Monster: La storia di Lizzie Borden, recensione – Ryan Murphy esagera e perde di vista il “mostro”

La serie è disponibile su Netflix

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Dopo Jeffrey Dahmer, i fratelli Menendez ed Ed Gein, ora la saga di Monster creata da Ryan Murphy e Ian Brennan per Netflix propone una quarta stagione antologica dedicata a Lizzie Borden. Il 4 agosto del 1892, all’età di 32 anni, la donna assassinò il padre e la matrigna a colpi di ascia a Fall River, nel Massachussets. Un crimine che sconvolse l’opinione pubblica americana, scolpendo in maniera indelebile l’immaginario collettivo del Paese.

Prima di analizzare il lavoro compiuto in Monster: La storia di Lizzie Borden bisogna partire da una precisazione in questo caso quanto mai necessaria: riproporre al pubblico la vicenda in chiave “contemporanea” non significa necessariamente problematizzare, e questa serie lo dimostra purtroppo in maniera evidente.

Monster: La storia di Lizzie Borden e il tentativo di rileggere il personaggio in chiave contemporanea

Monster: La storia di Lizzie BordenIl lavoro di aggiornamento del personaggio principale, sviluppato come una giovane donna soffocata da un ambiente familiare a dir poco tossico che decide di ribellarsi, potrà anche andare incontro ai gusti di quella parte di spettatori seriali che vuole gustare una vicenda di woman-empowerment più speziata del solito, ma di certo non offre chiavi di lettura capaci di andare in profondità nell’analizzare le psicologie e di conseguenza comprendere quanto accaduto veramente. La messa in scena dei primi due episodi, condita con una colonna sonora di canzoni rock tutte o quasi al femminile, è talmente sopra le righe da impedire un qualsiasi accostamento psicologico o anche emotivo ai personaggi presentati in scena.

La rappresentazione della “favola” nera che cementa il rapporto tra Lizzie e la governante/complice Bridget Sullivan sembra uscita fuori da una qualsiasi delle stagioni di American Horror Story, a conferma che il marchio di fabbrica di Ryan Murphy a qualunque costo un modo per esagera, per iper-esporre invece che sussurrare. La stragrande maggioranza delle sue produzioni, questa inclusa, lo confermano, giusto? Si arriva al punto che alla fine del secondo episodio – proviamo a non fare spoiler – si arriva a una sequenza che pare ideata dai Monty Python nel loro momento artistico maggiormente iconoclasta e creativo. Il che, se fosse un omaggio dichiarato a quel gruppo di geni del cattivo gusto, sarebbe magari anche intrigante, ma dubitiamo onestamente che sia voluto. In caso sbagliamo, siamo pronti a fare ammenda con i nostri lettori.

Il cast di Monster e una caratterizzazione dei personaggi sopra le righe

Monster: La storia di Lizzie Borden è talmente iperbolico che non permette neppure agli attori di costruire vere e proprie personalità: Ella Beatty come protagonista dimostra di avere qualche potenzialità ma allo stesso tempo di dover ancora lavorare molto per poter riempire figure femminili che non le offrono molto spazio d’azione. Accanto a lei Vicky Krieps arranca, non trova mai la chiave per rendere credibile una figura femminile scritta in maniera confusa invece che intrigante. Se Charlie Hunnam bofonchia per tutto il tempo senza lasciar traccia, la peggiore in scena è ahinoi una Rebecca Hall la quale non riesce a non andare costantemente sopra le righe, finendo per essere la parodia vuota del vero “villain” della storia.

Monster: La storia di Lizzie Borden tra true crime, commedia nera e woman-empowerment

Charlie Hunnam in Monster: La storia di Lizzie Borden
© Netflix

Monster: La storia di Lizzie Borden è un’operazione talmente sbagliata da risultare irritante, talmente altezzosa che ti fa venire la malcelata voglia di adoperare un minimo di moralismo nel giudicarla, lo ammettiamo non senza un minimo di imbarazzo. Perché il crimine e la tragica vicenda personale della Borden sono dovute diventare materiale per una serie che nel profondo vuole essere una commedia nera che intende allinearsi con la moda dei tempi che corrono? Mostrare che il “mostro” può essere il prodotto dell’ambiente che lo circonda, che lo ha magari cresciuto, è un discorso che meriterebbe, anzi merita senz’altro, un approfondimento molto maggiore rispetto a quello che questo show offre.

Se Lizzie Borden si è trasformata in carnefice perché in precedenza è stata vittima, ebbene questo è un punto di vista che possiamo assolutamente accettare, molto probabilmente addirittura condividere. Ma se tale tesi ci viene presentata in questo modo, allora diventa estremamente difficile abbracciarla, sfiduciati dal sospetto che si tratti di un’operazione che vuole principalmente guadagnare il consenso – in maniera fin troppo facile e superficiale –  del giovane pubblico delle piattaforme. Monster: La storia di Lizzie Borden è stato bocciato.

Monster: La storia di Lizzie Borden
1.5

Sommario

Una serie iperbolica e superficiale, incapace di approfondire davvero Lizzie Borden, appesantita da una messa in scena sopra le righe e personaggi poco incisivi.

Adriano Ercolani
Adriano Ercolani
Critico cinematografico e curatore editoriale - Nato a Roma nel 1973, è laureato in Storia e Critica del Cinema alla Sapienza. Dopo gli esordi nella produzione audiovisiva, dal 2006 lavora a Coming Soon Television sviluppando competenze anche nel giornalismo televisivo. Dal 2011 vive a New York come corrispondente di cinema per Comingsoon.it e Cinefilos.it ed è membro dei Critics Choice Awards.

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