percorso, dando al contempo a uno dei cattivi
più sottovalutati del franchise la visibilità che merita da
tempo.
Ms. Marvel, AKA Carol Danvers
Molto prima di diventare Captain
Marvel, Carol Danvers era
conosciuta in tutto l’universo Marvel Comics come Ms. Marvel. Infatti, quando
apparve in X-Men: The Animated Series, questa era ancora la sua
principale identità da supereroina. La sua storia si rivelò anche
una delle più strazianti dal punto di vista emotivo dell’intera
serie.
Dopo che Rogue assorbì
permanentemente i ricordi, la personalità e i poteri di Carol,
Danvers rimase in stato vegetativo. Le conseguenze tormentarono
Rogue per anni, diventando uno degli aspetti più caratteristici del
suo personaggio. La loro relazione era ben più complessa di una
tradizionale rivalità tra eroi e criminali, con Rogue tormentata da
un immenso senso di colpa per l’accaduto.
Sorprendentemente, la storia di
Carol non ebbe mai una vera conclusione. Rimase in vita ma priva di
sensi durante la sua ultima apparizione, lasciando irrisolto uno
dei più grandi interrogativi della serie originale.
Con X-Men ’97 che ripropone già
alcune storie classiche, sarebbe affascinante vedere finalmente
Carol risvegliarsi. Il conseguente ricongiungimento con Rogue
potrebbe essere drammatico, emozionante, imbarazzante e
potenzialmente esilarante, tutto allo stesso tempo: esattamente il
tipo di narrazione incentrata sui personaggi in cui la serie
eccelle.
Sabretooth, AKA Graydon Creed
Sì, Morph si è brevemente
trasformato in Sabretooth durante la prima stagione, ma non è certo
la stessa cosa che vedere il vero Sabretooth in azione. Se X-Men
’97 vuole riportare in scena uno degli antagonisti più affidabili
della serie originale, Sabretooth dovrebbe essere in cima alla
lista.
In tutta la serie animata X-Men,
Sabretooth è stato il principale nemico di Wolverine. I loro
scontri sono sempre stati personali, brutali e alimentati da
decenni di odio reciproco. A differenza di minacce più grandi come
Apocalisse o Mister Sinister, Sabretooth rappresentava qualcosa di
più intimo. Non cercava di conquistare il mondo; voleva
semplicemente rendere la vita di Wolverine un inferno.
Questa dinamica potrebbe essere
particolarmente efficace ora che Wolverine sta affrontando le
conseguenze dell’adamantio strappatogli dallo scheletro da Magneto
durante la prima stagione. Un Logan indebolito e vulnerabile
emotivamente rappresenterebbe un bersaglio irresistibile.
Sabretooth ha sempre prosperato
sfruttando le debolezze di Wolverine. Il suo ritorno potrebbe
fornire alla seconda stagione un conflitto concreto ma intensamente
personale, in mezzo a viaggi nel tempo, minacce cosmiche e caos che
altera la realtà.
Magik, alias Illyana Rasputin
Tra tutti i personaggi che
potrebbero tornare, Magik è forse quella con il legame più forte
con gli eventi già anticipati da X-Men ’97. Nella serie originale,
gli spettatori hanno visto Illyana Rasputin per l’ultima volta da
bambina, dopo che Colosso l’aveva salvata da una malattia mortale
in Russia. Non ha mai subito la drammatica trasformazione che i
lettori dei fumetti conoscono così bene.
Tuttavia, la prima stagione
conteneva un indizio intrigante. Quando Morph si è trasformato in
Magik durante una battaglia, il design utilizzava il suo iconico
aspetto da maga anziché la sua forma infantile. Questo solleva
un’ovvia domanda: Illyana si è già trasformata in Magik da qualche
parte fuori scena?
In tal caso, la seconda stagione
sarebbe il momento perfetto per esplorare questa storia. Con il
ritorno confermato di Colosso, la serie potrebbe esplorare la sua
reazione alla scoperta che sua sorella minore è diventata una delle
eroine magiche più potenti della Marvel dopo essere rimasta
intrappolata in una dimensione infernale.
Anche Magik porterebbe una
dimensione completamente nuova allo show. I suoi legami con il
Limbo, la magia e le minacce interdimensionali potrebbero ampliare
la portata della serie, introducendo al contempo uno dei personaggi
moderni più amati del franchise degli X-Men e un membro chiave dei
Nuovi Mutanti.
Mystica, alias Raven
Darkholme
Pochi personaggi sono stati
importanti per X-Men: The Animated Series quanto Mystica. Nel corso
di diverse stagioni, ha ricoperto i ruoli di nemica, alleata
riluttante, combattente per la libertà e manipolatrice, cambiando
spesso schieramento a seconda di ciò che meglio serviva ai suoi
interessi. Le sue complesse relazioni con Rogue, Nightcrawler e gli
X-Men le hanno conferito una profondità che molti cattivi animati
non hanno mai avuto.
Un suo ritorno nella seconda
stagione di X-Men ’97 avrebbe perfettamente senso per diverse
ragioni. In particolare, Mystica fu introdotta nella serie come una
delle serve di Apocalisse. Con Apocalisse come antagonista
principale della stagione, il ritorno di una delle sue ex seguaci
più importanti sembrerebbe una scelta naturale.
Inoltre, circola già
un’interessante teoria dei fan. Alcuni spettatori sospettano che le
apparizioni di Val Cooper nella prima stagione di X-Men ’97 possano
essere state in realtà Mystica sotto mentite spoglie, rievocando
una trama dei fumetti in cui Mystica assunse l’identità di Cooper
per un lungo periodo. Che questa teoria si riveli corretta o meno,
l’assenza di Mystica dalla prima stagione appare sempre più
sospetta.
Se dovesse tornare, il pubblico può
aspettarsi molti inganni, conflitti di lealtà e almeno una
rivelazione sconvolgente. Dopotutto, essere esattamente chi sembra
non è mai stato nel suo stile.
Havok, AKA Alex Summers
Una delle omissioni più strane di
X-Men: The Animated Series è che la serie non ha mai spiegato
adeguatamente uno dei legami più importanti nella saga degli X-Men:
Havok e Ciclope sono fratelli. I lettori dei fumetti sanno che Alex
Summers è uno dei membri più vicini alla famiglia di Scott, eppure
la serie animata lo ha trattato perlopiù come un personaggio a sé
stante.
Questa sembra una svista che X-Men
’97 è nella posizione ideale per correggere. Havok è apparso nella
serie originale come membro di X-Factor, dimostrando le sue potenti
abilità basate sul plasma e affermandosi come un eroe capace a
pieno titolo. Tuttavia, il significato emotivo del suo legame con
Ciclope non è mai stato esplorato a fondo.
Recenti indizi suggeriscono che
X-Factor potrebbe tornare nella seconda stagione, rendendo sempre
più probabile il ritorno di Havok. In tal caso, il tempismo non
potrebbe essere migliore. Ciclope ha vissuto enormi sconvolgimenti
personali nel corso di X-Men ’97, dalla perdita di amici alla
separazione da gran parte della squadra attraverso il tempo.
Introdurre (o finalmente
riconoscere) suo fratello durante un periodo così turbolento
potrebbe dare vita ad alcuni dei momenti più intensi della stagione
per quanto riguarda i personaggi. Permetterebbe inoltre a X-Men ’97
di approfondire una delle famiglie mutanti più importanti della
Marvel, dando a Havok la visibilità che merita.
Fin dall’inizio, la
quarta stagione aveva gettato le basi per questo finale di
stagione ricco di colpi di scena. La
rivelazione della terza stagione all’Albero delle Bottiglie è
stata un momento cruciale per la serie, ma ora è chiaro che
sbloccare i ricordi delle vite passate di Tabitha e Jade nella
Township è stato solo il primo ostacolo nel loro tentativo di
fermare i massacri ciclici. L’ostacolo successivo, ben più
impegnativo, era salvare le ossa dai tunnel.
Mentre il piano da scienziata pazza
di Jade prendeva forma, gli abitanti della Township complottavano
per sradicare l’Albero delle Bottiglie e creare una via di fuga per
Tabitha, Jade e le ossa appena recuperate. Come ha fatto notare
Jade, non si presentava un’alternativa migliore, quindi hanno
portato avanti il piano nonostante l’insistenza di Victor e del
Ragazzo in Bianco affinché l’Albero delle Bottiglie rimanesse
intatto.
Mentre gli abitanti della città di
From comunicavano meglio che mai nella quarta stagione, la
trasformazione dell’Uomo Giallo in Sophia ha mandato all’aria i
loro piani meglio congegnati, anche se la maggior parte di loro
rimaneva ignara delle sue tattiche. I piani degli abitanti per le
ossa e l’Albero delle Bottiglie, e i tentativi dell’Uomo Giallo di
ostacolarli, sono culminati in un tragico epilogo nel finale della
quarta stagione, “If a Tree Falls in the Forest…”.
Chi è morto nel finale della
quarta stagione di From?
Una volta abbattuto l’Albero delle
Bottiglie, i piani degli abitanti del villaggio iniziarono ad
andare a rotoli. In un istante, il giorno si trasformò in notte e i
tunnel furono scossi da un terremoto. Il sisma creò un nuovo varco
per Tabitha e Jade, permettendo loro di passare, mentre la squadra
in attesa sopra di loro si ritrovò improvvisamente vulnerabile ai
mostri. In mezzo a questo caos totale, Smiley puntò gli occhi su
Fatima, che si trovava in clinica con Marielle.
Dopo essere entrato in clinica,
Smiley attaccò Marielle, apparentemente per un esperimento volto a
testare il suo legame con Fatima. Soddisfatto dei risultati, il
mostro lasciò Fatima in vita, mentre Marielle sanguinava
copiosamente. Nonostante gli sforzi di Kristi, Marielle morì dopo
un addio straziante, lasciando Kristi completamente distrutta dal
dolore.
Nel frattempo, Sophia aveva
rinchiuso Elgin e Clara nella tavola calda dopo che Elgin aveva
trovato una vecchia fotografia di Sophia, scoprendo
involontariamente che l’Uomo Giallo può assumere la forma dei
defunti abitanti del villaggio. Quando Elgin si rifiutò di obbedire
agli ordini di Sophia, lei lo uccise. Fu una fine triste ma eroica
per Elgin, che, dopo essere stato ingannato dalla Donna Kimono,
aveva finalmente imparato a non dare ascolto alle forze negative
del Villaggio.
Mentre in superficie imperversavano
caos e carneficina, Jade e Tabitha si ritrovarono intrappolate nei
tunnel. Furono salvate da Boyd, Fatima ed Ellis, ma si trovarono
subito di fronte ai mostri. Fatima esortò il gruppo ad andarsene,
dicendo che avrebbe potuto far guadagnare loro del tempo. Poi, le
sue mani si allungarono trasformandosi in artigli, il suo volto si
contorse e si scontrò con la moltitudine di mostri, diventando lei
stessa una di loro.
Spiegazione della trasformazione
in mostro di Fatima
Sebbene la sua condizione fosse un
mistero fino a quel momento, la trasformazione iniziò poco dopo la
nascita di Smiley. Inizialmente, Fatima sentì una connessione con
Smiley che le provocava una sensazione di “freddo”. Dopo aver usato
questi poteri collettivi per salvare Kenny, notò delle vene scure e
allarmanti che le si diffondevano sull’addome. Si recò in clinica,
dove Kristi e Marielle notarono un battito cardiaco incredibilmente
lento.
Biologicamente, Fatima aveva
cessato di essere un essere umano normale molto prima di “If a Tree
Falls in the Forest…”. Sebbene la trasformazione fosse già in atto,
il processo fu probabilmente accelerato dal sangue che aveva bevuto
inconsapevolmente per mano di Clara, seguendo gli ordini di
Sophia.
È interessante notare, tuttavia,
che Fatima mantenne la sua personalità e il suo spirito fino alla
fine. Fisicamente, era diventata un mostro, ma il suo
comportamento, le sue emozioni e la sua lealtà erano ancora
profondamente umani, distinguendola dagli altri mostri. Prima di
affrontare i mostri in quello che era quasi certamente un atto di
morte, disse a Ellis di “ricordarsi di me come ero”.
From ha già confermato che
l’origine dei mostri deriva da un oscuro commercio in cui il
sacrificio dei propri figli garantiva l’immortalità. Sebbene fosse
legato alla nascita, il caso di Fatima è diverso. La trasformazione
è stata lenta, puramente fisica e completamente contro la sua
volontà. Il suo destino sembra essere una delle vittime più
tragiche della serie, vittima dei poteri oscuri e ritualistici del
Comune.
Come il sacrificio di Fatima ha
salvato i Bones
Affrontando i mostri nel tunnel,
Fatima ha probabilmente dato a Tabitha, Jade, Boyd ed Ellis il
tempo necessario per fuggire con le ossa. Sebbene fosse in netta
inferiorità numerica, le sue nuove capacità mostruose le hanno
sicuramente conferito la forza per combattere meglio e più a lungo
di quanto avrebbero potuto fare anche tutti e quattro i suoi
compagni messi insieme.
Questo è il vero motivo per cui
Fatima ha insistito per entrare nei tunnel. La sua decisione
immediata di mandare via tutti, la consapevolezza di essere l’unica
in grado di far guadagnare loro tempo e la sua ultima supplica a
Ellis dimostrano che aveva già capito cosa le stava succedendo.
Costruire il Golem ha aiutato Fatima a non perdere la speranza, ma
la morte di Marielle le ha probabilmente dato la lucidità
necessaria per sacrificarsi.
Perché abbattere l’Albero delle
Bottiglie ha scatenato le Forze Maligne del Villaggio
Negli ultimi istanti di “Se un
albero cade nella foresta…”, il Ragazzo in Bianco dice a Sophia che
“stavolta perderà”, sottolineando che Tabitha e Jade sono riuscite
a ottenere le ossa. Sophia non si lasciò scoraggiare e gli comunicò
allegramente che, nonostante tutto, “l’Albero delle Bottiglie non
c’era più”. Il fatto che questa fosse una buona notizia per l’Uomo
in Giallo significava che non poteva che essere una cattiva notizia
per gli abitanti del villaggio.
In effetti, la perdita dell’Albero
delle Bottiglie scatenò un’immediata sequenza di eventi senza
precedenti. Il calar della notte a mezzogiorno, il terremoto e la
violenta tempesta di fulmini rossi sembravano tutti direttamente
correlati alla caduta dell’albero. Oltre a ciò, però, i poteri di
Sophia sembravano molto più illimitati dopo la perdita dell’albero.
Dove prima aveva ordinato a Clara di raccogliere tutti i talismani,
ora aveva iniziato a farlo lei stessa.
Anche la morte di Elgin è
probabilmente una conseguenza della caduta dell’Albero delle
Bottiglie. I metodi indiretti di Sophia per sabotare i piani degli
abitanti del villaggio, come coinvolgere altre persone, tagliare la
scala di corda e manipolare le persone psicologicamente piuttosto
che fisicamente, suggeriscono che l’Uomo in Giallo non potesse fare
molto di più direttamente per cambiare il corso degli eventi.
Soprattutto considerando che il
Ragazzo in Bianco, ora definitivamente in contrasto con l’Uomo in
Giallo, voleva mantenerlo in piedi, sembra che l’Albero delle
Bottiglie possa essere stato la fonte del sistema di controllo e
bilanciamento delle forze malvagie di From.
Come il finale della quarta
stagione di From prepara il terreno per la quinta stagione
Dopo tutto ciò che è accaduto in
questo episodio, la quinta e ultima stagione di From si discosterà
significativamente dalle precedenti. Un elemento importante e senza
precedenti è il fatto che tutti i talismani sono ormai fuori gioco.
Dopo averli raccolti, Sophia li ha gettati giù dall’Albero Lontano,
rendendoli di fatto perduti.
Sebbene alcuni personaggi, come
Boyd, Donna e Victor, abbiano raccontato le loro esperienze prima
del ritrovamento dei talismani, la serie non ha mai mostrato
direttamente la Città senza di essi. Nonostante From abbia fatto
molti commenti inquietanti sull’avvicinarsi della fine e sul tempo
che sta per scadere, la perdita dei talismani fa scattare un vero e
proprio conto alla rovescia, poiché gli abitanti della Città
possono sopravvivere solo fino a un certo punto senza di essi.
Ora che le ossa sono state
recuperate, il prossimo ostacolo per la Città è cosa farne, una
domanda a cui Jade ha già ammesso di non avere una risposta. Mentre
il Ragazzo in Bianco sembrava pensare che il recupero delle ossa
avesse ribaltato le sorti della battaglia a favore degli abitanti,
la sua conversazione con Sophia suggerisce che la lotta è
tutt’altro che finita.
In definitiva, la posta in gioco si
è alzata vertiginosamente in vista della quinta stagione di From,
in cui la Città dovrà mettere insieme gli ultimi pezzi del puzzle,
combattendo sia contro i mostri che contro le lotte intestine che
minacciano di distruggerla dall’interno e di far ricominciare il
ciclo da capo.
Spider-Man: Brand New Day continua a rivelare nuovi
dettagli a poche settimane dall’uscita nelle sale. Sony Pictures ha
pubblicato uno speciale filmato dietro le quinte che mostra una
scena completamente inedita assente dai trailer ufficiali, offrendo
il primo vero sguardo allo scontro tra Spider-Man e
Scorpione, interpretato ancora una volta da
Michael Mando.
Il nuovo
capitolo del Marvel Cinematic Universe sarà
ambientato quattro anni dopo gli eventi di Spider-Man: No Way Home, con
Peter Parker ormai costretto a vivere in un mondo che ha
completamente dimenticato la sua identità. Nel cast tornano
Tom
Holland, Zendaya e Jacob Batalon,
affiancati da Jon
Bernthal nei panni del Punitore, Mark Ruffalo come Bruce Banner,
Krondon nel ruolo di Tombstone e Sadie
Sink in un personaggio ancora avvolto dal mistero.
Secondo
quanto mostrato nel nuovo backstage, Tom Holland ha eseguito
personalmente diverse acrobazie durante la sequenza, compresa
quella in cui Spider-Man viene colpito dalla letale coda meccanica
di Scorpione e scaraventato in aria. Ma il dettaglio più
interessante non riguarda soltanto l’azione: il film sembra voler
celebrare in modo esplicito la lunga storia editoriale dell’Uomo
Ragno.
