Ecco perché amiamo The Rig: vibrazioni di Alien e atmosfere lovecraftiane

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Una piattaforma petrolifera isolata nel Mare del Nord, una nebbia inspiegabile che interrompe ogni comunicazione con il mondo esterno e qualcosa che sembra risalire dalle profondità dell’oceano: The Rig parte da una premessa che appartiene immediatamente al territorio dell’horror. La serie Prime Video con Iain Glen ed Emily Hampshire porta però questa situazione oltre il semplice racconto di sopravvivenza, costruendo un incubo nel quale la minaccia non può essere compresa attraverso le categorie abituali dell’essere umano. È proprio questo progressivo passaggio dall’ignoto al terrore cosmico a rendere la serie una delle più interessanti riletture televisive dell’immaginario lovecraftiano.

Il suo punto di forza nasce dall’incontro fra due tradizioni apparentemente diverse. Da una parte ci sono l’isolamento, la paranoia e la minaccia biologica tipici di Alien e The Thing; dall’altra emerge una concezione dell’orrore molto più antica e radicale, nella quale l’essere umano scopre di occupare una posizione insignificante davanti a forze che esistono al di là della sua comprensione. The Rig trova così una propria identità proprio nello spazio compreso tra fantascienza, horror soprannaturale e cosmic horror.

La nebbia e ciò che emerge dagli abissi trasformano una piattaforma petrolifera in una prigione lovecraftiana

La storia di The Rig comincia quando l’equipaggio di una piattaforma petrolifera scozzese viene improvvisamente isolato dal resto del mondo. Una nebbia innaturalmente fitta avvolge la struttura e interrompe i normali collegamenti con la terraferma. In un ambiente già caratterizzato dalla distanza e dalla precarietà, l’isolamento diventa immediatamente una minaccia concreta. I lavoratori devono continuare a muoversi all’interno di uno spazio ristretto mentre qualcosa di incomprensibile sta modificando le condizioni della loro realtà.

Rose, rappresentante della compagnia petrolifera interpretata da Emily Hampshire, e Magnus, responsabile dell’installazione interpretato da Iain Glen, diventano progressivamente due punti di riferimento nella ricerca di una spiegazione. Gli eventi, però, sfuggono rapidamente alla logica razionale. Il contatto con la nebbia provoca cambiamenti inquietanti nell’equipaggio e porta alla luce una presenza collegata alle profondità marine. La serie costruisce così il proprio orrore attraverso una progressiva perdita di controllo: ciò che inizialmente sembra un’emergenza ambientale si trasforma in qualcosa di molto più grande.

La piattaforma funziona perfettamente come teatro di questa trasformazione. È un luogo industriale progettato per estrarre risorse dalla Terra, dominato dalla tecnologia e dalla convinzione che l’ambiente possa essere controllato. Sotto quella struttura, però, esiste un mondo che non risponde alle esigenze umane. L’oceano diventa quindi più di uno sfondo: è una profondità fisica che nasconde una profondità cosmica, un territorio nel quale l’uomo entra convinto di poter esercitare il proprio dominio e dal quale emerge qualcosa che mette in crisi quella presunzione.

the rig iain glenIl vero orrore di The Rig nasce dalla scoperta che l’umanità non occupa il centro del proprio mondo

Il legame con H.P. Lovecraft diventa evidente proprio nel modo in cui la serie costruisce la minaccia. Il cosmic horror lovecraftiano funziona attraverso una scoperta fondamentale: l’universo è immensamente più vasto della percezione umana e le sue forze possono essere completamente estranee alle categorie con cui interpretiamo la realtà. La paura deriva quindi dall’impossibilità di comprendere davvero ciò che abbiamo davanti.

The Rig trasferisce questa idea in un ambiente contemporaneo e riconoscibile. La piattaforma petrolifera rappresenta la fiducia nella tecnologia, nella scienza applicata e nella capacità dell’uomo di organizzare il proprio ambiente. La nebbia rompe improvvisamente questa sicurezza. Le comunicazioni cessano, l’ambiente diventa ostile e le persone iniziano a subire trasformazioni che non possono essere spiegate attraverso gli strumenti abituali.

Anche il rapporto con il sottosuolo assume un valore simbolico. Gli uomini sono letteralmente sospesi sopra una profondità che non conoscono e dalla quale stanno estraendo ciò che desiderano. La serie trasforma quindi l’attività industriale in un contatto involontario con qualcosa che precede l’umanità e che potrebbe continuare a esistere indipendentemente da essa. L’orrore nasce quando la prospettiva si rovescia: la piattaforma non appare più come il luogo dal quale gli esseri umani controllano l’ambiente, bensì come il luogo nel quale l’ambiente sta rispondendo alla loro intrusione.

