La mia brillante cameriera racconta una storia che sembra possedere tutti gli elementi di un’autobiografia: una ragazza cresciuta nell’Australia rurale di inizio Novecento, insofferente alle aspettative sociali imposte alle donne, determinata a diventare scrittrice e poco interessata a considerare il matrimonio come il naturale coronamento della propria esistenza. Sybylla Melvyn, però, non è una persona realmente esistita e la serie Netflix non è, in senso stretto, basata su una storia vera. Le sue origini sono letterarie: la produzione creata da Liz Doran adatta My Brilliant Career, celebre romanzo dell’autrice australiana Miles Franklin.
La distinzione, tuttavia, diventa molto più interessante quando si guarda alla vita di Franklin. La scrittrice negò che il romanzo fosse direttamente autobiografico, ma le somiglianze tra lei e Sybylla sono difficili da ignorare: entrambe crescono nell’Australia rurale, desiderano scrivere in una società che riserva alle donne un destino prevalentemente matrimoniale e domestico e difendono ostinatamente la propria indipendenza. La serie parte quindi da un’opera di finzione, ma dietro la protagonista pulsa un’esperienza storica molto concreta, che l’adattamento Netflix amplia ulteriormente interrogandosi su quali vite e identità fossero rimaste ai margini del romanzo originale.
La mia brillante cameriera non è una storia vera, ma Sybylla condivide molto della vita della scrittrice Miles Franklin
My Brilliant Career nasce dal romanzo omonimo di Miles Franklin, completato dall’autrice quando aveva appena 19 anni e pubblicato nel 1901 dopo numerosi rifiuti editoriali. Franklin era nata nel 1879 e, come la sua protagonista, crebbe in un contesto nel quale matrimonio e maternità rappresentavano ancora il percorso socialmente previsto per una giovane donna. Anche lei, però, aveva altri progetti. Voleva diventare una scrittrice e cominciò giovanissima a cercare un editore, trovando infine un sostegno decisivo nel poeta Henry Lawson, uno dei suoi idoli letterari, che contribuì al percorso che portò alla pubblicazione del romanzo a Edimburgo. Franklin utilizzò inoltre un nome letterario maschile, pur rendendo noto il proprio genere nella prefazione dell’opera, inserendosi in una lunga tradizione di autrici costrette a confrontarsi con un ambiente editoriale dominato dagli uomini.
Le corrispondenze con Sybylla non finiscono qui. Franklin ricevette diverse proposte di matrimonio ma non si sposò mai, mantenendo nella propria vita quella stessa indipendenza che diventa il desiderio fondamentale della sua protagonista. Sarebbe però riduttivo trasformare automaticamente Sybylla nell’alter ego dell’autrice: Franklin stessa respinse l’idea che My Brilliant Career fosse semplicemente il racconto della propria esistenza. Il rapporto tra realtà e finzione va cercato piuttosto nella sensibilità che le accomuna. Sybylla non riproduce necessariamente gli eventi vissuti dalla sua creatrice, ma sembra ereditare le sue aspirazioni, la sua insofferenza verso le convenzioni e soprattutto il conflitto tra vocazione personale e ruolo sociale. Una connessione riconosciuta anche da Philippa Northeast, interprete di Sybylla nella serie, che ha studiato la vita di Franklin durante la preparazione del personaggio.
Sybylla e Miles Franklin condividono lo stesso conflitto: cosa significava voler essere una donna indipendente nell’Australia del 1900
È proprio il contesto storico a rendere le somiglianze tra Franklin e Sybylla più importanti della corrispondenza biografica. La protagonista viene mandata a Caddagat con uno scopo sostanzialmente preciso: essere introdotta nella buona società, incontrare uomini economicamente desiderabili e trovare marito. La sua aspirazione a diventare scrittrice entra inevitabilmente in collisione con questo progetto perché il matrimonio non viene presentato semplicemente come una possibilità sentimentale, ma come la struttura attorno alla quale dovrebbe essere organizzata l’intera esistenza adulta di una donna. Persino quando Sybylla sperimenta realmente l’amore, il conflitto non scompare. Al contrario, diventa più doloroso: la protagonista deve capire se sia possibile amare qualcuno senza permettere che quel sentimento determini tutto ciò che potrà essere in futuro.