Spider-Man: Brand New Day omaggia
le copertine storiche dei fumetti Marvel
Durante il
filmato promozionale, Tom Holland ha rivelato che molte delle
sequenze d’azione del film sono state costruite per ricreare alcune
delle copertine più celebri dei fumetti di Spider-Man. La scena
contro Scorpione riproduce infatti la cover di Spider-Man
Adventures #2 del 1995, nella quale Mac Gargan affronta
brutalmente Peter Parker.
Nel fumetto
originale, intitolato The Sting of the Scorpion, Mac
Gargan tende un’imboscata a Spider-Man dopo un esperimento
finanziato da J. Jonah Jameson, arrivando persino a sopraffarlo
prima che gli effetti della trasformazione prendano il sopravvento.
Pur non essendo chiaro se il film seguirà la stessa trama, il
riferimento visivo conferma la volontà degli autori di attingere
direttamente all’immaginario classico Marvel.
Il video
mostra inoltre la ricostruzione di altre iconiche copertine, tra
cui Amazing Fantasy #15, che segna il debutto
assoluto di Spider-Man, Amazing Spider-Man #345 e
Amazing Spider-Man #134, suggerendo che l’intero
film sarà disseminato di richiami ai fumetti che hanno costruito il
mito dell’Arrampicamuri.
Questa scelta rappresenta molto più
di un semplice omaggio per i fan. Dopo la conclusione della
trilogia di Jon Watts e il finale di No Way Home,
Spider-Man: Brand New Day
sembra voler riportare Peter Parker alle sue radici, recuperando
l’estetica e lo spirito delle storie classiche. L’utilizzo di
vignette e copertine storiche come ispirazione per le scene
d’azione lascia intendere che il nuovo film punterà a raccontare
uno Spider-Man più vicino alla tradizione Marvel, pur inserendolo
nel nuovo corso del MCU.
Spider-Man: Brand New Day arriverà nelle sale
italiane il 31 luglio 2026.
Il remake
live-action di Rapunzel è
ufficialmente entrato in produzione. Disney ha dato il via alle
riprese del nuovo adattamento del classico d’animazione del 2010 e,
insieme all’annuncio, sono arrivate anche le prime immagini dal
set, che mostrano la ricostruzione dell’iconica torre in cui vive
la principessa dai lunghissimi capelli.
Le riprese si
stanno svolgendo presso i Ciudad de la Luz Studios di
Alicante, in Spagna, scelti come centro operativo della
produzione dopo mesi di trattative con le autorità locali. La
notizia conferma che il progetto è ormai pienamente avviato e
rappresenta uno dei remake live-action più attesi dei prossimi
anni.
La nuova
versione di Rapunzel – L’intreccio della torre
sarà diretta da Michael Gracey, regista di The
Greatest Showman. Nel cast troviamo Teagan
Croft nel ruolo di Rapunzel, Milo Manheim
nei panni di Flynn Rider, Kathryn Hahn come Madre
Gothel e Diego Luna, che interpreterà un
personaggio completamente inedito creato appositamente per questa
trasposizione.
Il live-action di Rapunzel punta a
ricreare la magia del film d’animazione
Secondo le
prime informazioni, il remake manterrà la struttura narrativa del
film originale, raccontando ancora una volta l’incontro tra la
giovane principessa rinchiusa nella torre e il ladro Flynn Rider,
senza rinunciare agli elementi musicali che hanno reso celebre
l’animazione Disney.
L’avvio delle
riprese arriva pochi giorni dopo che Teagan Croft
è stata fotografata con un taglio di capelli molto corto, dettaglio
che richiama uno dei momenti più iconici del finale del film
originale. Le immagini sono state condivise dall’attrice
Camryn Manheim, madre di Milo Manheim, durante una
visita sul set spagnolo.
L’originale
Rapunzel – L’intreccio della torre incassò
oltre 592 milioni di dollari al botteghino
mondiale e fu candidato agli Oscar per la canzone I See the
Light, diventando uno dei maggiori successi della Disney
Animation dell’era moderna. Ancora oggi il film continua a essere
tra i titoli più apprezzati del catalogo Disney+.
Come accaduto per altri remake
live-action Disney, anche questo progetto sta già dividendo il
pubblico. La scelta del cast e l’adattamento di una delle fiabe più
amate degli ultimi anni hanno acceso il dibattito tra chi attende
con entusiasmo il ritorno di Rapunzel e chi guarda con maggiore
cautela alle nuove reinterpretazioni in live-action. Con la
produzione ormai iniziata, nei prossimi mesi arriveranno
sicuramente nuove immagini ufficiali e i primi dettagli sul film,
anche se Disney non ha ancora annunciato una data di
uscita.
La
terza stagione di House of the Dragon continua a
far discutere per le sue differenze rispetto a Fuoco e
Sangue. Dopo la première, che ha finalmente portato sullo
schermo la spettacolare Battaglia del Gullet, uno
dei cambiamenti più dibattuti dai lettori dei romanzi di George
R.R. Martin è stato confermato: il personaggio di
Nettles non esiste nella serie e il suo arco
narrativo è stato affidato a Rhaena Targaryen, interpretata da Phoebe
Campbell.
A spiegare le
ragioni di questa scelta è stato lo showrunner Ryan
Condal, che in un’intervista a IGN ha raccontato come la
decisione sia nata dall’esigenza di rafforzare il percorso emotivo
di Rhaena, rendendola una figura ancora più centrale all’interno
della storia della famiglia Targaryen.
Secondo
Condal, inserire un nuovo personaggio come Nettles avrebbe disperso
l’attenzione in una fase della serie in cui il conflitto familiare
rappresenta il cuore del racconto. Per questo motivo gli autori
hanno preferito sviluppare un arco già costruito fin dalla prima
stagione: quello di Rhaena, cresciuta sentendosi esclusa perché
priva di un drago, a differenza del resto della sua famiglia.
Dal punto di
vista narrativo, la scelta permette di trasformare quello che era
il desiderio più grande del personaggio nella sua peggiore
maledizione. Condal descrive infatti la vicenda come una sorta di
“zampa di scimmia”: Rhaena ottiene finalmente ciò che ha sempre
sognato, ma il prezzo da pagare è altissimo.
La première
della stagione mostra infatti la giovane Targaryen entrare in
possesso del drago selvaggio Sheepstealer, ma il
legame tra i due è ancora instabile. Durante la Battaglia del
Gullet, Rhaena non riesce a controllare completamente la creatura,
contribuendo indirettamente agli eventi tragici che portano alla
morte di Jacaerys Velaryon. È una conseguenza che
modifica profondamente il significato della sua conquista e apre
nuove prospettive per il personaggio.
Condal ha
inoltre chiarito un’altra modifica rispetto al libro: l’assenza dei
due figli più piccoli di Rhaenyra durante la battaglia. La
produzione ha preferito evitare di coinvolgere bambini molto
piccoli in una sequenza d’azione tanto complessa, lasciando
intendere che nella serie continueranno a essere protetti lontano
dal conflitto.
Perché la scelta su Rhaena cambia
davvero il significato della Danza dei Draghi
House of the Dragon – Stagione 3
Nei romanzi,
Nettles rappresenta un elemento esterno alla dinastia Targaryen e
dimostra come anche persone prive di sangue nobile possano entrare
nella storia dei draghi. La serie HBO sceglie invece una direzione
differente, riportando il conflitto completamente all’interno della
famiglia.
Con Rhaena,
il tema non è più soltanto quello dei “Dragonseeds”, ma diventa una
riflessione sull’identità, sul desiderio di appartenenza e sulle
conseguenze dell’ambizione. La giovane Targaryen ha trascorso tutta
la vita sentendosi incompleta perché priva di un drago, e proprio
quando realizza il suo sogno scopre che quel potere comporta
responsabilità enormi e può trasformarsi nella causa di una
tragedia.
È una scelta che semplifica
l’adattamento televisivo, riducendo il numero di personaggi, ma
allo stesso tempo rafforza il percorso emotivo di una figura già
conosciuta dal pubblico. Resta da vedere se questa
reinterpretazione riuscirà a convincere anche i lettori più
affezionati a Fuoco e Sangue, soprattutto considerando
quanto il personaggio di Nettles sia diventato iconico
nell’immaginario dei fan. Di certo, la terza stagione sembra voler
puntare ancora di più sulle dinamiche interne alla famiglia
Targaryen, facendo della Danza dei Draghi non solo una guerra per
il Trono di Spade, ma anche il racconto delle
conseguenze che il potere esercita su chi lo desidera più di ogni
altra cosa.
Negli ultimi
anni Netflix ha investito enormemente nell’animazione
giapponese, costruendo un catalogo che spazia dai grandi battle
shonen alle produzioni originali più ambiziose. Serie come
Blue Box, Sakamoto Days, Dandadan e il remake di One Piece dimostrano come la piattaforma voglia
essere uno dei principali punti di riferimento per gli appassionati
di anime. C’è però un genere che finora è rimasto relativamente in
secondo piano: lo shojo, ovvero le storie rivolte principalmente a un
pubblico giovane femminile, spesso caratterizzate da crescita
personale, magia, romanticismo e protagoniste forti. Con
The Ribbon Hero,
in arrivo ad agosto in esclusiva, Netflix sembra intenzionata a
colmare proprio questo vuoto.
L’entusiasmo attorno al film nasce non solo dalla qualità mostrata
nel primo trailer, ma soprattutto dalle sue radici. The Ribbon Hero
rappresenta infatti il ritorno di uno dei manga più importanti
della storia giapponese, Princess Knight di Osamu Tezuka, opera che ha
contribuito a definire il linguaggio dello shojo moderno molto
prima dell’arrivo di fenomeni come Sailor Moon. Se il film manterrà le promesse delle
prime immagini, potrebbe diventare il titolo capace di introdurre
una nuova generazione di spettatori alla magia di questo genere,
proprio come accadde negli anni Novanta con l’opera di Naoko
Takeuchi.
The Ribbon Hero riporta in vita
Princess Knight, il manga che ha cambiato per sempre lo shojo
Per comprendere perché The Ribbon Hero stia attirando così tanta
attenzione bisogna tornare agli anni Cinquanta. Princess Knight, pubblicato da
Osamu Tezuka nel 1953, viene considerato una delle opere fondanti
dello shojo manga. In un periodo in cui i fumetti destinati alle
ragazze erano ancora molto limitati, Tezuka costruì una
protagonista coraggiosa, combattiva e costretta a confrontarsi con
temi come l’identità, il destino e il ruolo imposto dalla società.
Molti degli elementi che oggi associamo alle grandi eroine degli
anime derivano proprio da quella serie.
Negli anni Sessanta arrivò anche un adattamento televisivo di 52
episodi che contribuì a rendere Princess Knight uno dei primi
grandi anime shojo della storia. Da allora, però, il franchise è
rimasto sorprendentemente silenzioso, fatta eccezione per un
cortometraggio realizzato nel 1999. Per questo motivo The Ribbon
Hero rappresenta molto più di un semplice remake: è il ritorno di
un’opera che ha influenzato intere generazioni di autori e che oggi
può finalmente essere riscoperta da un pubblico globale.
Paradossalmente, il lungo periodo di assenza potrebbe diventare uno
dei suoi maggiori punti di forza. Molti spettatori più giovani non
hanno alcun legame nostalgico con Princess Knight e potranno vivere
The Ribbon Hero come una storia completamente nuova. Questo
permette al film di non dover inseguire continuamente il confronto
con il passato, ma di costruire una propria identità contemporanea
pur rispettando le radici del materiale originale.
Netflix punta sempre di più sugli
anime e The Ribbon Hero potrebbe diventare il suo nuovo grande
fenomeno shojo
Negli ultimi anni Netflix ha cambiato profondamente la propria
strategia nel settore anime. Se inizialmente si limitava ad
acquisire diritti di distribuzione, oggi investe direttamente nella
produzione di serie e film esclusivi, cercando di coprire
praticamente ogni segmento del pubblico. In questo contesto The
Ribbon Hero rappresenta una scelta significativa perché amplia
ulteriormente l’offerta della piattaforma, puntando su un genere
che finora non aveva trovato una presenza forte nel catalogo.
L’operazione arriva in un momento particolarmente favorevole. Le
storie fantasy con protagoniste femminili stanno vivendo una nuova
popolarità a livello internazionale e il pubblico dimostra di
essere sempre più aperto a racconti che uniscono avventura,
crescita personale e componente emotiva. Negli anni Novanta
Sailor Moon
riuscì a conquistare il mondo proprio grazie a questo equilibrio
tra magia, eroismo e sentimenti. The Ribbon Hero sembra voler
raccogliere idealmente quella stessa eredità, aggiornandola però al
linguaggio visivo e narrativo dell’animazione contemporanea.
Un ulteriore segnale delle aspettative riposte nel progetto è
arrivato durante l’Annecy International Animation Film Festival,
dove Netflix ha presentato The Ribbon Hero insieme ad alcuni dei
suoi titoli più importanti, tra cui The One Piece, Blue Eye Samurai stagione 2 e Fool Night. Essere inserito accanto a
produzioni di questo calibro suggerisce che la piattaforma
considera il film uno dei propri investimenti principali nel
settore anime.
L’animazione e il team creativo
potrebbero essere la vera arma segreta del film
Gran parte dell’entusiasmo che circonda The Ribbon Hero nasce anche
dal talento coinvolto nella produzione. Alla regia troviamo
Yuki Igarashi,
animatore conosciuto soprattutto per aver firmato la celebre ending
della prima stagione di Jujutsu Kaisen e per aver diretto l’episodio
Lop & Ochō
dell’antologia Star Wars: Visions,
apprezzato per la capacità di unire spettacolarità e forte
componente emotiva.
Le immagini mostrate nel trailer confermano questa sensibilità
artistica. I movimenti dei personaggi risultano fluidi, gli sfondi
sono ricchi di dettagli e la fotografia utilizza colori vivaci che
restituiscono al film un’estetica quasi fiabesca, pur mantenendo un
taglio moderno. L’impressione è quella di un’opera capace di
alternare momenti intimi a grandi sequenze d’azione senza perdere
coerenza visiva.
A
rafforzare ulteriormente il progetto contribuisce anche
Twin Engine,
società di produzione che negli ultimi anni ha partecipato a opere
molto apprezzate come Witch
Hat Atelier, Zom 100:
Bucket List of the Dead e The Ancient Magus’ Bride. Il loro coinvolgimento lascia
intuire una particolare attenzione non solo all’impatto estetico,
ma anche alla costruzione emotiva della storia, elemento
fondamentale per un’opera che vuole rilanciare uno dei pilastri
dello shojo.
Perché The Ribbon Hero potrebbe
davvero diventare il nuovo punto di riferimento dello shojo
moderno
Paragonare oggi un nuovo anime a Sailor Moon può sembrare un’affermazione
impegnativa, soprattutto considerando il peso culturale che l’opera
di Naoko Takeuchi continua ad avere a livello mondiale. Eppure The
Ribbon Hero possiede diversi elementi che rendono questo confronto
meno azzardato di quanto possa sembrare. Alla base c’è un materiale
originale che ha già cambiato la storia del fumetto giapponese, un
team creativo di altissimo livello e una distribuzione globale
garantita da Netflix, capace di raggiungere milioni di spettatori
contemporaneamente.
Naturalmente il successo non è affatto scontato. Per trasformarsi
in un nuovo fenomeno internazionale il film dovrà riuscire a
coinvolgere tanto chi conosce Princess Knight quanto chi non ne ha
mai sentito parlare. Dovrà soprattutto dimostrare che lo shojo può
ancora parlare alle nuove generazioni con la stessa forza con cui
lo faceva decenni fa.
Se riuscirà a mantenere la qualità mostrata nel trailer e a
valorizzare il patrimonio narrativo dell’opera di Tezuka senza
limitarvisi, The Ribbon Hero potrebbe non essere soltanto il
ritorno di un grande classico, ma l’inizio di una nuova importante
stagione per gli anime shojo su scala mondiale.
Green Book (leggi
qui la recensione) è molto più di un road movie ambientato
nell’America segregazionista dei primi anni Sessanta. Diretto da
Peter Farrelly e
ispirato a una storia vera, il film racconta l’incontro tra due
uomini che sembrano appartenere a mondi inconciliabili:
Tony Lip (Viggo
Mortensen), buttafuori italoamericano del Bronx dai
modi rozzi e impulsivi, e Don Shirley (Mahershala
Ali), raffinato pianista afroamericano costretto a
convivere ogni giorno con il razzismo istituzionalizzato del Sud
degli Stati Uniti. Il loro viaggio attraversa migliaia di
chilometri, ma soprattutto mette in discussione convinzioni,
pregiudizi e identità costruite nel corso di una vita.
Il
finale rappresenta il naturale punto d’arrivo di questo percorso.
La conclusione non racconta una vittoria contro il razzismo,
problema che resta ben lontano dall’essere risolto, bensì la
nascita di un’amicizia capace di superare le barriere sociali e
culturali che sembravano insormontabili. Dietro il lieto fine
natalizio, Green
Book propone una riflessione sul significato della
dignità, dell’appartenenza e della capacità di riconoscere
l’umanità dell’altro, trasformando un semplice viaggio di lavoro in
un’esperienza destinata a cambiare entrambi i protagonisti.
Come il viaggio attraverso il Sud degli Stati Uniti cambia Tony Lip
e Don Shirley fino a renderli persone diverse
Fin dall’inizio Green
Book costruisce il rapporto tra Tony Lip e Don Shirley sul contrasto. Tony è diretto,
istintivo e cresciuto in un ambiente popolare dove il pregiudizio
razziale è considerato quasi normale. Don appartiene invece a
un’élite culturale, vive circondato dall’arte e dall’eleganza, ma
scopre continuamente che il suo successo non basta a proteggerlo
dalle discriminazioni. Per poter affrontare la tournée nel Sud, i
due sono costretti a condividere ogni momento del viaggio,
aiutandosi con il celebre Green Book, la guida che indicava agli
afroamericani gli alberghi, i ristoranti e le stazioni di servizio
disposti ad accoglierli durante gli anni delle leggi di Jim
Crow.
Man mano che le tappe si susseguono, Tony assiste sempre più spesso
alle umiliazioni subite da Don. Il pianista viene applaudito sul
palco dai ricchi spettatori bianchi, ma pochi minuti dopo gli viene
negato il diritto di mangiare nello stesso ristorante o di
utilizzare gli stessi servizi riservati agli altri ospiti. Episodio
dopo episodio, Tony comprende che il razzismo non è un’idea
astratta, ma una realtà quotidiana che priva Don della libertà
anche nei momenti più ordinari. Parallelamente, Don inizia a vedere
oltre l’apparente rozzezza del suo autista, scoprendo un uomo
profondamente leale, generoso e disposto a rischiare in prima
persona per proteggerlo.