Questa impostazione spiega anche perché The Rig non abbia bisogno di trasformare ogni elemento soprannaturale in una spiegazione immediata. L’ignoto conserva parte della propria forza proprio quando rimane più grande della comprensione dei personaggi. È una delle caratteristiche più difficili da trasferire dalle pagine di Lovecraft allo schermo, perché il cinema e la televisione tendono naturalmente a mostrare, spiegare e concretizzare. The Rig riesce invece a conservare una parte di quella sensazione di impotenza che rappresenta il vero cuore del cosmic horror.

Da Alien a The Thing: il linguaggio del cinema di genere diventa la porta d’ingresso al cosmic horror

La serie trova la propria identità anche grazie a un evidente dialogo con il cinema di fantascienza e horror. L’isolamento della piattaforma richiama immediatamente Alien: in entrambi i casi un gruppo di lavoratori si trova lontano dalla società, all’interno di una struttura tecnologica che dovrebbe garantire sicurezza e che finisce per trasformarsi in una trappola. Anche il rapporto fra equipaggio, gerarchie professionali e minaccia sconosciuta contribuisce a creare quella particolare atmosfera di tensione.

Il riferimento a The Thing di John Carpenter è altrettanto importante. La paranoia nasce dal fatto che i personaggi non possono essere certi di ciò che sta accadendo e devono continuare a convivere nello stesso spazio mentre la minaccia modifica progressivamente il loro modo di percepire la realtà. The Rig prende questa grammatica dell’isolamento e la sposta in una dimensione soprannaturale. Il risultato è un horror che utilizza strumenti familiari al pubblico del genere per condurlo verso una forma di paura più astratta.

È proprio questo equilibrio a distinguere la serie da altri tentativi di portare Lovecraft sul piccolo schermo. True Detective stagione 1 ha costruito un’atmosfera fortemente lovecraftiana attraverso il senso di presagio e l’idea di un male difficile da definire, senza rappresentare direttamente creature cosmiche. Lovecraft Country ha affrontato invece l’immaginario dell’autore in maniera più esplicita, mentre Chilling Adventures of Sabrina, Love, Death & Robots e Guillermo del Toro’s Cabinet of Curiosities hanno sperimentato diverse declinazioni del cosmic horror.

The Rig occupa una posizione particolare perché riesce a combinare atmosfera e manifestazione dell’ignoto. Il pubblico può riconoscere il linguaggio di Alien e The Thing, mentre la progressiva concretizzazione della minaccia introduce una scala narrativa molto più vicina a Lovecraft.

Il successo di The Rig dimostra perché lo streaming è diventato terreno fertile per il nuovo horror lovecraftiano

L’evoluzione della serie nelle sue due stagioni suggerisce infine qualcosa di più ampio sul modo in cui lo streaming sta affrontando il cosmic horror. Le piattaforme permettono agli autori di sviluppare lentamente atmosfere, mitologie e trasformazioni dei personaggi, dedicando tempo a una minaccia che avrebbe difficoltà a essere costruita in un singolo film. The Rig può quindi partire da una situazione quasi realistica e ampliare progressivamente la propria scala senza abbandonare l’ambiente claustrofobico che ne costituisce l’identità.

Il fenomeno non nasce naturalmente con le piattaforme. L’ombra di Lovecraft attraversa la televisione da decenni, anche attraverso opere come The Night Gallery di Rod Serling. Lo streaming ha però offerto agli autori maggiore libertà creativa e la possibilità di sperimentare con generi che richiedono una costruzione atmosferica più lenta. Il risultato è un panorama nel quale l’immaginario lovecraftiano può essere rielaborato senza dover necessariamente riprodurre fedelmente le storie originali.

È questa la vera ragione per cui The Rig funziona. La serie non ha bisogno di essere una trasposizione di Lovecraft per comprenderne il principio fondamentale. Prende l’isolamento di Alien, la paranoia di The Thing, la paura dell’ignoto e la trasforma in una storia sul rapporto fra l’umanità e qualcosa di infinitamente più antico e più grande. La piattaforma petrolifera diventa così il punto di contatto tra due mondi: quello costruito dall’uomo e quello che esisteva molto prima che l’uomo arrivasse. Ed è proprio da quel contatto che nasce il suo orrore più efficace.

Chiara Guida
Chiara Guida
Laureata in Storia e Critica del Cinema alla Sapienza di Roma, è una gionalista e si occupa di critica cinematografica. Co-fondatrice e Direttore Responsabile di Cinefilos.it dal 2010. Dal 2017, data di pubblicazione del suo primo libro, è autrice di saggi critici sul cinema, attività che coniuga al lavoro al giornale.
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