È qui che un romanzo scritto oltre un secolo fa conserva la propria forza contemporanea. Il conflitto non riguarda soltanto il diritto di Sybylla a esercitare una professione, ma la possibilità di essere l’autrice della propria vita prima ancora che dei propri libri. Philippa Northeast ha sottolineato proprio questo elemento parlando dell’attualità della serie e della necessità, soprattutto per le giovani donne, di continuare a difendere indipendenza e capacità di scelta. L’adattamento non cerca quindi di rendere moderna Sybylla cancellando la distanza storica che la separa dal pubblico contemporaneo. Fa qualcosa di più interessante: utilizza quella distanza per mostrare quanto alcuni interrogativi sull’autonomia individuale, sulle aspettative sociali e sul prezzo imposto alle ambizioni femminili riescano ancora a risultare riconoscibili.
Dal romanzo di Miles Franklin alla serie Netflix: perché La mia brillante cameriera cambia alcuni personaggi della storia originale
L’adattamento creato da Liz Doran rimane legato al romanzo di Franklin, ma non tenta di riprodurlo senza modifiche. Una delle operazioni più evidenti riguarda infatti il mondo che circonda Sybylla. Gli autori hanno scelto di interrogare l’Australia del 1900 anche attraverso prospettive che nell’opera originale avevano poco spazio o erano completamente assenti, introducendo o modificando alcuni personaggi secondari. Harry Beechum, principale interesse sentimentale di Sybylla, viene per esempio rappresentato nella serie come un uomo per metà cinese e per metà bianco, facendo della sua identità birazziale un elemento capace di influenzarne la posizione all’interno dell’alta società australiana.
La stessa operazione riguarda Betty e Nell, personaggi First Nations attraverso i quali la serie introduce nel racconto la presenza indigena, mentre un’ulteriore linea narrativa esplora una relazione queer vissuta clandestinamente. Non si tratta quindi di elementi provenienti direttamente dal romanzo di Franklin. L’intenzione dell’adattamento è piuttosto quella di osservare il testo originale alla luce della realtà sociale dell’Australia dell’epoca e chiedersi quali persone potessero essere realmente presenti in quel mondo pur essendo rimaste fuori dal racconto letterario. È un intervento delicato perché modifica inevitabilmente il materiale di partenza, ma segue una logica precisa: non aggiornare artificialmente il 1900 secondo sensibilità contemporanee, bensì provare a restituire una società storicamente più complessa di quella filtrata attraverso un singolo romanzo.
Quanto c’è davvero di Miles Franklin in Sybylla? Il confine volutamente incerto tra autobiografia e finzione
Definire La mia brillante cameriera una storia vera sarebbe quindi sbagliato, ma considerarla completamente separata dalla biografia di Miles Franklin sarebbe altrettanto semplicistico. Il punto più interessante si trova proprio nello spazio intermedio. Franklin scrisse il romanzo quando era giovanissima e riversò nella sua protagonista interrogativi che appartenevano concretamente alla generazione di donne nella quale stava crescendo: sposarsi oppure perseguire un’ambizione personale, accettare le convenzioni oppure rischiare l’isolamento, cercare sicurezza oppure scegliere una libertà senza garanzie. Che ogni episodio vissuto da Sybylla corrisponda o meno a qualcosa accaduto alla sua autrice diventa allora secondario rispetto alla matrice comune che lega le due donne.
La successiva vita di Franklin rende inevitabilmente questa relazione ancora più affascinante. Come Sybylla, scelse la scrittura; come Sybylla, non considerò il matrimonio indispensabile alla propria realizzazione; e come la sua protagonista dovette conquistarsi uno spazio in un ambiente nel quale essere una giovane donna con ambizioni letterarie significava partire da una posizione tutt’altro che favorevole. Sybylla non è Miles Franklin, ma difficilmente sarebbe potuta esistere senza di lei. Ed è forse questa la risposta più precisa alla domanda sulla “storia vera” dietro La mia brillante cameriera: Netflix non racconta la biografia della scrittrice australiana, ma porta sullo schermo una protagonista di finzione nata da conflitti, desideri e possibilità che la sua autrice conosceva molto bene.