Il viaggio modifica così entrambi. Don insegna a Tony una maggiore
sensibilità, aiutandolo persino a scrivere lettere d’amore alla
moglie con un linguaggio più sincero ed elegante. Tony, invece,
restituisce al pianista un contatto con la spontaneità della vita
quotidiana, spingendolo a uscire dall’isolamento emotivo nel quale
si era rifugiato. La loro amicizia nasce proprio dall’accettazione
delle rispettive differenze e diventa il cuore autentico del
film.
Perché il finale rappresenta la conquista della dignità prima
ancora della vittoria personale
L’episodio decisivo arriva durante l’ultima tappa della tournée,
quando Don viene invitato a esibirsi in un esclusivo country club
dell’Alabama. Nonostante sia l’artista principale della serata, gli
viene impedito di cenare nella sala riservata agli ospiti bianchi.
È l’ennesima dimostrazione dell’ipocrisia di un sistema disposto ad
applaudire il talento di un uomo afroamericano purché continui a
occupare il posto assegnatogli dalla segregazione.
A
questo punto Don prende la decisione più importante dell’intero
film. Rifiuta di esibirsi se non gli verranno riconosciuti gli
stessi diritti degli altri presenti. La scelta comporta il rischio
di compromettere il contratto con l’etichetta discografica e di
interrompere la tournée, ma il pianista comprende che accettare
quell’umiliazione significherebbe tradire se stesso. Tony lo
sostiene senza esitazioni, rinunciando ai vantaggi economici pur di
restare accanto all’amico.
I
due lasciano il locale e trovano ospitalità in un piccolo blues
club frequentato dalla comunità afroamericana. Qui Don si siede
spontaneamente al pianoforte e improvvisa insieme ai musicisti
presenti. La scena assume un valore simbolico fondamentale: per la
prima volta durante il viaggio il pianista suona in un ambiente
dove non viene osservato come un’eccezione esotica o un prestigioso
intrattenitore, ma accolto come una persona. Il concerto
improvvisato rappresenta quindi la conquista di una libertà che
nessun ingaggio prestigioso avrebbe potuto garantire.
La sequenza conclusiva
rafforza ulteriormente questa trasformazione. Durante il viaggio di
ritorno verso New York, Tony e Don vengono fermati ancora una volta
dalla polizia. Lo spettatore si aspetta una nuova ingiustizia,
memore delle violenze subite in precedenza. Invece l’agente si
limita ad aiutarli a cambiare una gomma bucata, suggerendo che,
almeno in quel momento, il loro percorso può finalmente proseguire
senza ulteriori ostacoli. È un piccolo segnale di speranza, lontano
dall’illusione che il razzismo sia improvvisamente scomparso.
Perché
l’amicizia tra Tony Lip e Don Shirley supera i pregiudizi senza
cancellare le differenze che li rendono unici
La
cena della vigilia di Natale rappresenta il vero epilogo emotivo di
Green Book. Dopo
aver accompagnato Don a casa, Tony lo invita a unirsi ai
festeggiamenti con la sua famiglia. Il pianista inizialmente
rifiuta, convinto di appartenere a un mondo diverso e destinato a
trascorrere ancora una volta le feste in solitudine. Una volta
rimasto solo, però, comprende che il viaggio gli ha restituito
qualcosa che aveva perduto da tempo: la possibilità di sentirsi
parte della vita degli altri.
Quando Don si presenta alla porta di casa Lip, viene accolto con
naturalezza dall’intera famiglia. Nessuno lo osserva come un
celebre musicista o come un uomo diverso per il colore della pelle.
È semplicemente un ospite invitato a condividere il Natale. La
scena assume così un valore simbolico molto forte, perché chiude il
percorso iniziato all’inizio del film, quando Tony stesso
manifestava atteggiamenti intrisi di pregiudizi. L’uomo che apre la
porta a Don non è più lo stesso che aveva accettato quel lavoro
soltanto per necessità economica.
Il film evita volutamente di trasformare questa riconciliazione in
una soluzione definitiva ai problemi della società americana. Le
discriminazioni continueranno a esistere e Don dovrà affrontarle
ancora per molti anni. Ciò che cambia davvero è il modo in cui i
protagonisti guardano il mondo e se stessi. Tony comprende che il
rispetto non dipende dall’origine sociale o dal colore della pelle,
mentre Don riscopre il valore delle relazioni autentiche,
lasciandosi alle spalle quella solitudine che il successo non era
mai riuscito a colmare.
Il significato del finale di Green Book racconta che il vero
viaggio consiste nell’imparare a riconoscere l’umanità
dell’altro
Il finale di Green
Book propone una riflessione che va oltre la vicenda
personale dei suoi protagonisti. Durante il viaggio, Tony e Don
attraversano gli Stati Uniti, ma il cambiamento più importante
avviene dentro di loro. Entrambi partono convinti di conoscere
perfettamente il mondo e finiscono per mettere in discussione le
proprie certezze, imparando che nessuna identità può essere ridotta
a stereotipi o categorie.
La frase pronunciata da Don durante il loro litigio – quando spiega
di non sentirsi abbastanza nero per i neri e mai abbastanza bianco
per i bianchi – racchiude il nucleo dell’intero racconto. Il
pianista vive sospeso tra mondi che non lo accettano completamente,
mentre Tony scopre che il privilegio di appartenere alla
maggioranza gli aveva impedito di vedere la realtà vissuta
dall’amico. Il loro rapporto nasce proprio dalla capacità di
ascoltarsi, senza pretendere di annullare le differenze.
Le fotografie reali che accompagnano i titoli di coda confermano
che questa amicizia è esistita davvero e che Don Shirley e Tony Lip rimasero legati fino alla
morte, avvenuta per entrambi nel 2013 a pochi mesi di distanza. È
un dettaglio che rafforza il senso dell’opera, ricordando come il
film racconti un legame destinato a durare ben oltre il viaggio del
1962.
In definitiva, Green
Book utilizza la struttura del road movie per raccontare
una trasformazione profondamente umana. Il suo finale non celebra
una vittoria contro il razzismo, problema che continua a esistere
ben oltre gli eventi narrati, ma mostra come il dialogo, il
rispetto e la condivisione possano incrinare anche i pregiudizi più
radicati. L’ultima cena di Natale diventa così il simbolo di una
conquista silenziosa: due uomini partiti come datore di lavoro e
autista si ritrovano amici, capaci di riconoscersi finalmente come
persone prima ancora che come rappresentanti di mondi diversi.
Scomparsa nella Death
Valley costruisce il proprio racconto attorno a una delle
paure più profonde per qualsiasi genitore: perdere un figlio. Il
thriller utilizza il paesaggio ostile della Death Valley come
teatro di una vicenda che, almeno inizialmente, sembra seguire i
canoni del classico rapimento. Ben presto, però, il film sposta il
centro della narrazione dall’indagine alla psicologia dei suoi
personaggi, mostrando come un lutto mai elaborato possa
trasformarsi in un’ossessione capace di cancellare il confine tra
amore e follia.
Il
finale chiarisce infatti che il vero antagonista della storia non è
semplicemente Lydia
Simpson, ma il dolore che la donna non è mai riuscita ad
affrontare dopo la morte della figlia Dani. Attraverso il confronto
con Kayla Larson e
la giovane Hope, il film riflette sul senso di colpa dei genitori,
sulla difficoltà di accettare gli errori commessi con i propri
figli e sulla possibilità di ottenere una seconda occasione prima
che sia troppo tardi. È proprio questa lettura a dare un
significato più profondo all’epilogo.
Come il film trasforma un thriller di rapimento in una riflessione
sul lutto irrisolto e sul rapporto tra madre e figlia
Fin dalle prime scene Scomparsa nella Death Valley mette in parallelo due
famiglie quasi identiche. Da una parte ci sono Lydia, il marito
Eli e la figlia
Dani, dall’altra Kayla, Alan e Hope. Entrambe le adolescenti vivono una
fase di conflitto con le rispettive madri, entrambe contestano le
decisioni degli adulti e reagiscono con rabbia alle imposizioni
familiari.
La tragedia che colpisce Dani cambia però completamente il destino
dei Simpson. La ragazza, dopo aver litigato con la madre durante
un’escursione, entra in una vecchia cava contro gli ordini
ricevuti, precipita e muore. L’ultima frase rivolta a Lydia è un
doloroso “ti odio”, destinato a perseguitare la donna negli anni
successivi.
Da questo momento il film abbandona la semplice costruzione del
thriller per raccontare una mente che si è progressivamente
spezzata. Lydia continua a vivere nello stesso luogo della
tragedia, lavora vicino al parco e resta intrappolata nel ricordo
dell’ultima giornata trascorsa con la figlia. Quando incontra Hope,
vede in lei la possibilità di cancellare il passato, sostituendo
idealmente Dani con un’altra adolescente che le assomiglia sia per
età sia per il rapporto conflittuale con la madre.
Il rapimento nasce quindi da una logica completamente distorta.
Lydia non considera Hope una vittima, bensì una figlia da “salvare”
da quella che percepisce come una cattiva madre. È questa
convinzione delirante a rendere il personaggio molto più
inquietante di un semplice criminale.
Cosa succede nel finale e perché Lydia arriva a voler distruggere
tutto pur di non perdere Hope
L’ultima parte del film conduce tutti i protagonisti proprio nel
luogo in cui Dani ha perso la vita. La scelta narrativa è
tutt’altro che casuale, perché la cava rappresenta il trauma
originario da cui è nata tutta la vicenda.
Dopo aver rapito Hope con l’aiuto del marito Eli, Lydia cerca
continuamente di convincere la ragazza che Kayla non la ama
davvero. Ogni gesto della madre viene reinterpretato come una prova
del suo egoismo, mentre Lydia si presenta come l’unica persona
realmente disposta a proteggerla.
Quando Alan
riesce a individuare il nascondiglio viene però catturato, mentre
Kayla finisce a sua volta nelle mani dei due sequestratori. Hope
approfitta della confusione per tentare la fuga, ma durante lo
scontro cade da un piccolo dirupo e resta sospesa nel vuoto.
È
qui che il film raggiunge il proprio apice emotivo. Kayla corre
immediatamente a salvare la figlia, mentre Lydia continua a
pretendere che Hope resti con lei. Nel disperato tentativo di
strapparla alla madre si consuma anche la caduta di Eli, che
sopravvive ma viene definitivamente neutralizzato.
La situazione precipita
quando Lydia comprende di avere ormai perso ogni possibilità di
costruire la famiglia che aveva immaginato. Estrae allora un
candelotto di dinamite e minaccia di uccidere tutti presenti,
convinta che quella sia l’unica conclusione possibile. La sua
decisione dimostra quanto la donna sia ormai incapace di
distinguere l’amore dal possesso e il ricordo dalla realtà.
Perché il vero
conflitto riguarda il senso di colpa delle madri e la possibilità
di ottenere una seconda occasione
La
scena della dinamite cambia improvvisamente tono quando Kayla
smette di affrontare Lydia come una criminale e inizia a parlarle
come una madre. Invece di limitarsi a implorarla di risparmiare
Hope, le confessa che farebbe qualunque cosa pur di poter crescere
sua figlia e rimediare agli inevitabili errori che ogni genitore
commette. È questo passaggio che rompe, almeno per un istante, il
delirio costruito da Lydia negli anni.
La
donna ammette finalmente ciò che fino a quel momento aveva cercato
di reprimere: il suo dolore nasce soprattutto dall’ultima
conversazione avuta con Dani. L’idea che la figlia sia morta dopo
averle detto di odiarla è diventata una ferita impossibile da
rimarginare. Hope non rappresentava semplicemente una sostituta
della ragazza perduta, ma l’occasione immaginaria di riscrivere
quel momento e ottenere il perdono che non avrebbe mai più potuto
ricevere.
Il film suggerisce così che Lydia non abbia mai elaborato il lutto.
Invece di accettare la morte della figlia, ha trasformato il
ricordo in una realtà alternativa nella quale era ancora possibile
correggere il passato. Rapire Hope significava costruire una nuova
versione della propria esistenza, eliminando ogni responsabilità
personale e convincendosi che il problema fosse sempre
rappresentato dagli altri genitori.
Quando Kayla le chiede di concederle una seconda possibilità con
Hope, Lydia comprende finalmente ciò che Dani non potrà mai più
darle. Per la prima volta la donna abbassa la dinamite e interrompe
la spirale di violenza che aveva alimentato per anni. Non si tratta
di una vera redenzione, bensì del momento in cui la realtà torna a
imporsi sulle fantasie che avevano guidato ogni sua scelta.
Il ruolo della Death Valley e il significato simbolico del deserto
come luogo in cui il passato continua a sopravvivere
L’ambientazione svolge una funzione molto più importante di quella
puramente spettacolare. La Death Valley diventa infatti una rappresentazione
concreta dello stato emotivo di Lydia: un territorio ostile,
immobile e apparentemente privo di vita, nel quale ogni tentativo
di andare avanti viene continuamente riportato al punto di
partenza.
La morte di Dani avviene proprio in quel paesaggio, e non è un caso
che anche il confronto finale torni nello stesso luogo. Lydia non
riesce mai davvero ad allontanarsi dalla valle perché, dal punto di
vista simbolico, è rimasta intrappolata nel giorno dell’incidente.
Ogni decisione presa successivamente nasce dal desiderio
impossibile di modificare quell’istante.
Anche Hope attraversa fisicamente questo spazio come una sorta di
prova iniziatica. Durante il rapimento viene privata della libertà,
costretta a confrontarsi con una figura materna completamente
distorta e obbligata a trovare la forza di ribellarsi. Quando
riesce a riabbracciare Kayla, il deserto smette di rappresentare un
luogo di morte e torna a essere semplicemente un ambiente da
attraversare per continuare il viaggio.
Il film utilizza quindi la Death Valley come metafora della
memoria. Chi rimane prigioniero del passato rischia di consumarsi
lentamente, proprio come accade a Lydia. Chi invece accetta il
dolore può finalmente riprendere il proprio cammino, pur portando
con sé le cicatrici dell’esperienza vissuta.
Il significato del finale di Scomparsa
nella Death Valley racconta che l’amore diventa
distruttivo quando sostituisce l’accettazione della
perdita
L’epilogo mostra Lydia ed Eli arrestati, mentre la famiglia Larson
riprende il viaggio interrotto. Apparentemente tutto torna alla
normalità, ma il film lascia allo spettatore una riflessione più
complessa della semplice vittoria del bene sul male.
La riconciliazione tra Kayla e Hope dimostra che il dialogo può
ancora ricostruire un rapporto incrinato prima che sia troppo
tardi. Dopo avere rischiato di perdere la figlia, Kayla comprende
quanto sia importante ascoltarla davvero, mentre Hope riconosce che
dietro le decisioni della madre esisteva un sincero desiderio di
proteggerla. La loro relazione esce dalla prova più matura e
consapevole.
Per Lydia, invece, il finale rappresenta la definitiva presa di
coscienza della propria tragedia. La donna aveva trasformato
l’amore materno in possesso assoluto, arrivando a credere che fosse
legittimo cancellare un’altra famiglia pur di riempire il vuoto
lasciato da Dani. La sua follia nasce dall’incapacità di accettare
che alcune perdite non possano essere sostituite.
In definitiva, Scomparsa
nella Death Valley utilizza gli elementi del thriller per
affrontare temi universali come il lutto, il rimorso e il difficile
rapporto tra genitori e figli adolescenti. Il messaggio conclusivo
invita a non lasciare che rabbia, incomprensioni e sensi di colpa
diventino ferite permanenti.
Alcuni errori possono ancora essere corretti, ma soltanto finché le
persone che amiamo sono accanto a noi. Lydia comprende questa
verità troppo tardi, mentre Kayla e Hope ricevono la possibilità di
ricominciare insieme, trasformando il loro viaggio in qualcosa di
molto più importante di un semplice trasferimento.
Scopri anche il finale di altri film simili
a Scomparsa nella
Death Valley:
Quando
King – Un cucciolo da
salvare è arrivato nelle sale, ha conquistato il pubblico
grazie a un racconto d’avventura capace di unire emozione, denuncia
ambientale e una tenera amicizia tra due ragazzi e un cucciolo di
leone. Diretto da David Moreau, il film segue il viaggio di King,
un giovane leone sfuggito ai trafficanti di animali esotici, e dei
fratelli Inès e Alex, determinati a riportarlo nel suo habitat
naturale. Una storia che sembra appartenere alla tradizione dei
grandi film per famiglie, ma che ha spinto molti spettatori a
chiedersi se dietro questa incredibile avventura si nasconda un
fatto realmente accaduto.
La
risposta è più articolata di quanto possa sembrare.
King – Un cucciolo da
salvare non racconta un evento storico realmente avvenuto
così come viene mostrato sullo schermo, ma prende ispirazione da
una vicenda autentica che negli anni Sessanta fece il giro del
mondo: quella di Christian il Leone, un cucciolo acquistato in un
grande magazzino londinese e successivamente riportato in Africa
dai suoi proprietari. Il regista ha utilizzato quella storia come
punto di partenza, trasformandola però in un racconto completamente
nuovo, pensato per sensibilizzare il pubblico sul traffico illegale
di animali e sull’importanza della conservazione della fauna
selvatica.
La vera storia di Christian il Leone che ha
ispirato l’idea alla base di King – Un cucciolo da salvare
L’ispirazione principale del film nasce dalla straordinaria vicenda
di Christian il
Leone, uno degli episodi più celebri nella storia del
rapporto tra esseri umani e animali selvatici. Alla fine degli anni
Sessanta, gli australiani John Rendall e Anthony “Ace” Bourke acquistarono un cucciolo di
leone all’interno dei grandi magazzini Harrods di Londra, in un’epoca in cui la
normativa sul commercio di animali esotici era molto meno
restrittiva rispetto a oggi. I due decisero di prendersi cura
dell’animale, allevandolo con affetto e attenzione, fino a quando
si resero conto che un leone adulto non avrebbe mai potuto vivere
serenamente in città.
Fu allora che maturò una decisione tanto difficile quanto
coraggiosa: riportare Christian nel suo ambiente naturale. Grazie
all’aiuto del celebre naturalista George Adamson, noto per il suo lavoro di
tutela dei grandi felini in Kenya, il leone venne trasferito in
Africa per affrontare un graduale percorso di reinserimento nella
natura selvaggia. L’operazione richiese mesi di preparazione,
pazienza e un’attenta supervisione, poiché un animale cresciuto a
stretto contatto con gli esseri umani difficilmente riesce a
recuperare tutti gli istinti necessari per vivere in libertà.
