Il titolo Youth sembra quasi una provocazione. La protagonista della nuova serie HBO MAX creata, scritta e interpretata da Sharon Horgan non è giovane nel senso in cui televisione e cinema sono abituati a utilizzare questa parola: Alex ha cinquant’anni, è divorziata, lavora come agente letteraria a Londra, ha un figlio abbastanza grande da andare all’università e due genitori anziani che richiedono sempre più attenzioni. Eppure è proprio adesso che sente di dover ricominciare. Vuole innamorarsi, fare sesso, sentirsi desiderabile e soprattutto capire che cosa rimanga della sua identità quando il ruolo di moglie è finito e quello di madre sembra sul punto di cambiare. HBO ha costruito intorno a questa premessa una commedia di otto episodi, disponibile su HBO Max, che dopo il debutto del 20 settembre ha raggiunto il 96% su Rotten Tomatoes con 27 recensioni registrate al momento della rilevazione.
Ma ridurre Youth alla storia di una cinquantenne che torna a frequentare uomini dopo il divorzio significherebbe perdere il gioco più interessante costruito da Horgan. Alex e suo figlio Ruari, interpretato da Aran Murphy, si trovano infatti contemporaneamente davanti a due versioni opposte della stessa domanda: che cosa faccio adesso della mia vita? Lui dovrebbe diventare adulto proprio mentre lei scopre che diventare adulti non significa affatto smettere di sentirsi impreparati. Alex dovrebbe possedere quella stabilità emotiva che attribuiamo alla mezza età, ma continua a desiderare, sbagliare, avere paura e cercare approvazione. È qui che il titolo smette di essere ironico: la vera idea di Youth è che alcune fasi della vita assomiglino sorprendentemente ad altre, e che i cinquant’anni possano contenere la stessa vertigine che normalmente associamo ai venti.
Youth trasforma la crisi dei 50 anni di Alex in un nuovo coming of age, perché diventare adulti non significa smettere di cambiare
La prima grande intuizione della serie consiste nel rifiutare l’idea che la vita proceda attraverso una successione ordinata di conquiste definitive. Alex dovrebbe trovarsi nella fase della stabilità: ha una carriera, un figlio ormai grande e un matrimonio alle spalle. Invece si ritrova improvvisamente in una terra di mezzo. Ruari parte per l’università ma torna presto a casa, l’ex marito Lorcan decide di trasferirsi in Canada per lavoro insieme alla compagna più giovane e persino la carriera di Alex le restituisce continuamente la sensazione di dover dimostrare ancora qualcosa. Nel frattempo i suoi genitori stanno invecchiando e hanno bisogno di lei. È la condizione della cosiddetta sandwich generation, schiacciata contemporaneamente dalle responsabilità verso i figli e da quelle verso i genitori anziani, ed è stata proprio questa l’idea con cui Horgan ha inizialmente presentato la serie a HBO.
In mezzo a tutto questo, Alex vuole qualcosa che dovrebbe apparire semplicissimo: tornare a vivere per se stessa. Il sesso e le relazioni diventano quindi qualcosa di più di una componente romantica della storia. Alex vuole sapere se può essere ancora desiderata, ma soprattutto se può desiderare senza sentirsi ridicola. La serie affronta direttamente il corpo che cambia, la menopausa e la perimenopausa senza trasformarli in un problema da nascondere; arriva persino a mostrare apertamente il ritorno inatteso delle mestruazioni dopo un anno di assenza, utilizzandolo contemporaneamente come elemento fisico, comico e narrativo. È significativo perché Youth non costruisce la propria protagonista fingendo che abbia trent’anni: vuole che Alex abbia esattamente l’età che ha e che quella condizione sia il punto di partenza della storia, non l’ostacolo da superare.
Alex e Ruari sono in due momenti opposti della vita, ma Youth racconta la stessa paura di non sapere chi diventare
È nel rapporto tra Alex e Ruari che il titolo Youth assume però il significato più interessante. Il figlio dovrebbe rappresentare la giovinezza reale contrapposta a quella metaforica della madre, ma Horgan evita di costruire una separazione così semplice. Ruari è giovane, eppure non possiede affatto la sicurezza che Alex associa alla possibilità di avere ancora tutta la vita davanti. Lascia l’università, torna a casa e fatica a trovare una propria posizione mentre prova a comprendere cosa significhi diventare uomo in un contesto culturale che gli propone modelli di mascolinità spesso contraddittori. La serie affronta anche l’influenza esercitata sui ragazzi dalla cultura digitale e dalla mascolinità tossica, trasformando il disagio di Ruari in un contrappunto alla crisi della madre.
