Per anni Saman Abbas è stata soprattutto un’immagine. Quella registrata dalle telecamere di sorveglianza dell’azienda agricola di Novellara mentre, nella notte tra il 30 aprile e il 1° maggio 2021, esce di casa insieme ai genitori. Poi la scomparsa, 566 giorni senza un corpo, le indagini, il ritrovamento dei resti, il processo e le condanne. Nel racconto pubblico, Saman è diventata inevitabilmente “il caso Saman”: la diciottenne di origine pachistana uccisa dopo essersi opposta al matrimonio deciso dalla famiglia. Saman – La verità nascosta, docuserie italiana disponibile su HBO Max dal 18 settembre, sceglie invece di compiere il percorso opposto: partire dal delitto per tornare alla persona che esisteva prima che quel delitto la trasformasse definitivamente in una vittima.
Creata da Lorenzo Avola e Carmen Vogani, scritta insieme a Simona Coppini e prodotta da Aurora TV, la serie è composta da tre episodi: In fuga, Italian Girl e Nel suo nome. I primi due sono diretti da Francesca Mazzoleni, il terzo da Gianluca Santoni. La ricostruzione utilizza atti giudiziari, immagini di sorveglianza, registrazioni, materiali recuperati dal telefono di Saman e testimonianze di persone direttamente coinvolte nella vicenda. Soprattutto, però, permette di ascoltare gli audio originali di Saman e affida un ruolo fondamentale ad Ali Haider, il fratello minore e testimone chiave dell’indagine, che per la prima volta racconta davanti alle telecamere quanto accaduto. È questa scelta a spostare immediatamente La verità nascosta dal terreno del true crime tradizionale verso qualcosa di più complesso: non chiedersi soltanto chi abbia ucciso Saman, ma capire chi fosse Saman e perché, nonostante diversi segnali d’allarme e tentativi di proteggerla, non sia stato possibile salvarla.
Saman – La verità nascosta rifiuta l’immagine semplicistica della ragazza pachistana che voleva diventare occidentale
Una delle immagini più diffuse di Saman contrappone due fotografie apparentemente inconciliabili: da una parte la ragazza vestita secondo le aspettative della famiglia, dall’altra la giovane truccata e vestita all’occidentale che sui social si faceva chiamare “Italian Girl”. È un’immagine potentissima, ma anche pericolosamente semplice, perché suggerisce che la sua storia possa essere ridotta allo scontro tra due identità perfettamente definite. Da una parte la cultura familiare pachistana, dall’altra la libertà occidentale. La docuserie prova invece a mostrare quanto Saman si trovasse in uno spazio molto più complicato, nel quale l’autodeterminazione non significava necessariamente cancellare tutto ciò che apparteneva alla sua famiglia e alle sue origini.
Dalle chat e dagli audio emerge infatti una diciottenne ancora profondamente legata ai genitori, innamorata di Saqib Ayub, spaventata e insieme determinata, capace di ribellarsi ma anche di sentirsi in colpa per quella ribellione. Gli autori hanno spiegato di aver voluto superare proprio la rappresentazione della “ragazza pachistana che voleva vivere all’occidentale”, perché il materiale raccolto restituiva piuttosto un’adolescente impegnata nella costruzione della propria identità. È una differenza fondamentale: Saman non stava necessariamente scegliendo una cultura contro un’altra, stava rivendicando il diritto di decidere autonomamente come combinare amore, famiglia, appartenenza e futuro. Il conflitto diventa così generazionale prima ancora che culturale, anche se nel suo caso quella ricerca di indipendenza si scontra con un sistema familiare disposto a esercitare sulla ragazza un controllo estremo.
Gli audio originali cambiano il true crime perché Saman smette di essere l’oggetto del racconto e torna a esserne il soggetto
La decisione più significativa di Saman – La verità nascosta è probabilmente quella di utilizzare direttamente la voce della ragazza. Nel true crime esiste sempre un problema strutturale: la persona morta è inevitabilmente quella che non può partecipare alla ricostruzione della propria storia. Parlano investigatori, giornalisti, familiari, avvocati e testimoni; vengono mostrate fotografie e ricostruiti movimenti, mentre la vittima rischia progressivamente di diventare un elemento della trama costruita intorno alla propria morte. Gli audio recuperati dal telefono di Saman modificano almeno parzialmente questo rapporto, perché permettono allo spettatore di ascoltare pensieri e paure formulati quando la ragazza non poteva sapere quale sarebbe stato il finale della propria storia.
È qui che la docuserie trova la propria identità più forte. Conosciamo già il finale e sappiamo che cosa accadrà, ma Saman negli audio continua a vivere dentro un presente nel quale pensa ancora di avere davanti delle possibilità. Ama Saqib, discute con la famiglia, prova a comprendere cosa fare e interiorizza perfino l’idea di essere lei quella “sbagliata”. Questo rende il materiale particolarmente doloroso perché sottrae la vicenda alla rassicurante distanza della cronaca conclusa. Il delitto non appare più come qualcosa che semplicemente “è successo”, ma come il punto finale di una progressione durante la quale una ragazza ha ripetutamente provato a trovare una via d’uscita.