La storia raggiunse una notorietà mondiale alcuni anni più tardi
grazie a un episodio destinato a entrare nell’immaginario
collettivo. Dopo il rilascio, John Rendall e Ace Bourke tornarono in Africa per verificare se
Christian fosse ancora vivo. Contro ogni previsione, il leone
riconobbe immediatamente i suoi vecchi amici e corse ad
abbracciarli in una scena diventata celebre attraverso fotografie e
filmati che ancora oggi vengono condivisi in tutto il mondo. È
proprio questo straordinario rapporto tra uomo e animale ad aver
colpito David
Moreau, che inizialmente aveva pensato persino di adattare
direttamente questa vicenda per il cinema.
Come il regista David Moreau ha trasformato una vicenda
reale in un racconto completamente originale
Pur prendendo spunto dalla storia di Christian il Leone, King – Un cucciolo da salvare
sceglie fin dall’inizio una strada narrativa diversa. Nel film non
sono due giovani adulti ad acquistare volontariamente un leone,
bensì due fratelli che si ritrovano improvvisamente a dover
proteggere un cucciolo vittima del traffico illegale di animali.
Questo cambiamento permette al regista di inserire nella vicenda
temi contemporanei come il bracconaggio, il commercio clandestino
di specie protette e la responsabilità dell’uomo nei confronti
dell’ambiente.
Anche il viaggio assume un significato differente rispetto alla
storia originale. Se Christian venne affidato a esperti naturalisti
attraverso un lungo programma di reinserimento, King affronta
un’avventura rocambolesca insieme ai giovani protagonisti,
trasformando il racconto in un vero road movie familiare. Il film
utilizza quindi una struttura romanzata, ricca di inseguimenti,
colpi di scena e momenti di crescita personale, privilegiando
l’emozione e il coinvolgimento dello spettatore rispetto alla
ricostruzione fedele degli eventi realmente accaduti.
Un elemento che
contribuisce al realismo è rappresentato proprio dall’utilizzo di
un vero cucciolo di leone durante gran parte delle riprese.
David Moreau ha
infatti scelto di ricorrere alla computer grafica soltanto nelle
sequenze più complesse o potenzialmente pericolose, mentre le scene
ravvicinate tra gli attori e l’animale sono state realizzate con un
esemplare reale, successivamente trasferito in una riserva protetta
africana. Una scelta che conferisce autenticità alle immagini e
rafforza il messaggio di rispetto nei confronti degli animali
selvatici.
La vicenda
che ha ispirato King – Un
cucciolo da salvare si conclude in maniera molto diversa
rispetto a quella raccontata nel film, pur conservando lo stesso
messaggio di fondo. Dopo il trasferimento in Kenya,
Christian il Leone
affrontò un lungo percorso di adattamento alla vita selvatica sotto
la guida di George
Adamson, uno dei maggiori esperti di conservazione dei
grandi felini. L’obiettivo non era semplicemente liberare
l’animale, ma permettergli di sviluppare nuovamente gli istinti
necessari per sopravvivere, cacciare e integrarsi con altri leoni.
Fu un processo lento e complesso, ben lontano dalla rapidità che
inevitabilmente caratterizza una narrazione cinematografica.
L’episodio che ha reso questa storia famosa in tutto il mondo
avvenne alcuni anni dopo il rilascio, quando John Rendall e Ace Bourke decisero di tornare in
Africa per rivedere il loro vecchio amico. Molti ritenevano
improbabile che il leone li ricordasse, ma accadde l’esatto
contrario: Christian riconobbe immediatamente entrambi e li accolse
con un affettuoso abbraccio, un momento immortalato in un filmato
che ancora oggi rappresenta una delle testimonianze più emozionanti
del legame che può instaurarsi tra esseri umani e animali. Quel
ricongiungimento contribuì a trasformare la loro vicenda in un
simbolo internazionale della tutela della fauna selvatica.
Nel film, invece, il finale assume i contorni di un racconto di
formazione. Il ritorno di King nel suo habitat naturale rappresenta
soprattutto la conclusione del percorso emotivo dei giovani
protagonisti, che imparano a mettere il bene dell’animale davanti
ai propri sentimenti. Pur ispirandosi allo stesso ideale di libertà
che caratterizzò la storia di Christian, King – Un cucciolo da salvare costruisce
quindi una vicenda completamente autonoma, utilizzando la realtà
come punto di partenza per sviluppare una favola moderna capace di
parlare soprattutto alle famiglie e ai più giovani.
Perché King – Un cucciolo da salvare utilizza una storia
vera solo come punto di partenza
Osservando il film nel suo insieme, appare evidente che
King – Un cucciolo da
salvare non voglia essere una ricostruzione fedele della
storia di Christian il
Leone, bensì un’opera ispirata allo spirito di quella
vicenda. David
Moreau prende un episodio realmente accaduto e lo
rielabora per affrontare temi di grande attualità come il traffico
illegale di animali esotici, la perdita della biodiversità e la
necessità di proteggere le specie minacciate. Il risultato è un
racconto accessibile al grande pubblico che, senza rinunciare
all’intrattenimento, invita a riflettere sul rapporto tra uomo e
natura.
Anche la lavorazione del film conferma questa attenzione verso il
benessere animale. L’impiego di un vero cucciolo di leone per le
scene principali, affiancato dagli effetti digitali solo quando
necessario, dimostra la volontà della produzione di mantenere un
equilibrio tra realismo e sicurezza. La decisione di trasferire
successivamente l’animale in una riserva protetta rafforza inoltre
la coerenza del messaggio ecologista che attraversa tutta la
pellicola, trasformando il film in qualcosa di più di una semplice
avventura per ragazzi.
In definitiva, King – Un
cucciolo da salvare è basato su una storia vera soltanto
in parte. La vicenda narrata sullo schermo è frutto della fantasia
degli autori, ma affonda le proprie radici nella celebre storia di
Christian il
Leone, che ha realmente dimostrato come il rispetto, la
dedizione e l’amore per gli animali possano lasciare un segno
duraturo. È proprio questo legame con la realtà a rendere il film
ancora più coinvolgente, ricordando allo spettatore che dietro la
finzione cinematografica esistono persone che hanno dedicato la
propria vita alla salvaguardia della fauna selvatica e alla difesa
di un patrimonio naturale sempre più fragile.
Con Supergirl (leggi
qui la nostra recensione) finalmente arrivato nelle sale
cinematografiche, il nuovo DC
Universe introduce anche uno dei suoi antagonisti più
pericolosi e meno conosciuti dal grande pubblico: Krem
delle Colline Gialle. Interpretato da Matthias Schoenaerts, il personaggio
rappresenta il principale bersaglio della missione di vendetta che
coinvolge Kara Zor-El (Milly Alcock) e la giovane
Ruthye, dando il via a un’avventura che attraversa
la galassia. Ma chi è davvero Krem? Quali sono le sue origini nei
fumetti e quanto il film rimane fedele alla versione creata da
Tom King? Scopriamo la storia completa del villain
di Supergirl.
Le origini di
Krem nei fumetti di Supergirl: La donna
del domani
Nei fumetti, lo sceneggiatore
Tom King descrive Krem come un
abilissimo arciere e spadaccino, originario di un pianeta
sconosciuto illuminato da un sole rosso. Come sanno bene i lettori
della DC Comics, i poteri dei kryptoniani, come
Superman e
Supergirl, non funzionano sotto la luce di un sole
rosso.
In Supergirl: La donna del
domani, scopriamo chi è Krem quando una
giovane ragazza di nome Ruthye chiede aiuto a
Supergirl per vendicare la morte del padre. La
ragazza racconta a Kara che Krem
ha assassinato brutalmente suo padre. Il criminale è un agente del
re che governa quel remoto pianeta. Quando un contadino lo accoglie
nella propria casa, ignora che la sua visita ha lo scopo di mettere
alla prova la sua fedeltà al sovrano.
Come Krem delle Colline
Gialle diventa il nemico di
Supergirl
Seduto a tavola con il contadino,
Krem racconta una barzelletta sul re, sperando di
provocare una reazione. Viaggia da un capo all’altro del pianeta
con una missione ben precisa: “trovare i leali e punire i malvagi”.
Il contadino, però, non ride e, anzi, si dice indignato dal modo
irrispettoso con cui Krem parla della corona.
Questo avrebbe dovuto salvarlo, ma
Krem non sopporta che il suo scherzo venga accolto
con indifferenza. Per questo lo pugnala a sangue freddo. Lascia
persino l’arma del delitto nella casa, convinto che nessuno lo
chiamerà mai a rispondere del suo crimine. Tuttavia la giovane
figlia del contadino, Ruthye, giura vendetta e
decide di chiedere aiuto proprio a Supergirl per
dare la caccia a Krem.
Krem è un maestro
dell’arco e della spada prima dello scontro con
Supergirl
Krem compare
relativamente poco in Supergirl: La donna del
domani, poiché gran parte della storia è incentrata sulla
sua ricerca. Tuttavia, quando entra in scena, si rivela
estremamente pericoloso. Scaglia due frecce nel petto di
Supergirl e colpisce anche
Krypto, il Supercane, con frecce avvelenate. Già
solo questo lo rende uno dei villain più odiosi dell’universo
DC.
Mentre Supergirl e
Ruthye gli danno la caccia, scoprono che
Krem si è unito ai Briganti di
Barbond, una famigerata banda di pirati spaziali
responsabile di numerosi genocidi. Le due protagoniste lo inseguono
attraverso la galassia fino a raggiungerlo. Nei fumetti, invece di
ucciderlo, Supergirl lo condanna all’esilio nella
Zona Fantasma per 300 anni.
Pur essendo un alieno, nei fumetti
Krem ha un aspetto completamente umano, con
capelli e barba rossi che lo fanno sembrare il classico pirata
delle antiche avventure terrestri. Nel film diretto da
Craig Gillespie, invece, il personaggio presenta
un look radicalmente diverso. Il volto di Matthias Schoenaerts è ricoperto di borchie
metalliche che gli conferiscono un aspetto molto più
minaccioso.
Per certi versi ricorda persino
alcuni membri dei Ravagers visti nei film di Guardiani della Galassia
diretti da James Gunn. Resta da vedere se questa nuova
incarnazione del villain seguirà lo stesso percorso narrativo del
fumetto e se il suo destino sarà identico a quello della
controparte cartacea.
Per molto
tempo Hollywood ha considerato i videogiochi una fonte ricchissima
di idee, ma quasi impossibile da adattare sul grande schermo. Per
decenni il risultato è stato una lunga serie di produzioni incapaci
di catturare lo spirito delle opere originali: film che prendevano
in prestito personaggi e ambientazioni, ma dimenticavano ciò che
aveva reso quei videogiochi dei fenomeni culturali. Negli ultimi
anni, però, qualcosa è cambiato profondamente. Gli studios hanno
iniziato a comprendere che adattare un videogioco non significa
copiarne la trama, ma riprodurne l’atmosfera, il ritmo e
soprattutto il coinvolgimento emotivo che milioni di giocatori
sperimentano davanti allo schermo.
Il
successo di film come The Super Mario Bros. Movie, Sonic the Hedgehog,
A Minecraft Movie e
Five Nights at
Freddy’s ha dimostrato che il pubblico è pronto ad
accogliere questo nuovo filone cinematografico. Oggi gli
adattamenti videoludici non sono più semplici scommesse, ma alcuni
dei progetti più importanti dei grandi studios, con budget elevati,
registi di primo piano e franchise destinati a espandersi per anni.
Tra reboot, sequel e nuove saghe fantasy, il calendario
cinematografico dei prossimi anni sarà dominato anche dai
videogiochi.
Ecco i sette film più attesi che ogni appassionato dovrebbe tenere
d’occhio.
Resident Evil (2026): il reboot
che vuole finalmente riportare il vero horror della saga al
cinema
Tra tutti gli adattamenti videoludici in arrivo, Resident Evil è forse quello che porta
sulle spalle le aspettative maggiori. Dopo la lunga saga con
Milla Jovovich e il tentativo di rilancio con
Welcome to Raccoon City,
molti fan continuano ad aspettare una trasposizione capace di
ricreare davvero il clima dei videogiochi Capcom. Questa volta le
premesse sembrano diverse, soprattutto grazie alla presenza di
Zach Cregger,
regista che negli ultimi anni si è imposto come uno dei nuovi
grandi nomi dell’horror grazie a Barbarian e Weapons.
Il nuovo film non sarà un semplice remake degli episodi più famosi
della serie, ma una storia ambientata parallelamente agli eventi di
Resident Evil 2,
seguendo un giovane corriere medico interpretato da Austin Abrams
mentre Raccoon City precipita nel caos dell’epidemia. L’idea sembra
essere quella di raccontare l’orrore da un punto di vista più
umano, mettendo lo spettatore nei panni di una persona qualunque
che si ritrova improvvisamente intrappolata nell’inferno.
La scelta di affidare il progetto a un autore specializzato
nell’horror psicologico lascia intuire un cambio di direzione
importante. Più tensione, meno spettacolarizzazione e un ritorno
alla sensazione di vulnerabilità che ha reso immortali i primi
videogiochi. Se riuscirà nell’impresa, questo potrebbe essere il
film che finalmente renderà giustizia a uno dei franchise horror
più importanti della storia dei videogiochi.
Street Fighter (2026): il film
che vuole trasformare il torneo più famoso dei videogiochi in un
grande spettacolo pop
Portare Street Fighter al cinema è sempre
stata una sfida complicata. La saga Capcom non ha mai fatto della
trama il proprio punto di forza, ma della spettacolarità dei
combattimenti e del carisma dei suoi personaggi. È proprio da qui
che sembra partire il nuovo adattamento.
Dopo il discusso film del 1994 con Jean-Claude Van Damme, il nuovo
progetto abbandona qualsiasi tentativo di realismo e sceglie di
abbracciare completamente l’estetica sopra le righe dei
videogiochi. Dai materiali mostrati finora emergono scenografie
coloratissime, costumi fedeli, combattimenti spettacolari e un tono
volutamente ironico che sembra voler ricordare al pubblico come
Street Fighter sia sempre stato, prima di tutto, puro
intrattenimento.
L’obiettivo non è costruire un blockbuster drammatico, ma
realizzare un film divertente, ricco di fan service e capace di
conquistare anche chi non conosce perfettamente il franchise. È una
scelta intelligente, perché uno dei motivi del successo dei
videogiochi è sempre stato proprio il loro carattere esagerato e
spettacolare.
Se manterrà questa identità senza prendersi troppo sul serio,
Street Fighter potrebbe finalmente trovare la propria dimensione
anche sul grande schermo.
Sonic 4: Il film (2027): la saga
che continua a migliorare capitolo dopo capitolo
Quando il primo trailer di Sonic venne pubblicato nel 2019, pochi avrebbero
immaginato che il riccio blu sarebbe diventato uno dei franchise
cinematografici più redditizi degli ultimi anni. Dopo il clamoroso
redesign del protagonista e tre film di grande successo, la saga è
ormai una certezza.
Il quarto capitolo riporterà sullo schermo Sonic, Tails, Knuckles e
Shadow, continuando ad ampliare un universo che negli anni è
diventato sempre più ricco. Uno dei punti di forza della serie è
stata la capacità di crescere senza tradire il proprio pubblico,
alternando azione, comicità e momenti emotivi in maniera sempre più
equilibrata.
Ogni nuovo film ha alzato l’asticella rispetto al precedente, sia
dal punto di vista tecnico sia nella costruzione dei personaggi. Se
questa tendenza continuerà, Sonic 4 potrebbe rappresentare il
capitolo migliore dell’intera saga e consolidare definitivamente il
franchise come uno dei modelli di riferimento per gli adattamenti
videoludici.
The Legend of Zelda (2027): il
fantasy che potrebbe ridefinire il cinema tratto dai
videogiochi
Tra tutti i progetti annunciati, The Legend of Zelda è
probabilmente quello destinato ad attirare l’attenzione maggiore.
Nintendo ha deciso di affidare al cinema una delle sue proprietà
intellettuali più preziose soltanto dopo aver verificato il
successo mondiale di The
Super Mario Bros. Movie.
L’universo di Zelda rappresenta però una sfida completamente
diversa. Se Mario punta sulla leggerezza e sull’avventura, Zelda
racconta una grande epopea fantasy fatta di regni antichi,
leggende, magia e cicli destinati a ripetersi nel tempo. Tradurre
tutto questo in un film richiederà un equilibrio delicatissimo.
Proprio per questo le aspettative sono enormi. Se riuscirà a
trasferire sul grande schermo anche solo una parte della profondità
narrativa costruita nei videogiochi, The Legend of Zelda potrebbe
diventare il nuovo grande punto di riferimento del fantasy
cinematografico, raccogliendo idealmente l’eredità lasciata da
saghe come Il Signore degli
Anelli.
A Minecraft Movie Squared (2027):
il sequel di un fenomeno culturale imprevedibile
Pochi avrebbero immaginato il successo ottenuto da A Minecraft
Movie. Nato quasi come una scommessa, il film è
diventato un autentico fenomeno culturale grazie al passaparola, ai
meme e alla straordinaria partecipazione del pubblico.
Il sequel punta a sfruttare questa popolarità mantenendo il cast
originale, con il ritorno di Jack
Black e Jason Momoa, ma introducendo anche nuovi
personaggi come Alex, figura iconica del videogioco, oltre
all’ingresso di Kirsten Dunst.
L’aspetto più interessante riguarda però la natura stessa di
Minecraft. Essendo un gioco basato sulla creatività assoluta, il
film dispone di possibilità narrative praticamente infinite. Gli
autori potranno quindi ampliare ulteriormente questo universo
cercando di ricreare quell’effetto sorpresa che ha trasformato il
primo capitolo in uno degli eventi cinematografici più discussi
degli ultimi anni.
Helldivers (2027): il grande
blockbuster fantascientifico che potrebbe sorprendere anche chi non
conosce il videogioco
Tra i titoli meno conosciuti dal grande pubblico spicca Helldivers,
adattamento dello sparatutto cooperativo sviluppato da Arrowhead
Game Studios.
Ambientato in un futuro dominato da un governo totalitario che
esporta la propria idea di “democrazia” attraverso guerre
interstellari, il videogioco è diventato famoso non solo per
l’azione frenetica, ma soprattutto per la sua forte componente
satirica, spesso accostata a Starship Troopers.