Alex reagisce al tempo cercando di riempirlo; Ruari sembra invece paralizzato dall’enorme quantità di possibilità che dovrebbe avere davanti. Lei vuole uscire, innamorarsi, fare sesso e recuperare qualcosa che teme di aver perduto; lui tende a ritirarsi. Il paradosso è che entrambi stanno attraversando un coming of age, soltanto da direzioni opposte. Ruari deve capire come diventare adulto mentre Alex deve accettare che l’età adulta non è una destinazione definitiva. Anche il loro rapporto evita l’idealizzazione: possono essere affettuosi e subito dopo incapaci di comunicare, con Ruari spesso chiuso dietro gli auricolari mentre Alex continua a parlargli. Horgan ha raccontato di aver percepito immediatamente una particolare naturalezza in Aran Murphy durante i provini e di essersi sentita quasi realmente sua madre durante le riprese; quella familiarità diventa importante perché permette alla serie di trattare il loro rapporto senza trasformarlo continuamente in un grande conflitto drammatico.
Il sesso dopo il divorzio diventa il modo con cui Youth interroga il rapporto tra desiderio, corpo e tempo
Il ritorno di Alex alla vita sentimentale permette a Youth di affrontare un’altra questione che la televisione continua spesso a trattare con una certa prudenza: il desiderio femminile dopo i cinquant’anni. Alex non vuole semplicemente trovare un compagno affidabile con cui invecchiare tranquillamente. Vuole sesso, attrazione e possibilità. Vuole sentirsi ancora dentro il gioco e, contemporaneamente, è perfettamente consapevole che il suo rapporto con il corpo e con il tempo non è più quello di vent’anni prima. La comicità nasce proprio dallo scontro tra queste due dimensioni, perché Horgan rifiuta sia l’immagine della cinquantenne ormai pacificata con tutto sia quella opposta della donna che deve disperatamente fingere di essere più giovane.
In questa dinamica entra soprattutto Patrick, interpretato da Rupert Friend, un uomo del passato di Alex con cui esiste ancora un’evidente attrazione e un rapporto emotivamente irrisolto. La loro relazione ricorda continuamente che l’età non produce automaticamente maturità sentimentale: anche due adulti possono comunicare male, mandarsi segnali contraddittori e comportarsi con la stessa insicurezza che attribuiamo normalmente alle relazioni adolescenziali. È un altro modo con cui Youth ritorna alla propria idea centrale. Possiamo accumulare esperienza, ma questo non significa diventare improvvisamente immuni dalla paura di essere respinti, dall’imbarazzo o dalla necessità di essere desiderati.
Dopo Catastrophe e Bad Sisters, Sharon Horgan continua a raccontare donne imperfette senza trasformarle in modelli da seguire
È difficile separare Youth dal percorso televisivo di Sharon Horgan. Da Pulling a Catastrophe, passando per Motherland, Divorce e Bad Sisters, una parte importante della sua scrittura è sempre ruotata intorno a personaggi femminili ai quali viene concesso qualcosa che la commedia televisiva ha storicamente concesso con maggiore facilità agli uomini: essere profondamente imperfetti senza dover chiedere scusa allo spettatore per esistere. Alex può essere egoista, ansiosa, superficiale, generosa, irresponsabile e affettuosa nell’arco della stessa giornata. Non rappresenta “le donne di cinquant’anni” e la serie non pretende di trasformarla in un manifesto. È semplicemente una donna di cinquant’anni che non ha ancora capito tutto.
Non tutte le recensioni hanno considerato questo equilibrio perfettamente riuscito. Se una parte della critica ha celebrato la capacità di Horgan di combinare umorismo e malinconia, altre letture hanno trovato Youth meno tagliente di lavori come Catastrophe o Motherland, quasi come se il passaggio a una grande produzione HBO avesse attenuato alcune asperità della sua scrittura. Anche la trama dedicata alla crisi della mascolinità di Ruari è stata giudicata interessante ma non sempre abbastanza incisiva. È una critica utile proprio perché evidenzia il rischio della serie: trasformare problemi molto contemporanei in una commedia talmente empatica da smussarne occasionalmente gli aspetti più scomodi.
Eppure il cuore di Youth rimane particolarmente chiaro. La serie non sostiene che cinquanta siano i nuovi trenta, formula consolatoria che finirebbe per confermare l’idea che essere giovani sia comunque preferibile. Dice qualcosa di più interessante: non esiste un momento preciso in cui smettiamo di diventare qualcuno. Alex deve confrontarsi con un corpo che cambia, genitori che invecchiano, un figlio che dovrebbe allontanarsi e una vita sentimentale che pensava forse di avere già definito. Ruari, dall’altra parte, possiede tutta la giovinezza che sua madre teme di perdere e non sa cosa farsene. In mezzo ci sono due persone che cercano contemporaneamente di capire quale versione di loro stesse verrà dopo. È questa contraddizione a rendere il titolo perfetto: in Youth, la giovinezza non è davvero un’età. È quel momento terribile ed eccitante in cui la vita che conoscevi finisce e non hai ancora capito quale sarà la successiva.