La testimonianza di Haider trasforma la storia di Saman anche nel racconto di chi è sopravvissuto alla propria famiglia
L’altro punto di vista fondamentale è quello di Ali Haider, fratello minore di Saman e testimone decisivo del procedimento giudiziario. All’epoca aveva sedici anni e la sua testimonianza ha contribuito in maniera determinante alla ricostruzione dell’omicidio. Nella docuserie Haider racconta per la prima volta davanti alle telecamere la propria esperienza e ciò che sostiene di avere visto quella notte, ma il suo ruolo diventa interessante soprattutto perché mostra l’altra conseguenza della morte di Saman: per denunciare ciò che era accaduto alla sorella, Haider ha dovuto accusare la propria stessa famiglia.
La sua presenza impedisce così alla vicenda di terminare con le sentenze. Nell’ultimo episodio, Nel suo nome, Haider riflette infatti sul processo e sulla propria vita attuale. La perdita che racconta è doppia: prima quella della sorella e poi, inevitabilmente, quella dei genitori e dell’intero nucleo familiare dal quale proveniva. Il fratello diventa quindi la testimonianza vivente di quanto accaduto, ma anche qualcuno che deve continuare a costruire la propria identità dopo essere sopravvissuto alla distruzione della famiglia. È un elemento particolarmente importante perché allarga nuovamente lo sguardo: la violenza che uccide Saman non termina nel momento della sua morte, ma continua a produrre conseguenze nelle vite di chi rimane.
La domanda più difficile di Saman – La verità nascosta non è chi l’abbia uccisa, ma se fosse ancora possibile salvarla
Dal punto di vista giudiziario, Saman – La verità nascosta arriva quando la vicenda ha ormai ricevuto risposte molto più definite rispetto agli anni della scomparsa. Per questo la serie non ha bisogno di costruire artificialmente un mistero intorno all’identità dei responsabili. Può permettersi di spostare la domanda su un terreno molto più scomodo: Saman poteva essere salvata? Gli autori Lorenzo Avola e Carmen Vogani hanno definito la sua morte un femminicidio caratterizzato anche da una “responsabilità collettiva”, spiegando come nel percorso della ragazza fossero intervenuti forze dell’ordine, amministrazione comunale, servizi sociali e una comunità protetta, senza che quella rete riuscisse infine a impedirne la morte.
È importante non trasformare questa prospettiva in una generica attribuzione di colpa a chi aveva cercato di aiutarla. Il punto sollevato dalla serie è più complesso: Saman aveva chiesto aiuto, era stata inserita in un percorso di protezione e per un periodo aveva vissuto lontano dalla famiglia. La macchina istituzionale aveva quindi riconosciuto l’esistenza del pericolo e aveva effettivamente provato a proteggerla. Ma la ragazza tornò a casa e proprio nell’ultimo tratto quella catena di protezione non riuscì più a raggiungerla. Gli autori parlano per questo di un’“occasione persa”: non dell’assenza totale dello Stato, ma di un sistema che era arrivato molto vicino a salvarla senza riuscire a completare il percorso.
È probabilmente questa la ragione per cui Saman – La verità nascosta riesce a distinguersi da molto true crime contemporaneo. Non costruisce il proprio interesse sulla promessa di scoprire un colpevole nascosto o di riaprire artificialmente un caso attraverso teorie alternative. Il mistero evocato dal titolo riguarda piuttosto tutto ciò che il racconto mediatico aveva progressivamente lasciato sullo sfondo: chi fosse realmente Saman prima di diventare “Saman Abbas, vittima di femminicidio”. La risposta che emerge non è ordinata né facilmente trasformabile in simbolo. Era una ragazza innamorata, contraddittoria, legata alla famiglia e contemporaneamente desiderosa di sottrarsi al suo controllo, capace di chiedere aiuto ma anche di credere ancora nella possibilità di tornare a casa.
Ed è proprio qui che la docuserie trova il suo significato più doloroso. Per anni abbiamo conosciuto perfettamente gli ultimi passi di Saman perché quelle immagini di sorveglianza sono state riprodotte ovunque. La verità nascosta prova invece a mostrarci tutto ciò che esisteva prima di quei pochi secondi. Non una vittima che cammina inconsapevolmente verso il proprio destino, ma una diciottenne che stava ancora cercando di scegliere quale vita vivere. E forse il contributo più importante della serie HBO Max consiste proprio nel restituirle, almeno nel racconto, quella possibilità di essere qualcosa di più del modo in cui è morta.