Il film sarà diretto da Justin Lin e potrebbe trasformarsi in una
delle sorprese più interessanti del 2027. Sebbene il progetto abbia
perso Jason Momoa durante la lavorazione, la produzione continua a
procedere e le potenzialità dell’universo narrativo restano
enormi.
Se riuscirà a mantenere l’equilibrio tra spettacolo militare e
satira politica che caratterizza il videogioco, Helldivers potrebbe
conquistare anche un pubblico completamente nuovo.
Elden Ring (2028): il progetto
più ambizioso dell’intera nuova generazione di adattamenti
videoludici
Chiude questa lista Elden Ring, probabilmente il
progetto più complesso e rischioso tra tutti quelli annunciati.
L’opera di FromSoftware è considerata uno dei videogiochi più
importanti degli ultimi anni e deve gran parte del suo fascino alla
libertà di esplorazione, alla narrazione ambientale e all’enorme
quantità di misteri disseminati nel suo mondo. Portare tutto questo
al cinema rappresenta una sfida enorme.
A
guidare il progetto sarà Alex Garland, con la produzione di
A24, mentre nel
cast figurano Ben Whishaw, Cailee Spaeny e Nick Offerman. Per il momento
la trama resta avvolta nel mistero, ma proprio questa libertà
potrebbe permettere agli autori di costruire una storia originale
ambientata nell’universo creato da Hidetaka Miyazaki.
Se riuscirà a conservare il senso di scoperta, malinconia e mistero
che caratterizza il videogioco, Elden Ring potrebbe diventare uno
dei più grandi fantasy cinematografici del prossimo decennio.
Il cinema dei videogiochi non è
più una moda, ma una nuova era per Hollywood
Fino a pochi anni fa un adattamento tratto da un videogioco veniva
accolto con diffidenza. Oggi la situazione è completamente
cambiata. Gli studios investono cifre sempre più importanti,
affidano questi franchise a registi affermati e li trasformano in
pilastri della propria programmazione futura.
Dal ritorno horror di Resident Evil all’enorme ambizione di
The Legend of
Zelda, passando per sequel attesissimi come
Sonic 4,
Minecraft ed
esperimenti come Helldivers ed Elden Ring, i prossimi anni potrebbero
rappresentare il momento definitivo in cui il cinema tratto dai
videogiochi smetterà di essere un genere di nicchia per diventare
uno dei principali motori dell’industria cinematografica
mondiale.
Obsession continua a
sorprendere il pubblico e l’industria cinematografica. Quello che
era nato come un piccolo horror indipendente da appena
750.000 dollari di
budget si è trasformato nel fenomeno cinematografico del
2026. Diretto da Curry
Barker e distribuito da Blumhouse e Focus Features, il film ha ormai raggiunto
339,2 milioni di
dollari al botteghino mondiale, consolidandosi come il
maggiore successo horror dell’anno e avvicinandosi rapidamente a un
primato che fino a pochi mesi fa sembrava irraggiungibile.
L’obiettivo adesso è uno dei record più prestigiosi del cinema
horror moderno: diventare il film horror originale con il maggiore incasso della
storia. Attualmente il primato appartiene a
Sinners di Ryan Coogler, che nel 2025 aveva chiuso la
propria corsa con 370,2
milioni di dollari. La distanza si è ormai ridotta a poco
più di 41
milioni, un traguardo che, considerando l’eccezionale
tenuta del film nelle sale, potrebbe essere raggiunto già nelle
prime settimane di luglio.
Un successo costruito settimana
dopo settimana grazie a un passaparola eccezionale
La vera forza di Obsession non è
stata tanto il debutto, quanto la sua incredibile capacità di
crescere con il passare delle settimane. In un periodo storico in
cui la maggior parte dei blockbuster registra forti cali già dal
secondo weekend, il thriller horror ha seguito una traiettoria
completamente opposta.
Il film ha esordito negli Stati Uniti con 17,1 milioni di dollari, una partenza
positiva ma non straordinaria. Quello che è accaduto
successivamente è però estremamente raro: nel secondo weekend gli
incassi sono saliti a 23,9 milioni, registrando addirittura una crescita
del 39,3%
rispetto all’esordio. Il fenomeno si è ripetuto anche nella terza
settimana, quando il film ha raggiunto 27,3 milioni, continuando poi a mantenere
risultati superiori perfino al primo weekend con
25,3 milioni e
19 milioni nelle
settimane successive.
Parallelamente è aumentata anche la distribuzione nelle sale.
Partito da 2.615
cinema, Obsession è arrivato a essere proiettato in oltre
3.000 schermi,
mentre anche il mercato internazionale ha iniziato a rispondere con
sempre maggiore entusiasmo. Oggi il film ha raccolto
222,1 milioni di dollari
negli Stati Uniti e altri 117 milioni nel resto del mondo, numeri
che lo collocano tra i maggiori successi cinematografici
dell’intero 2026.
Critica e pubblico sono
d’accordo: Obsession è diventato un vero fenomeno
Dietro questi risultati non c’è soltanto una strategia distributiva
efficace. A fare la differenza è stata soprattutto la risposta del
pubblico.
Obsession può infatti
vantare uno straordinario 94% di gradimento sia da parte della critica che degli
spettatori su Rotten Tomatoes, un consenso rarissimo per
un horror contemporaneo. La performance della protagonista
Inde Navarrette
è stata indicata da molti come uno degli elementi più convincenti
del film, mentre numerosi recensori hanno sottolineato l’equilibrio
tra tensione, umorismo e costruzione dei personaggi.
Proprio il passaparola ha trasformato il film in un evento. Sempre
più spettatori hanno deciso di recuperarlo in sala per partecipare
alla conversazione che si è sviluppata sui social e tra gli
appassionati del genere. Una dinamica che ha ricordato altri casi
recenti di enorme successo, dimostrando ancora una volta quanto il
pubblico continui a premiare le produzioni originali quando
riescono davvero a distinguersi.
Anche la decisione di rinviare l’uscita digitale si è rivelata
vincente. Invece di accelerare il passaggio allo streaming, Focus
Features ha scelto di prolungare la permanenza nelle sale,
permettendo al film di continuare a macinare incassi settimana dopo
settimana.
Il confronto con i più grandi
horror originali della storia
Se dovesse completare la rimonta, Obsession entrerebbe definitivamente nella storia del
cinema horror.
La classifica degli horror originali con il maggiore incasso
mondiale vede oggi in testa:
Sinners (2025) –
370,2 milioni di dollari
A Quiet Place
(2018) – 340,9 milioni
Obsession (2026)
– 339,2 milioni
What Lies Beneath
(2000) – 291,4 milioni
Weapons (2025) –
269,9 milioni
Us (2019) – 256
milioni
Get Out (2017) –
255,7 milioni
The Blair Witch Project
(1999) – 248,6 milioni
Il semplice fatto che Obsession abbia già superato titoli simbolo come
Get Out, Us e The Blair Witch Project dimostra quanto eccezionale sia
stata la sua corsa commerciale. Se riuscirà anche a superare
Sinners, stabilirà un
nuovo punto di riferimento per tutti gli horror originali che
arriveranno nei prossimi anni.
Cosa significa davvero questo
record per il cinema horror
Il possibile sorpasso rappresenterebbe molto più di un semplice
dato statistico. Da anni Hollywood punta soprattutto su sequel,
remake e franchise consolidati, ritenendo sempre più rischioso
investire in proprietà intellettuali completamente nuove.
Obsession dimostra
invece il contrario. Un film con un budget ridottissimo, privo di
un marchio famoso alle spalle e senza personaggi già conosciuti dal
pubblico, è riuscito a competere con produzioni da centinaia di
milioni di dollari semplicemente grazie alla qualità percepita e al
passaparola.
È
un segnale importante anche per Blumhouse, che negli ultimi anni ha
costruito gran parte del proprio successo proprio sull’idea che un
horror originale, realizzato con costi contenuti ma idee forti,
possa diventare un enorme fenomeno commerciale.
Il record potrebbe arrivare già
nelle prossime settimane
A
frenare la corsa di Obsession potrebbe essere soltanto l’arrivo di nuova
concorrenza nelle sale, in particolare Evil Dead Burn, previsto per il
10 luglio.
Tuttavia il thriller continua a mantenere numeri estremamente
solidi e gli analisti ritengono molto probabile che riesca a
colmare il divario con Sinners già entro metà luglio.
Se il trend dovesse proseguire, il film potrebbe persino andare
oltre il record storico e diventare il primo horror originale della storia a superare i
400 milioni di dollari al box office mondiale. Un
traguardo che fino a pochi mesi fa sembrava semplicemente
impensabile e che confermerebbe come il pubblico continui ad avere
fame di storie originali quando vengono raccontate con personalità
e capacità di sorprendere.
Nel 2026 e negli anni successivi
sono in arrivo numerosi film DC, con una vasta gamma di pellicole
in diverse fasi di sviluppo presso i DC Studios.
Fondamentalmente, il 2024 ha rappresentato un nuovo inizio per le
produzioni DC sul grande schermo, poiché si sono gettate le basi
per la rinascita di James
Gunn con Superman, previsto per il
2025.
Sulla scia di quell’uscita,
l’Universo DC si sta muovendo rapidamente per definire i vari
angoli di questo vasto mondo. E, naturalmente, c’è anche l’universo
di Batman gestito da Matt Reeves con l’imminente The Batman – Parte II,
ambientato negli Elseworlds, adiacenti ma non direttamente
collegati all’Universo DC. Sono inoltre in arrivo altri due film
legati a Batman: il film d’animazione Dynamic Duo e il film su Batman e Robin,
The Brave and the Bold.
Il 2026 ha già visto l’uscita di
Supergirl, che introduce ufficialmente la Donna del Domani
nell’Universo DC dopo il suo breve cameo alla fine di Superman. Il
film ha anche introdotto Lobo (Jason Momoa), e circolano numerose voci su un suo
possibile ritorno in futuro, forse anche in un film tutto suo,
sebbene nulla sia confermato finché James Gunn non lo annuncerà in
prima persona.
Clayface – 23 ottobre 2026
Cronologia principale
dell’universo DC
Una delle uscite più sorprendenti
del nuovo DCU è il film su Clayface, che uscirà il 23 ottobre e sarà ambientato
nell’universo principale del DCU. La sorpresa sta nel fatto che si
tratta di un vero e proprio film horror. James Gunn ha affermato
più volte che i film del DCU non seguiranno lo stesso schema e lo
stesso design, e che in programma ci saranno film d’azione,
d’avventura, di fantascienza, fantasy e persino horror.
Il prolifico regista e
sceneggiatore horror Mike Flanagan ha scritto la sceneggiatura
insieme a Hossein Amini, e James Watkins è subentrato alla regia
dopo che Flanagan è stato impegnato con altri progetti. Clayface è
apparso originariamente in Creature Commandos, e questo film sarà un
horror a basso budget, con un costo di circa 40 milioni di dollari.
Le voci che lo vedono ispirato a La Mosca fanno ben sperare per un
film body horror diverso da qualsiasi altra cosa vista sia
nell’MCU che nel DCU.
Batman: Knightfall Trilogy
(2026-)
DC Elseworlds Project
Warner Bros. sta per lanciare una
nuova trilogia di film d’animazione che sarà un’altra storia
Elseworlds. Si tratta di Batman: Knightfall, che adatterà la trama
che ha introdotto Bane nell’universo DC Comics. I tre film
usciranno a partire dal 2026 e Anson Mount (Inhumans, Star Trek: Strange New Worlds)
darà la voce a Batman. Pablo Schreiber doppierà Azrael e Michael
Mando doppierà Bane.
La storia vede Bane far evadere
innumerevoli criminali dal manicomio di Arkham e attendere
pazientemente che tutti indeboliscano Batman. È a questo punto che
Bane attacca e spezza la schiena a Batman, mettendolo fuori
combattimento per un anno. Azrael assume quindi il ruolo di Batman
e diventa una versione brutale del personaggio, costringendo Batman
a tornare per sconfiggere il suo sostituto. Batman: Knightfall –
Parte 1: Knightfall dovrebbe uscire nel 2026.
Man of Tomorrow – 7 luglio
2027
Cronologia principale
dell’universo DC
Mantenendo la promessa che
l’universo DC sarebbe stato completamente diverso dal suo
predecessore, Gunn ha annunciato che un sequel di Superman,
previsto per il 2025, uscirà solo due anni dopo. Man of Tomorrow è stato annunciato per la
prima volta da Gunn con titolo e data di uscita, accompagnati da
un’illustrazione dell’incredibile Jim Lee. Il film vedrà
protagonisti David Corenswet e Nicholas Hoult, che riprenderanno
rispettivamente i ruoli di Superman e Lex Luthor.
Inoltre, la sceneggiatura e la
regia saranno curate da James Gunn, contribuendo a mantenere la
continuità delle storie di questi personaggi nell’universo DC.
Molte informazioni sono trapelate durante le riprese, tra cui il
fatto che Brainiac sarà il cattivo e che Superman dovrà allearsi
con Lex Luthor per cercare di fermarlo. Il film includerà anche
l’iconica armatura verde di Luthor, fedele al fumetto.
The Batman – Parte II – 1 ottobre
2027
DC Elseworlds Project
Il primo film di Matt Reeves, The
Batman, era stato concepito per dare il via a una nuova trilogia di
progetti DC indipendenti incentrati sul Cavaliere Oscuro, quindi la
conferma di un sequel era inevitabile. The Batman: Parte II uscirà
il 1° ottobre 2027, dopo essere stato posticipato di un anno
rispetto alla precedente data di uscita del 2 ottobre 2026. Il film
sarà un progetto DC Elseworlds, che proseguirà la storia del primo
film del 2022 e di The
Penguin, uscito a settembre 2024.
Robert Pattinson riprenderà il ruolo di
Bruce Wayne, alias Batman, anche se non si sa molto altro sul film.
Reeves ha anticipato che la trama esplorerà ulteriormente la
corruzione che dilaga a Gotham City:
“Abbiamo condiviso [la
sceneggiatura] con la DC man mano che procedevamo, e sono
entusiasti.” Il film approfondirà la storia epica della corruzione
più profonda, spingendosi in territori che [Bruce Wayne] non
avrebbe mai potuto immaginare nel primo film.
Le basi per la trama sono già
presenti nel primo film, che si espanderà mostrando aspetti del
personaggio mai visti prima. Batman combatte costantemente contro
queste forze, ma non può essere completamente esorcizzato. Il
prossimo film approfondirà ulteriormente questo tema.
La sceneggiatura di The Batman Part
II è stata completata nel giugno 2025 e le riprese inizieranno
nella primavera del 2026, dando al film tutto il tempo necessario
per rispettare la data di uscita, cinque anni dopo l’arrivo di The
Batman nelle sale. Sono trapelate anche alcune interessanti novità
sul cast, con gli ex attori dell’MCU Sebastian Stan e Scarlett Johansson che hanno firmato per
ruoli misteriosi. Si vocifera che Stan potrebbe interpretare Victor
Zsasz, mentre anche Harvey Dent dovrebbe far parte della trama.
Dynamic Duo – 30 giugno
2028
Dynamic Duo film DC – da Instagram/James Gunn
Universo da definire
Dynamic Duo è stato
annunciato nell’autunno del 2024. Invece di seguire Batman e
Robin, questo film d’animazione seguirà due dei Robin più iconici,
Dick Grayson e Jason Todd, mentre cercano di affrontare i loro
futuri molto diversi. Dopo essere stato Robin, Dick Grayson è
diventato Nightwing, mentre Jason Todd si è trasformato in Red Hood
dopo la sua morte per mano del Joker. Non sono stati confermati
dettagli su quando la storia avrà luogo nelle loro vite, ma
potrebbe essere prima che trovino la loro strada.
Lo sceneggiatore di Coco
Matthew Aldrich sta scrivendo il film, mentre Swaybox Studios si
occuperà dell’animazione. Swaybox è una società relativamente nuova
sulla scena e utilizza un mix di marionette, live-action,
stop-motion e CGI per dare vita ai propri progetti. Il dinamico
duo che segue la stessa linea potrebbe far risaltare il progetto
rispetto alla maggior parte degli adattamenti dei fumetti. Il
co-fondatore di Swaybox, Arthur Mintz, dirigerà il film, che sarà
prodotto dai co-amministratori delegati della DC Studios, Peter
Safran e James Gunn. Dynamic Duo uscirà nelle sale il 30 giugno
2028.
The Brave And The Bold – In fase di sviluppo
“The Brave and the Bold” si appresta a rilanciare il Cavaliere
Oscuro per l’universo DC, affidando il ruolo di Bruce Wayne a un
nuovo attore, diverso da quello interpretato da Robert Pattinson.
Sebbene non sia ancora stata fissata una data di uscita, “The Brave
and the Bold” introdurrà nell’universo DC Damian Wayne, il figlio
di Bruce Wayne con cui quest’ultimo ha interrotto i rapporti, come
una sorta di Robin.
Il film sarà basato sulla serie a fumetti di Batman scritta da
Grant Morrison per la DC Comics (2006-2013), ma non ci sono state
molte altre notizie sullo sviluppo del progetto dall’annuncio
iniziale di Gunn, previsto per gennaio 2023. Andy Muschietti,
regista di “The
Flash”, è stato incaricato della regia del prossimo reboot di
Batman, ma non è ancora stata definita una tempistica precisa.
Sgt. Rock – TBA
Cronologia principale
dell’universo DC
Da anni circolano voci su un film
dedicato a Sgt. Rock, ma sembra che ci sia davvero un momento
propizio per il film DCU, dato che
Deadline ha annunciato che Daniel Craig e il regista Luca Guadagnino si
stanno attualmente posizionando per un film su Sgt. Rock che
sarebbe ambientato nell’universo DC principale. Non è chiaro se
Daniel Craig interpreterà il personaggio principale o qualcun
altro, ma è probabile che lo farà.
Ciò è particolarmente interessante
dato che il Sergente Rock e il resto dei ragazzi della Easy Company
hanno fatto il loro debutto ufficiale nella DCU in Creature
Commandos, episodio 3, “Cheers to the Tin Man”. Con James Gunn
che ha dichiarato che il DCU funzionerà più come Star
Wars che come MCU, potrebbero comunque essere realizzati film
non direttamente legati alla trama principale, o addirittura non in
ordine cronologico, il che è perfetto per un film come Sgt. Rock,
che dovrebbe essere ambientato nella Seconda Guerra Mondiale. Anche
G.I. Robot potrebbe tornare nel DCU per il film, consolidando il
suo legame con Creature Commandos.
Batman Azteca: Choque De
Imperios (Clash Of Empires) – Data da definire
Film d’animazione
Elseworlds
Batman Azteca: Choque De
Imperios (alias Clash Of Empires) offre una nuova
interpretazione della saga del Cavaliere Oscuro ambientata
nell’Impero Azteco, seguendo la storia di Yohualli Coatl che
affronta i conquistadores spagnoli dopo che questi hanno ucciso i
suoi genitori. Sebbene sia stata rivelata la
prima immagine ufficiale del film d’animazione su Batman, la
data di uscita è ancora sconosciuta.
Batman ha visto molte meravigliose
rivisitazioni, con iterazioni che lo hanno visto genio steampunk,
intrappolato in versioni lovecraftiane di Gotham e,
occasionalmente, trasformato in un cyborg. Batman Azteca:
Choque De Imperios è destinato a seguire una delle tradizioni
più iconiche della DC, anche se arricchisce la saga con nuove
emozionanti vicende. Il film uscirà su Max, consentendo al pubblico
di vivere altre avventure del Cavaliere Oscuro al di fuori
dell’uscita di The Batman – Part II nel 2025 e The Brave
And The Bold.
The Authority – TBA
Cronologia principale
dell’universo DC
The
Authority è stato annunciato da James Gunn il 31 gennaio
2023 e, sebbene non abbia ancora una data di uscita, il film farà
parte del
Capitolo 1 della DCU, intitolato Gods and Monsters. The
Authority è un tipo di squadra di supereroi molto diverso per la
DC, poiché spesso ricorre a metodi estremi per portare a termine il
lavoro, quindi The Authority dovrebbe prendere ispirazione
da The
Boys di Amazon Prime Video.
Sebbene non siano stati ancora
annunciati né lo sceneggiatore né il regista, Gunn ha confermato
che il team avrà dei legami con il nuovo Superman della DCU, che
debutterà nel 2025 in Superman. L’Ingegnere di Maria De Faria
debutterà in Superman, preparando il terreno per un ruolo più ampio
nella DCU e, presumibilmente, un ruolo chiave in The Authority.
Teen Titans – TBA
Cronologia principale
dell’universo DC
Il
primo film annunciato dopo la presentazione iniziale del
programma DCU Chapter 1 è un film sui Teen Titans che sarà
ambientato nell’universo DC principale insieme a Superman e
The Brave and the Bold. Al momento non c’è ancora un regista
per il progetto, ma la sceneggiatrice di Supergirl: Woman of
Tomorrow, Ana Nogueira, è stata scelta per scrivere la
sceneggiatura.
Con The Brave and the Bold che
introdurrà Damien Wayne per la prima volta in un film live action,
è ragionevole supporre che apparirà anche in Teen Titans. Un altro
personaggio che potrebbe apparire è Blue Beetle di Xolo Maridueña,
che è stato ripreso dal precedente DCEU. Teen Titans è una mossa
forte per la DCU che potrebbe attrarre diverse generazioni di
fan.
Bane & Deathstroke –
TBA
Universo da definire
La DC ha una lunga tradizione nella
realizzazione di film e serie TV sui più famosi cattivi dei
fumetti. The Suicide Squad ha due film, il Joker ha
due film con Joaquin Phoenix, ovviamente, e sia Harley
Quinn che The Penguin hanno le loro serie TV. Secondo quanto
riportato da THR alla fine di settembre 2024, il prossimo progetto
di questo tipo sarà Bane & Deathstroke.
Interpretati più recentemente da
Tom
Hardy in The Dark Knight Rises e Joe
Mangianello nel DCEU, i cattivi saranno i protagonisti di un
film della DC Studios scritto da Matthew Orton (Captain America: Brave New
World). Non è ancora stato assegnato un regista al
progetto e il cast non è stato confermato.
Swamp Thing – TBA
Cronologia principale
dell’universo DC
Primo vero film horror della DC,
Swamp Thing fa parte del capitolo Gods and Monsters del nuovo franchise DC.
Sarà diretto da James Magold, che ha promesso un film indipendente
di ispirazione gotica.
Swamp Thing dovrebbe essere
un film horror autentico per la DCU, che esplora le origini oscure
del misterioso Swamp Thing, basato sulla trama di The Saga of
the Swamp Thing di Alan Moore del 1984 della DC Comics.
James Mangold, che aveva già espresso interesse a lavorare con
Gunn e Safran nella DCU, è stato rapidamente coinvolto nel progetto
come sceneggiatore e regista.
Nonostante sia più cupo, Swamp
Thing sarà comunque collegato al resto del DCU, dimostrando che
Gunn e Safran non hanno paura di giocare con i generi nello
sviluppo del loro nuovo franchise. Mangold ha offerto un piccolo
assaggio di ciò che i fan della DC possono aspettarsi dal nuovo
film:
“Sebbene sia certo che la DC
consideri ‘Swamp Thing’ un franchise, io lo vedrei come un film
horror gotico molto semplice e pulito su quest’uomo/mostro… Farò
semplicemente qualcosa di mio, un film a sé stante”.
Constantine 2
Sequel di DC
Elseworlds
Con grande sorpresa di molti, è
stato annunciato per il 2022 un sequel tardivo di
Constantine con Keanu Reeves, che tornerà nei panni di John
Constantine. Il film originale è uscito nel 2005 e, sebbene non
abbia riscosso un grande successo, è diventato un cult. L’interesse
per il personaggio è rimasto e, come ha detto lo stesso Reeves a
Stephen Colbert: “Il no ha iniziato a diventare un forse, che è
diventato un sì… e ora sto aspettando la sceneggiatura”.
Più recentemente, lo
sceneggiatore di Constantine 2, Akiva Goldsman, ha
dichiarato a Colliderche spera di avere presto pronta la
sceneggiatura del film. Oltre a questo, non si sa molto del
progetto, se non che in passato era stato pensato come una serie
TV.
Quali film DC fanno parte del
nuovo DCU?
James Gunn ha confermato cosa è
canonico
Da quando James Gunn ha annunciato
il nuovo DCU e che alcuni personaggi sarebbero stati ripresi dal
precedente DCEU, i fan si sono chiesti cosa fosse esattamente
canonico e cosa no, in particolare per quanto riguarda The
Suicide Squad e la prima stagione di Peacemaker. Sebbene abbia ripetutamente
chiarito cosa è canonico per il DCU, i suoi commenti più recenti al
riguardo lo hanno reso il più semplice possibile. Creature
Commandos è l’unico progetto puramente canonico pubblicato
finora nella DCU. La prima stagione di Peacemaker è per
lo più canonica, ad eccezione del cameo della Justice League, mentre The Suicide
Squad è “un ricordo imperfetto”.
Upcoming DC Movies and Continuity
Movie
Continuity
Superman
DCU
Supergirl: Woman of Tomorrow
DCU
Clayface
DCU
The Batman Part II
The Batman Epic Crime Saga / Elseworlds
Dynamic Duo
TBC
Sgt. Rock
DCU
Batman Azteca:
Choque De Imperios (Clash Of Empires)
La colonna
sonora di Supergirl (leggi
qui la nostra recensione) è ricchissima di brani entusiasmanti,
che spaziano da grandi classici a pezzi meno conosciuti. Il film
del DCU dedicato a Supergirl regala finalmente a Kara Zor-El l’avventura
cinematografica che meritava, seguendola in una travolgente
missione di vendetta attraverso la galassia. La trasformazione del
personaggio in una figura ribelle, caotica e ancora incerta sul
proprio posto nell’universo si riflette perfettamente nella scelta
delle musiche.
Supergirl segue la
sopravvissuta alla distruzione del pianeta Krypton, interpretata da
Milly Alcock,
mentre affronta un viaggio nello spazio per aiutare la giovane
Ruthye
(Eve Ridley),
determinata a vendicare l’assassinio dei suoi genitori. Lungo il
cammino le due affrontano pirati spaziali e cacciatori di taglie,
tra cui il famigerato Lobo (Jason Momoa), in
un’esplosiva introduzione alla nuova timeline del DCU di James
Gunn.
A
differenza di Superman, Supergirl presenta una colonna sonora
composta da numerosi brani già esistenti, affiancati alla splendida
colonna sonora orchestrale composta da Claudia Sarne. Le canzoni riflettono
soprattutto il periodo più selvaggio della vita di Kara, il suo
spirito punk rock e la sua natura di potente icona femminile.
Per questo motivo, la soundtrack di Supergirl comprende celebri cantautrici,
band indie punk femminili troppo spesso sottovalutate, grandi
classici del rock e perfino alcune cover a sorpresa. Di seguito
trovate tutti i brani nell’ordine in cui compaiono nel film e nelle
playlist ufficiali.
Quando vengono utilizzate tutte
le canzoni della colonna sonora di Supergirl
“This Summer” – Sleigh Bells:
Supergirl si
apre con Krypto,
che fa partire accidentalmente questo brano su un giradischi
all’interno della caotica astronave di Kara.
“Digital Tattoo” – Werner Neidermeier:
alcune parti del brano si sentono alla fine dei titoli di coda,
mentre la scena si sposta sulla famiglia di Ruthye.
“Le Temps De L’Amour” – Françoise Hardy:
il celebre brano, il cui titolo significa “Il tempo dell’amore”,
risuona in sottofondo nel bar alieno dove Kara beve shot infuocati
insieme a Krypto.
“Catch These Fists” – Wet Leg:
Supergirl
seleziona questo pezzo dal jukebox del locale, facendo scendere una
sfera da discoteca proprio mentre arriva Ruthye.
“Silver Lining” – Rilo Kiley: dopo aver
salvato la spada di Ruthye da un alieno nel bar, Kara si risveglia
con i postumi della sbornia mentre il brano accompagna la
scena.
“Satin In A Coffin” – Modest Mouse: questa
vivace canzone guidata dal banjo accompagna Kara mentre sale
sull’autobus intergalattico dopo aver deciso di dare la caccia a
Krem.
“Smile” – Wolf Alice: il brano rock
accompagna il frenetico combattimento tra Kara e i pirati spaziali
che tentano di rapinare l’autobus.
“(I’ve Got) Trouble In Mind” – The
Limiñanas: dopo aver recuperato i propri poteri, Kara
compare trionfalmente davanti all’astronave dei pirati. La canzone
accompagna il passaggio alla scena successiva, in cui i
protagonisti acquistano del cibo.
“Girl From Ipanema” – Antônio Carlos
Jobim: la cantante aliena del locale su Bilquis esegue una
versione di questo celebre classico jazz mentre Kara e Ruthye
prendono posto.
“Cheek To Cheek” – Ella Fitzgerald: la
cantante continua il proprio repertorio con questo intramontabile
standard mentre Supergirl affronta gli avventori del locale.
“Safeword” – Halsey: accompagna lo scontro
tra Supergirl,
Lobo e i
Brigands.
“Care” – Hana Vu: Kara ascolta questo
brano durante il flashback dedicato alla sua vita sulla Terra.
“Roforofo Fight” – Fela Kuti: alcuni
elementi del pezzo vengono utilizzati come musica di sottofondo a
bordo dell’astronave dei Brigands.
“Don’t Speak (I Came To Make A Bang!)” – Eagles of
Death Metal: il brano accompagna la devastante furia di
Lobo sulla nave
dei Brigands.
“The Middle” – Kelty
Greye e KidMotel: questa cover del celebre brano dei
Jimmy Eat World
accompagna Ruthye mentre aiuta Supergirl nell’esplosivo scontro finale contro i
Brigands verso
la conclusione di Supergirl (2026).
È stato
diffuso il trailer italiano
ufficiale di COUTURE, il nuovo film scritto e
diretto dalla regista francese Alice Winocour, che vede protagonista
Angelina Jolie accanto a
Louis Garrel. Il
dramma, ambientato durante la frenetica Paris Fashion Week, arriverà nelle sale
italiane il 26
agosto, distribuito da Plaion Pictures.
Il
film segue le vicende di Maxine, una regista americana interpretata da
Angelina Jolie, che si reca a Parigi per realizzare un progetto
legato a un’importante casa di moda. Nel corso del suo soggiorno,
la sua storia si intreccia con quella di altre due donne: la
giovane modella Ada e la truccatrice Angèle, accomunate dal desiderio di
riprendere il controllo del proprio destino in un ambiente
competitivo e dominato dalle apparenze. Nel cast figurano anche
Ella Rumpf,
Anyier Anei,
Garance
Marillier e Louis Garrel.
Un dramma che usa
il mondo dell’alta moda per raccontare identità, fragilità e
rinascita
A
differenza di molti film ambientati nell’universo della moda,
COUTURE non sembra
interessato al glamour o al dietro le quinte delle sfilate come
semplice spettacolo. Alice Winocour utilizza infatti la
Fashion Week di
Parigi come sfondo per raccontare un percorso
profondamente umano, mettendo al centro tre donne provenienti da
mondi diversi che si confrontano con fragilità personali,
aspettative e desiderio di ricominciare.
Il progetto rappresenta inoltre un nuovo ruolo di grande intensità
per Angelina Jolie, che torna protagonista di un dramma autoriale
dopo gli ultimi impegni internazionali. La regista francese, già
apprezzata per film come Proxima e Paris
Memories, conferma il proprio interesse per storie intime e
personaggi femminili complessi, scegliendo ancora una volta di
raccontare emozioni e trasformazioni attraverso uno sguardo
realistico.
Con il trailer italiano, COUTURE mostra già un’atmosfera elegante e malinconica,
lasciando intuire un racconto che va oltre il mondo dell’alta moda
per riflettere su identità, resilienza e legami umani.
Il nuovo
film di Jenna Ortega, Klara e il Sole (Klara and the Sun), sta già attirando
l’attenzione degli appassionati di fantascienza ancora prima della
sua uscita. Diretto da Taika Waititi e tratto dall’omonimo romanzo di
Kazuo Ishiguro, il
progetto promette infatti un approccio molto diverso rispetto ai
blockbuster sci-fi degli ultimi anni, unendo riflessione
esistenziale, emozione e uno sguardo profondamente umano sul
rapporto tra uomini e intelligenze artificiali.
Il
primo trailer lascia intuire un film capace di fondere due anime
apparentemente inconciliabili. Da una parte c’è la malinconia
filosofica di Blade
Runner, con le sue domande sull’identità e sulla natura
dell’essere umano; dall’altra emerge la dolcezza e l’innocenza di
WALL·E, dove è
proprio una creatura artificiale a insegnare agli esseri umani cosa
significhi provare empatia. È una combinazione insolita che
potrebbe trasformare Klara e
il Sole in uno dei titoli più interessanti della stagione
cinematografica.
Klara e il Sole unisce le domande
filosofiche di Blade Runner con la sensibilità emotiva di
WALL·E
Il cuore del film sembra essere la protagonista Klara, interpretata da Jenna
Ortega, un’androide progettata per assistere gli esseri umani. Come
accadeva ai replicanti di Blade Runner, anche Klara vive costantemente il
conflitto tra la propria natura artificiale e i sentimenti che
sviluppa entrando in contatto con le persone. La differenza è che
il film di Taika Waititi sembra scegliere un tono molto meno cupo
rispetto al classico di Ridley Scott.
Laddove Blade Runner
costruiva un mondo dominato dalla decadenza urbana e dal
pessimismo, Klara e il
Sole utilizza ambientazioni luminose, colori caldi e una regia
apparentemente più delicata per raccontare gli stessi
interrogativi. Cosa rende davvero umano un individuo? È la biologia
oppure la capacità di amare, sacrificarsi ed empatizzare con gli
altri?
In questo senso il paragone con WALL·E diventa quasi inevitabile. Anche il piccolo
robot Pixar era nato semplicemente per svolgere una funzione, ma
finiva per dimostrare emozioni molto più autentiche rispetto agli
uomini che aveva intorno. Klara sembra percorrere una strada
simile: osserva il comportamento umano, cerca di comprenderlo e,
paradossalmente, diventa il personaggio più capace di provare
compassione.
Il film si inserisce in una nuova
generazione di fantascienza che mette al centro le intelligenze
artificiali
Negli ultimi anni il cinema di fantascienza ha progressivamente
abbandonato l’idea dell’intelligenza artificiale come semplice
minaccia tecnologica. Sempre più opere raccontano invece robot e
androidi come specchi attraverso cui osservare l’umanità,
ribaltando completamente la prospettiva tradizionale.
Oltre a Blade Runner e
WALL·E, anche film come
After Yang di
Kogonada, The
Creator di Gareth Edwards e persino la serie
Sunny di
Apple
TV+ hanno raccontato protagonisti artificiali capaci di
sviluppare una sensibilità superiore a quella degli esseri umani.
Klara e il Sole sembra
inserirsi perfettamente in questa corrente narrativa, ma
aggiungendo una componente ancora più intima.
Dal trailer emerge infatti che la vicenda non sarà guidata
dall’azione o dal conflitto spettacolare, bensì dalla crescita
emotiva della protagonista e dal rapporto che costruirà con la
famiglia umana che la accoglie. È una scelta che potrebbe
distinguere il film all’interno di un panorama spesso dominato
dagli effetti speciali, riportando l’attenzione sui personaggi e
sulle emozioni.
Taika Waititi sembra aver trovato
un progetto più adatto al suo stile rispetto ad Akira
Per molti anni Taika
Waititi è stato associato alla tanto discussa
trasposizione live-action di Akira, uno dei progetti più ambiziosi mai
annunciati a Hollywood. Tuttavia il film non è mai riuscito a
entrare realmente in produzione e, dopo numerosi rinvii, i diritti
dell’opera sono infine scaduti, mettendo di fatto fine a quella
versione del progetto.
Osservando il trailer di Klara e il Sole, questa evoluzione appare quasi
naturale. Lo stile registico di Waititi, che alterna malinconia,
ironia e umanità, sembra infatti adattarsi molto meglio a una
storia costruita sulle emozioni piuttosto che al caos visionario e
nichilista di Akira. Il
regista ha spesso dimostrato di saper raccontare personaggi ingenui
alle prese con mondi complicati, trasformando la loro vulnerabilità
nella vera forza narrativa.
Klara e il Sole sembra
raccogliere proprio questa eredità, proponendo una fantascienza
meno interessata allo spettacolo e più concentrata sui rapporti
umani, sulla crescita personale e sulla ricerca di significato.
Jenna Ortega potrebbe trovare in
Klara il ruolo più maturo della sua carriera
Negli ultimi anni Jenna Ortega ha costruito una carriera
caratterizzata da scelte sempre più varie, passando dall’horror di
Scream e X fino al successo mondiale di
Mercoledì. Tuttavia molti dei suoi film
recenti non sono riusciti a lasciare un segno paragonabile alla
popolarità della serie Netflix.
Klara e il Sole potrebbe
rappresentare il progetto destinato a cambiare questa percezione.
Interpretare un personaggio artificiale significa infatti affidare
gran parte della recitazione a sguardi, piccoli gesti e sfumature
emotive, evitando gli eccessi e lavorando quasi esclusivamente
sulla sottrazione.
Se il film riuscirà davvero a mantenere le promesse mostrate nel
trailer, Jenna Ortega potrebbe offrire una delle interpretazioni
più mature della sua carriera, dando vita a una protagonista capace
di inserirsi tra le figure più memorabili della recente
fantascienza.
L’uscita di
Klara e il Sole
è prevista nelle sale il 23 ottobre 2026 e, almeno sulla carta, tutti gli
elementi sembrano esserci perché diventi uno dei film sci-fi più
sorprendenti dell’anno.
Con
Supergirl il nuovo
DC
Universe di James
Gunn introduce finalmente sul grande schermo uno dei personaggi
più iconici e sopra le righe della storia dei fumetti DC:
Lobo, interpretato
da Jason Momoa. Dopo aver vestito per anni
i panni di Aquaman nel precedente universo
cinematografico, l’attore hawaiano debutta finalmente nel ruolo che
molti fan ritenevano perfetto per lui fin dal primo giorno. Il
risultato è una presenza esplosiva, violenta e irresistibilmente
carismatica che, pur occupando uno spazio limitato nel film, riesce
a lasciare un’impressione fortissima.
Ma
chi è davvero Lobo? Perché è considerato uno degli esseri più
pericolosi dell’universo DC? E soprattutto, quale futuro potrebbe
avere dopo il suo esordio in Supergirl? Per comprenderlo bisogna tornare alle sue
origini fumettistiche, a un personaggio nato come semplice
antagonista e diventato negli anni uno degli anti-eroi più popolari
dell’universo DC.
Le origini di Lobo raccontano il
paradosso del personaggio più folle e violento della DC
Lobo compare per la prima volta nei fumetti nel 1983, ma è negli
anni Novanta che diventa un autentico fenomeno culturale. Creato da
Roger Slifer e Keith Giffen, il personaggio nasce inizialmente come
un classico criminale spaziale, salvo poi trasformarsi
progressivamente in una parodia estrema degli antieroi violenti che
dominavano il fumetto americano dell’epoca. Giacca di pelle,
dreadlocks, motociclette spaziali, umorismo nero e un’incontenibile
passione per la distruzione diventano il suo marchio di
fabbrica.
La sua storia personale è ancora più folle. Nato sul pianeta
Czarnia, un
mondo abitato da una civiltà incredibilmente pacifica, Lobo
rappresenta l’esatto opposto della sua specie. Fin da bambino
manifesta una natura sadica e distruttiva che culmina nel gesto
destinato a renderlo leggendario: stermina l’intera popolazione del
proprio pianeta utilizzando un virus creato da lui stesso. Da quel
momento diventa “L’Ultimo
Czarniano”, un titolo che porta con orgoglio e che
contribuisce ad alimentare la sua fama di essere praticamente
immortale.
Nel film Supergirl questa complessa mitologia viene
sintetizzata in poche battute, ma resta perfettamente fedele allo
spirito dei fumetti. Kara lo descrive come un cacciatore di taglie
immortale convinto della propria superiorità, responsabile
dell’annientamento dell’intero pianeta natale. Bastano poche
informazioni per far comprendere allo spettatore che Lobo non è
semplicemente un mercenario, ma una vera forza della natura.
I poteri di Lobo lo rendono uno
dei pochi personaggi capaci di affrontare Superman
Se la personalità è il primo elemento che colpisce, sono i suoi
poteri a renderlo davvero temibile. Nei fumetti Lobo appartiene
alla ristrettissima categoria di personaggi che possono affrontare
Superman praticamente ad armi
pari. La sua forza fisica è enorme, tanto da poter competere con i
Kryptoniani nei combattimenti corpo a corpo, mentre la resistenza
gli permette di sopravvivere praticamente a qualsiasi
situazione.
La caratteristica più impressionante resta però il suo
straordinario fattore rigenerante. Lobo può ricostruire
completamente il proprio corpo persino partendo da una singola
goccia di sangue, una capacità che supera perfino quella di
personaggi come Wolverine o Deadpool. A questo si aggiunge la
possibilità di sopravvivere nello spazio aperto, alle temperature
più estreme e a qualunque ambiente ostile, qualità che gli
consentono di attraversare la galassia a bordo della sua
inseparabile motocicletta spaziale, la celebre Spacehog.
La leggenda del personaggio diventa ancora più estrema quando i
fumetti raccontano che Lobo è stato bandito sia dal Paradiso sia
dall’Inferno. In pratica non esiste alcun luogo
nell’aldilà disposto ad accoglierlo, rendendolo di fatto incapace
di morire definitivamente. È un dettaglio che il DC Universe
cinematografico non ha ancora confermato, ma che potrebbe essere
introdotto nei prossimi capitoli.
Anche il film di Craig Gillespie riproduce con grande fedeltà il
look classico del personaggio, le sue armi preferite – in
particolare il gigantesco uncino collegato a una catena – e
naturalmente la Spacehog, elementi che fanno immediatamente
riconoscere il “Main Man” agli appassionati dei fumetti.
Il ruolo di Lobo in Supergirl
prepara qualcosa di molto più grande nel DC Universe
Nel corso di Supergirl, Lobo entra in scena come cacciatore di
taglie sulle tracce del brigante Drom Baxton. È proprio questa
missione a incrociare il suo percorso con quello di Kara Zor-El e
Ruthye, impegnate nella caccia a Krem delle Colline Gialle.
Inizialmente il suo unico interesse è riscuotere la ricompensa, ma
il caos provocato dall’arrivo dei Brigands cambia completamente la
situazione.
Dopo essere stato catturato e imprigionato, Lobo viene liberato
proprio da Ruthye, gesto che sembra guadagnarsi il suo rispetto. Da
quel momento partecipa allo
scontro finale recuperando la propria Spacehog, eliminando la
sua preda e contribuendo in maniera decisiva alla distruzione della
nave dei Brigands. Pur restando fedele alla propria natura
opportunista, dimostra un codice d’onore tutto suo, coerente con la
versione più moderna del personaggio, spesso sospesa tra villain e
anti-eroe.
Il film suggerisce anche un particolare interessante: quando Kara
prende la decisione definitiva nei confronti di Krem, Lobo osserva
la scena da lontano approvando silenziosamente la scelta della
kryptoniana. È un momento che racconta molto della filosofia del
personaggio, convinto che alcune situazioni possano essere risolte
soltanto con la forza.
Jason Momoa sembra destinato a
diventare il volto definitivo di Lobo
Il debutto cinematografico lascia pochi dubbi sul fatto che il DC
Universe abbia grandi piani per Lobo. Sebbene DC Studios non abbia
ancora annunciato ufficialmente il prossimo progetto live-action
dedicato al personaggio, diverse indiscrezioni indicano una
possibile presenza anche nella futura serie animata dedicata a
Starfire, oltre
naturalmente a nuovi film ambientati nel DCU.
La scelta di Jason Momoa appare inoltre particolarmente
significativa. L’attore aveva più volte dichiarato che Lobo fosse
il personaggio dei fumetti che avrebbe sempre voluto interpretare
e, secondo alcuni retroscena, sarebbe stato tra i primi a scrivere
a James Gunn quando quest’ultimo è stato nominato alla guida di DC
Studios, limitandosi a un messaggio inequivocabile: “Lobo”.
Guardando il risultato finale è difficile immaginare un interprete
più adatto. Momoa porta sullo schermo la fisicità, il sarcasmo, la
brutalità e il carisma necessari per trasformare Lobo in una delle
figure più riconoscibili del nuovo universo DC. Se Superman
rappresenta la speranza e Supergirl il cuore emotivo della nuova
saga, Lobo potrebbe diventarne l’elemento più imprevedibile e
anarchico, capace di attraversare qualunque storia senza
appartenere davvero a nessuno.
Apple
TV+ è passata in pochi anni dall’essere una scommessa
nel mondo dello streaming a uno dei marchi più rispettati
dell’industria cinematografica. Ma come ha fatto una piattaforma
arrivata solo nel 2019 a convincere alcuni dei più grandi registi,
produttori e attori di Hollywood a lavorare con lei? Dietro il
successo di serie come Scissione, Silo, Fondazione e film come F1 sembra esserci una filosofia molto diversa
rispetto a quella dei principali concorrenti.
Le
dichiarazioni del produttore Jerry Bruckheimer e del vicepresidente senior dei
servizi Apple Eddy
Cue, raccolte durante il Festival di Cannes, offrono uno sguardo
raro sul modo in cui Apple affronta la produzione cinematografica.
Più che parlare di algoritmi, dati o strategie commerciali,
entrambi descrivono un ambiente in cui la priorità assoluta resta
la storia da raccontare e il rapporto con i creativi. È una visione
che aiuta a comprendere perché sempre più autori vedano Apple TV+
come uno dei partner più affidabili dell’attuale panorama
audiovisivo.
Apple TV+ mette la creatività
davanti agli algoritmi: la filosofia che sta convincendo
Hollywood
Una scena dal film F1. Foto di Warner Bros. Pictures / Apple
Original Films
Uno degli aspetti più interessanti emersi dalle parole di Eddy Cue
riguarda il rifiuto di un approccio puramente guidato dai dati. In
un periodo in cui molte piattaforme analizzano costantemente
statistiche, tempi di visione e algoritmi per decidere quali
produzioni finanziare, Apple sostiene di partire da un principio
diverso: trovare grandi storie e lasciare che siano gli autori a
svilupparle.
Cue ha spiegato come la tecnologia, per Apple, debba servire
esclusivamente a migliorare il modo di raccontare un film, mai a
determinarne il contenuto. L’esempio più evidente è stato F1, dove le nuove tecnologie di ripresa
installate direttamente sulle monoposto non sono state pensate come
semplice esercizio tecnico, ma come strumento per far vivere allo
spettatore un’esperienza più immersiva. La tecnologia diventa
quindi invisibile, al servizio della narrazione e non il contrario.
È una filosofia che richiama il modo in cui Apple ha costruito i
propri prodotti negli ultimi decenni: partire dall’esperienza
dell’utente e non dalle specifiche tecniche.
Il rapporto con Jerry Bruckheimer
dimostra che Apple vuole essere uno studio, non solo una
piattaforma
Le parole di Jerry Bruckheimer sono forse ancora più significative.
Il produttore, che nella sua carriera ha collaborato con
praticamente tutti i grandi studios hollywoodiani, ha raccontato di
aver lavorato con Apple esattamente come avrebbe fatto con Warner
Bros. o Paramount, aggiungendo però un dettaglio importante:
secondo lui, Apple si è dimostrata addirittura un partner migliore
sotto molti aspetti.
Bruckheimer ha sottolineato come il team di Apple abbia partecipato
attivamente allo sviluppo creativo del progetto, offrendo
contributi sulla sceneggiatura, sul casting e sulla produzione,
senza limitarsi al ruolo di finanziatore. Ancora più sorprendente è
stato il coinvolgimento dell’intera azienda nella promozione del
film, trasformando una società tecnologica in una vera macchina di
marketing cinematografico. Non sorprende quindi che il produttore
stia già sviluppando nuovi progetti insieme ad Apple, compreso il
sequel di F1 e un nuovo
film fantascientifico dedicato agli UFO diretto ancora da Joseph
Kosinski.
La flessibilità produttiva è il
vero vantaggio competitivo di Apple TV+
Un altro elemento che distingue Apple TV+ riguarda il modo in cui
prende decisioni industriali. Cue ha raccontato di non amare le
regole rigide che spesso caratterizzano Hollywood. Anche la
distribuzione cinematografica viene affrontata caso per caso. Se un
film continua ad attirare spettatori nelle sale, secondo Apple non
esiste alcun motivo per ritirarlo semplicemente perché è scaduta
una finestra temporale prestabilita.
Questa mentalità più flessibile permette allo studio di adattarsi
al comportamento reale del pubblico invece di seguire schemi
fissati in precedenza. È una filosofia che si riflette anche nella
costruzione del catalogo Apple TV+, composto quasi esclusivamente
da produzioni originali curate con attenzione e prive dell’urgenza
di riempire continuamente la piattaforma con nuovi contenuti. In un
mercato dominato dalla quantità, Apple sembra puntare sempre di più
sulla qualità e sulla fiducia nei confronti dei propri autori.
Il successo di Apple TV+ racconta
un possibile futuro dello streaming
Negli ultimi anni il mercato dello streaming ha iniziato a mostrare
i limiti del modello costruito esclusivamente sulla crescita degli
abbonati e sull’utilizzo massiccio degli algoritmi. Apple TV+
rappresenta un’alternativa interessante perché sembra voler
recuperare un rapporto più tradizionale con il cinema, dove il
produttore lavora fianco a fianco con registi e sceneggiatori
invece di limitarsi ad analizzare dati di consumo.
Naturalmente il vantaggio economico di Apple consente investimenti
che pochi altri possono permettersi, ma il punto centrale sembra
essere un altro: la volontà di costruire un’identità editoriale
riconoscibile. Se questa strategia continuerà a produrre risultati
come F1, Scissione, Fondazione o
The Studio, Apple
potrebbe diventare sempre più uno dei punti di riferimento
dell’intrattenimento mondiale, non soltanto una piattaforma
streaming ma uno dei nuovi grandi studios di Hollywood.
Spider-Man: Brand New Day
continua a macinare numeri impressionanti ancora prima del suo
debutto nelle sale. Il nuovo capitolo del franchise con
Tom
Holland ha già stabilito un altro importante record
grazie al trailer ufficiale, confermando quanto l’attesa del
pubblico sia altissima per il ritorno dell’Uomo Ragno nel Marvel Cinematic Universe.
Secondo quanto riportato da Deadline, il nuovo trailer del film ha raggiunto
590,8 milioni di
visualizzazioni nella prima settimana, diventando il
secondo lancio più visto di
sempre per un trailer cinematografico. A questo si
aggiunge un altro risultato straordinario: la prevendita dei
biglietti ha già superato i 78 milioni di dollari, registrando il miglior primo
giorno di prevendite degli ultimi cinque anni. Numeri che
testimoniano come il pubblico sia pronto a seguire il nuovo
percorso di Peter Parker dopo gli eventi di Spider-Man: No Way Home.
Il successo del trailer conferma
che Spider-Man resta il personaggio Marvel più forte al cinema
L’enorme risposta del pubblico non sorprende del tutto. Dopo il
finale di No Way Home,
Peter Parker si ritrova completamente solo, con il mondo che ha
dimenticato la sua identità. In Spider-Man: Brand New Day il protagonista
interpretato da Tom
Holland dovrà affrontare una nuova fase della sua vita,
mentre i suoi poteri iniziano a evolversi in modo imprevedibile e
nuove minacce fanno la loro comparsa.
Il film rappresenta anche un momento cruciale nella carriera
dell’attore britannico, ormai tra le stelle più richieste di
Hollywood. Oltre al ritorno nei panni di Spider-Man, Holland sarà
infatti protagonista di diversi progetti di alto profilo, tra cui
The
Odyssey di Christopher Nolan, dove interpreterà
Telemaco.
Il nuovo record ottenuto dal trailer dimostra soprattutto una cosa:
nonostante il continuo alternarsi di franchise e supereroi,
Spider-Man rimane uno dei
personaggi cinematografici più popolari al mondo.
L’entusiasmo mostrato dagli spettatori lascia intuire che
Brand New Day potrebbe
trasformarsi in uno dei maggiori eventi cinematografici dell’anno,
confermando quanto il pubblico sia ancora profondamente legato alla
versione di Peter Parker interpretata da Tom Holland.
Supergirl, il nuovo film del DC
Universe diretto da Craig Gillespie e
interpretato da Milly Alcock, continua a far discutere.
Dopo l’uscita nelle sale, il film ha ottenuto il suo primo
punteggio del pubblico su Rotten Tomatoes,
debuttando con un 77% sulla base di oltre 500
recensioni verificate. Un risultato che, almeno per il momento,
supera sia Man of Steel (75%) sia
Batman v Superman: Dawn of
Justice (63%) di Zack Snyder, oltre a migliorare
nettamente i punteggi dello storico Supergirl del
1984 con Helen Slater.
Il riscontro
del pubblico arriva pochi giorni dopo quello della critica,
decisamente più divisa. Attualmente il film mantiene infatti un
58% di recensioni positive da parte dei critici su
Rotten Tomatoes, un dato destinato comunque a variare con l’arrivo
di nuove valutazioni. La differenza tra critica e spettatori
conferma ancora una volta come i cinecomic continuino a generare
reazioni molto diverse a seconda del pubblico di riferimento.
Il futuro di Kara Zor-El nel DC
Universe è già iniziato oltre Supergirl
Al di là
delle valutazioni, il dato più significativo riguarda probabilmente
il futuro del personaggio. DC Studios ha già confermato che
Milly Alcock tornerà nel 2027 in Man of Tomorrow, il film che riunirà
nuovamente Kara Zor-El con Superman all’interno del nuovo universo
condiviso ideato da James
Gunn.
Le
prospettive, però, sembrano andare ancora oltre. Il produttore
esecutivo Lars P. Winther ha infatti anticipato
che Supergirl avrà un ruolo importante anche in un successivo
progetto del DC Universe già pianificato, senza rivelarne il
titolo. Dopo aver raccontato un capitolo molto più personale e
cosmico della sua storia, il percorso di Kara dovrebbe quindi
proseguire sulla Terra accanto al cugino, consolidando la sua
presenza come uno dei personaggi centrali della nuova saga
cinematografica DC.
Se il box office dirà se il film
sarà anche un successo commerciale, una cosa appare già evidente:
DC Studios considera Supergirl una figura chiave del proprio futuro
e sta costruendo un percorso narrativo destinato a svilupparsi ben
oltre questa prima avventura solista.
Disney
continua a dominare il mercato cinematografico globale. Grazie agli
ottimi risultati di Toy
Story 5, lo studio ha ufficialmente superato i
3 miliardi di dollari di incassi worldwide nel
2026, diventando il primo grande studio hollywoodiano a raggiungere
questo traguardo nell’anno in corso. Il nuovo capitolo Pixar,
uscito lo scorso weekend, ha debuttato con 312 milioni di
dollari a livello globale e ha già superato i 352
milioni complessivi, contribuendo in maniera decisiva al
nuovo record.
Il risultato
arriva al termine di una prima metà dell’anno particolarmente ricca
per Disney. Tra i maggiori successi figurano Il diavolo veste Prada 2,
che ha incassato oltre 677 milioni di dollari,
Hoppers di Pixar, The Mandalorian & Grogu,
oltre ai contributi ancora importanti di Avatar: Fire and Ash e
Zootropolis 2, già presenti nelle sale
all’inizio del 2026. Anche produzioni come Send
Help di Sam Raimi hanno ottenuto risultati positivi,
confermando la varietà dell’offerta dello studio tra animazione,
blockbuster, horror e franchise storici.
Il primato di Disney dimostra
quanto i grandi franchise continuino a guidare il mercato
cinematografico
Il
superamento dei 3 miliardi non rappresenta soltanto un dato
economico, ma fotografa lo stato attuale dell’industria
cinematografica. Disney continua infatti a costruire la propria
leadership puntando su marchi estremamente riconoscibili,
alternando sequel, remake live-action, Pixar, Star
Wars, Marvel e 20th Century Studios. Una
strategia che, almeno sul piano commerciale, continua a dare
risultati superiori rispetto ai concorrenti.
Il vantaggio potrebbe inoltre
aumentare nei prossimi mesi. Il calendario dello studio comprende
infatti l’arrivo del remake live-action di
Oceania, del nuovo film animato
Hexed e soprattutto di Avengers: Doomsday, destinato a
essere uno degli eventi cinematografici più importanti del 2026. Se
queste produzioni confermeranno le aspettative, Disney potrebbe
chiudere l’anno con uno dei migliori risultati commerciali della
sua storia recente, consolidando ulteriormente la distanza dagli
altri studios.
L’universo di
Shrek continua ad espandersi. DreamWorks
Animation e Universal Pictures hanno annunciato ufficialmente che
Donkey, il primo film interamente dedicato al
celebre personaggio doppiato da Eddie Murphy,
arriverà nelle sale il 30 giugno 2028. Oltre alla
data di uscita, sono stati diffusi anche i primi dettagli sulla
trama, che confermano come il progetto sarà un
prequel ambientato prima degli eventi del primo
Shrek.
Secondo le
informazioni diffuse da Variety, il film
racconterà le origini di Ciuchino e svelerà come sia diventato un
asino parlante. Alla regia ci sarà Charlie Bean
(The Lego Ninjago Movie), affiancato da Matt
Flynn come co-regista, mentre la produzione sarà affidata
a Rebecca Huntley e Chris
Meledandri. Il progetto entrerà in lavorazione dopo
Shrek
5, previsto per il 2027, consolidando così il ritorno
del celebre franchise DreamWorks.
Il prequel potrebbe finalmente
risolvere uno dei più grandi misteri dell’universo di Shrek
La scelta di
dedicare uno spin-off alle origini di Ciuchino rappresenta uno
sviluppo interessante per la saga. Fin dal primo film il
personaggio è stato uno dei protagonisti più amati, ma il suo
passato è sempre rimasto avvolto nel mistero. L’unico indizio
raccontava di un vecchio proprietario intenzionato a venderlo
proprio a causa della sua capacità di parlare, senza mai spiegare
davvero l’origine di questa caratteristica.
Le prime
anticipazioni lasciano intendere che il film potrebbe esplorare
proprio questo aspetto, raccontando la trasformazione che avrebbe
portato il protagonista a diventare un asino parlante. Se
confermata, sarebbe una delle espansioni narrative più
significative mai introdotte nel franchise, offrendo finalmente una
spiegazione a uno dei misteri rimasti irrisolti sin dall’esordio
della serie.
L’annuncio
suggerisce inoltre che Shrek 5 potrebbe contenere
alcuni collegamenti diretti allo spin-off, introducendo elementi
del passato di Donkey o personaggi destinati ad avere un ruolo
centrale nel film del 2028. Dopo il successo degli spin-off
dedicati al Gatto con gli Stivali, DreamWorks
sembra dunque intenzionata ad ampliare ulteriormente il proprio
universo narrativo, trasformando anche Ciuchino in un protagonista
capace di sostenere un’avventura tutta sua.
Il cinema dei
samurai si prepara ad accogliere un nuovo protagonista. È stato
diffuso il trailer ufficiale di The Samurai and the
Prisoner, il nuovo film del regista giapponese
Kiyoshi Kurosawa, che arriverà nelle sale USA il
31 luglio 2026. Il progetto unisce il fascino del
grande cinema storico giapponese a una struttura narrativa
insolita, mescolando guerra feudale, intrighi di corte e un vero e
proprio mistero investigativo ambientato all’interno di un castello
assediato.
Il film
racconta la storia del signore feudale Murashige,
deciso a dichiarare guerra a un potente rivale, e del suo brillante
stratega militare Kanbei, imprigionato proprio per
aver cercato di impedirgli di intraprendere il conflitto. Quando
una serie di misteriosi omicidi sconvolge il castello mentre
l’esercito nemico si prepara all’assedio, Murashige è costretto a
stringere un’improbabile alleanza con il suo ex consigliere per
scoprire chi si nasconde dietro i delitti prima che il regno
cada.
Un samurai movie che fonde epica,
thriller investigativo e grande cinema d’autore
Il nuovo
trailer mostra chiaramente come The Samurai and the
Prisoner non voglia essere soltanto un classico film
storico. Accanto alle battaglie, agli intrighi politici e alle
ricostruzioni del Giappone feudale, la storia sviluppa infatti una
struttura da giallo investigativo, nella quale il
protagonista dovrà individuare un traditore nascosto tra i propri
uomini mentre un assassino continua a colpire all’interno delle
mura del castello.
Le prime
reazioni della critica internazionale sottolineano proprio questa
originalità. Martin Scorsese ha definito Kiyoshi Kurosawa
“un autentico maestro”, mentre diverse testate hanno evidenziato
l’insolita fusione tra dramma shakespeariano, mistero alla Agatha
Christie e cinema samurai. Secondo RogerEbert.com,
il film ricorda addirittura “un Samurai Columbo”, mentre
Variety parla di un raffinato gioco psicologico
tra strategia militare e suspense investigativa.
Con opere come Shōgun che hanno riportato il Giappone
feudale al centro dell’immaginario internazionale, The
Samurai and the Prisoner sembra inserirsi perfettamente in
questo rinnovato interesse, proponendo però un approccio diverso:
meno concentrato sulla grande guerra e più sulla tensione
psicologica, sui giochi di potere e sul mistero. Se manterrà le
promesse del trailer, potrebbe diventare uno dei titoli più
interessanti dell’estate per gli appassionati del cinema storico e
del thriller.
Tra le serie
fantasy degli ultimi anni, poche sono riuscite a catturare lo
spirito dell’action soprannaturale come Devil May
Cry, adattamento Netflix dell’omonima saga videoludica di Capcom. Dopo
due stagioni accolte con entusiasmo da critica e pubblico e una
terza già annunciata, l’anime si è imposto come uno dei titoli più
sorprendenti della piattaforma, grazie a una miscela esplosiva di
azione, mitologia demoniaca e conflitti familiari.
Molti
spettatori hanno notato come Devil May Cry
richiami inevitabilmente Supernatural, la celebre serie con
Jared Padalecki e Jensen Ackles che per quindici stagioni ha
raccontato le avventure dei fratelli Winchester. Le somiglianze,
però, non si limitano ai mostri o ai demoni: entrambe le opere
condividono una precisa idea di racconto, costruita attorno ai
legami di sangue, al peso del destino e alla continua lotta tra
umanità e oscurità. Proprio questa parentela narrativa rende Devil
May Cry una delle migliori eredi spirituali di Supernatural.
Devil May Cry riprende la
struttura narrativa di Supernatural ma la porta verso un fantasy
ancora più spettacolare
Il primo
elemento che accomuna le due serie è la loro costruzione narrativa.
Come Supernatural, anche Devil May
Cry parte da una struttura apparentemente episodica, in
cui il protagonista affronta creature sempre diverse e missioni
indipendenti. Progressivamente, però, questi scontri iniziano a
comporre un disegno molto più ampio, fatto di antiche profezie,
guerre tra mondi e rivelazioni sul passato dei protagonisti.
Questa
evoluzione permette alla serie di aumentare continuamente la posta
in gioco. Se all’inizio Dante sembra semplicemente un cacciatore di
demoni mercenario, con il passare degli episodi emerge un conflitto
molto più profondo che riguarda la sua stessa identità. La
narrazione, proprio come accadeva con Sam e Dean Winchester,
utilizza i casi della settimana per costruire lentamente una
mitologia complessa che diventa il vero cuore della storia.
La differenza
principale è rappresentata dal linguaggio visivo. Dove Supernatural
rimaneva legato ai limiti della produzione live action, Devil May
Cry sfrutta completamente le possibilità dell’animazione,
trasformando ogni combattimento in una sequenza spettacolare fatta
di movimenti impossibili, effetti visivi e coreografie che
ricordano direttamente il videogioco originale.
Dante e Vergil raccontano lo
stesso conflitto che ha reso iconici Sam e Dean Winchester
Il vero punto
di contatto tra le due opere è però il rapporto tra i fratelli
protagonisti. In Devil May Cry, Dante e Vergil
rappresentano due modi opposti di affrontare il proprio destino. Il
primo rifiuta la parte demoniaca della propria natura e sceglie di
proteggere gli esseri umani; il secondo, invece, decide di
abbracciare quel potere, convinto che soltanto la forza assoluta
possa cambiare il mondo.
Una dinamica
sorprendentemente vicina a quella costruita da
Supernatural, dove Sam e Dean finiscono spesso su
fronti diversi pur condividendo lo stesso obiettivo finale.
Entrambe le serie raccontano infatti come il vero nemico non sia
soltanto il male esterno, ma il modo in cui ogni protagonista
sceglie di convivere con il proprio lato oscuro.
Questo
conflitto rende Devil May Cry qualcosa di molto più interessante di
un semplice anime d’azione. Dietro gli scontri spettacolari si
nasconde una riflessione continua sull’identità, sull’eredità
familiare e sulla possibilità di scegliere chi diventare, anche
quando il proprio destino sembra già scritto.
L’animazione permette a Devil May
Cry di spingersi oltre ogni limite del fantasy televisivo
Se
Supernatural ha conquistato milioni di spettatori grazie ai suoi
personaggi, Devil May Cry riesce a sfruttare il mezzo animato per
amplificare tutto ciò che nella serie live action poteva soltanto
essere suggerito. Demoni giganteschi, città devastate, poteri
sovrannaturali e combattimenti impossibili diventano parte
integrante della narrazione senza perdere credibilità.
Anche il tono
cambia sensibilmente. L’anime abbraccia completamente un’estetica
fatta di eccessi, ironia, musica heavy metal e scene d’azione sopra
le righe, trasformando ogni episodio in uno spettacolo visivo. È
proprio questa libertà che rende Devil May Cry una sorta di
“Supernatural senza freni”, capace di esasperare gli elementi più
spettacolari del genere fantasy fino a farli diventare la propria
cifra stilistica.
Il risultato
è una serie che non cerca mai il realismo, ma punta costantemente
all’intrattenimento più puro, mantenendo comunque una forte
componente emotiva grazie ai suoi protagonisti.
Anche Supernatural ha avuto un
anime, ma Devil May Cry rappresenta la sua evoluzione naturale
Esiste un
altro elemento curioso che lega direttamente le due opere. Nel 2011
venne infatti realizzato Supernatural: The
Animation, una versione anime che adattava parte delle
prime stagioni della serie originale aggiungendo nuove scene e
approfondimenti narrativi.
Sebbene quel
progetto sia rimasto molto meno conosciuto rispetto alla serie
principale, rappresentava già un tentativo di immaginare i fratelli
Winchester all’interno di un linguaggio visivo più dinamico e
spettacolare. Devil May Cry sembra raccogliere proprio
quell’eredità, sviluppandola però con una produzione moderna e con
un’identità completamente autonoma.
Con due stagioni già disponibili e
una terza prevista nel 2027, la serie Netflix si conferma oggi una
delle produzioni fantasy più solide della piattaforma. Per chi ha
amato l’equilibrio tra horror, azione e rapporti familiari
costruito da Supernatural, Devil May Cry rappresenta probabilmente
la proposta più vicina, ma anche quella capace di spingersi oltre
grazie alle possibilità offerte dall’animazione.
Dopo un
finale ricco di colpi di scena, sacrifici e nuove minacce,
The Legend of Vox Machina si prepara a chiudere
definitivamente la propria storia con una quinta stagione già
confermata da Prime Video. La serie animata ispirata alla prima
campagna di Critical Role è diventata negli ultimi
anni uno dei migliori fantasy disponibili in streaming,
conquistando sia gli appassionati di Dungeons & Dragons sia un
pubblico molto più ampio grazie a un equilibrio riuscito tra epica,
umorismo e sviluppo dei personaggi.
Il
finale della quarta stagione, però, non rappresenta una
conclusione, bensì l’inizio dell’ultima battaglia. Il Whispered One
è ormai una presenza concreta e la guerra per il destino di
Exandria è appena iniziata. Per questo motivo cresce l’attesa verso
quella che sarà la stagione conclusiva della serie, chiamata a
raccogliere tutte le storyline costruite negli ultimi anni e a
offrire un epilogo all’altezza dell’ambizione del progetto.
La quinta stagione concluderà
definitivamente la storia di Vox Machina ma la battaglia contro il
Whispered One è appena iniziata
Prime Video
ha confermato già nel 2025 che The Legend of Vox Machina
5 sarà l’ultimo capitolo della serie. Una scelta che,
invece di interrompere improvvisamente la narrazione come accaduto
ad altre produzioni fantasy recenti, permette agli autori di
costruire un finale pensato fin dall’inizio. È una differenza
sostanziale: non si tratta di una cancellazione, ma della
conclusione naturale del viaggio di Vox Machina.
La quarta
stagione ha già adattato gran parte dell’arco narrativo dedicato al
Whispered One, reinterpretando però numerosi elementi della
campagna originale di Critical Role. Nella
versione giocata al tavolo il villain viene identificato
apertamente come Vecna, mentre nella serie televisiva il suo
nome rimane quasi sempre nascosto dietro il titolo di “Whispered
One”. Non è l’unica modifica importante: anche il percorso di Pike
e il suo particolare legame con la divinità oscura rappresentano un
cambiamento significativo rispetto al materiale originale.
Proprio
queste deviazioni rendono difficile prevedere come si svilupperà la
stagione finale. Gli sceneggiatori hanno ormai dimostrato di non
voler trasporre fedelmente ogni singolo evento della campagna,
preferendo costruire una narrazione che funzioni anche per chi non
conosce il mondo di Critical Role. È quindi probabile che il
confronto definitivo con il Whispered One presenti ulteriori
sorprese rispetto alla storia originale.
Il ritorno di Scanlan e il destino
di Taryon cambieranno ancora una volta gli equilibri del
gruppo
Uno degli
aspetti che più ha colpito gli spettatori nella quarta stagione è
stata la quasi totale assenza di Scanlan
Shorthalt. Il bardo interpretato da Sam Riegel ha sempre
rappresentato il cuore comico della serie, ma anche uno dei
personaggi emotivamente più complessi, e la sua lontananza si è
fatta sentire lungo tutta la stagione.
Per colmare
quel vuoto è stato introdotto Taryon Darrington,
nuovo membro del gruppo dotato di enorme carisma e di una
personalità completamente diversa da quella di Scanlan. Il suo
ingresso ha funzionato sia come elemento narrativo sia come fedele
richiamo alla campagna originale, ma il finale della quarta
stagione cambia nuovamente le carte in tavola. Taryon finisce
infatti sotto l’influenza del Whispered One, mentre Scanlan rimane
ancora lontano dal resto della squadra.
Chi conosce
Critical Role sa però che il percorso del bardo non è ancora
terminato. Tutto lascia pensare che la quinta stagione segnerà il
suo ritorno definitivo accanto ai compagni proprio nel momento in
cui Exandria avrà maggiormente bisogno dell’intera Vox Machina.
Sarà interessante capire come gli autori gestiranno la convivenza
tra Scanlan e Taryon, due personaggi estremamente ingombranti che
potrebbero rappresentare due modi opposti di affrontare
l’eroismo.
Quando potrebbe uscire The Legend
of Vox Machina 5 e perché l’attesa potrebbe essere più lunga del
previsto
Se c’è un
elemento che accomuna tutte le grandi produzioni animate moderne è
il tempo necessario per realizzarle. Dopo il debutto nel 2022, la
serie ha mantenuto un ritmo piuttosto regolare soltanto
inizialmente. Tra la seconda, la terza e la quarta stagione sono
trascorsi circa venti mesi, segno di una lavorazione sempre più
complessa e ambiziosa.
Per questo
motivo è difficile immaginare che la quinta stagione possa arrivare
prima del 2028. Gli stessi produttori hanno
confermato che la lavorazione è già iniziata e che parte degli
episodi è in fase avanzata di sviluppo, ma non esiste ancora una
data ufficiale di uscita. Considerando il livello qualitativo
raggiunto dalla serie, un’attesa più lunga potrebbe essere il
prezzo da pagare per garantire un finale all’altezza delle
aspettative.
Del resto,
The Legend of Vox Machina è ormai diventata uno
dei punti di riferimento dell’animazione fantasy occidentale e
Prime Video sembra intenzionata a preservarne il valore produttivo
fino all’ultimo episodio.
La fine di Vox Machina non
significa la fine dell’universo di Critical Role
Anche se la
storia principale sta per concludersi, il mondo di Critical
Role è destinato a continuare. Prime Video ha già ampliato
l’universo con The Mighty Nein, dimostrando che
Exandria può ospitare molte altre storie oltre a quella di Vox
Machina.
Gli stessi
protagonisti potrebbero inoltre tornare in futuro attraverso cameo,
crossover o nuove serie ambientate nello stesso universo narrativo.
Alcuni membri del cast hanno già lasciato intendere che gli eroi di
Vox Machina non scompariranno definitivamente dopo la quinta
stagione, ma continueranno a rappresentare figure fondamentali
nella mitologia di Exandria.
È probabilmente questa la vera
forza dell’adattamento televisivo di Critical Role: aver costruito
un universo narrativo abbastanza ricco da sopravvivere ai suoi
protagonisti. La quinta stagione concluderà il viaggio di Vox
Machina, ma potrebbe essere soltanto l’inizio di una nuova fase per
l’intero franchise fantasy di Prime Video.