Ecco qual è il capolavoro di John Ford che ha, ancora oggi, la più grande ripresa finale della storia del cinema Western

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Ci sono finali che chiudono una storia e altri che, invece, la riscrivono interamente a posteriori. Quello di Sentieri selvaggi (The Searchers) appartiene alla seconda categoria. John Ford non ha bisogno di spiegare cosa sarà di Ethan Edwards dopo il ritorno della nipote Debbie: gli basta inquadrarlo mentre si allontana dalla casa, lasciando che la porta si richiuda lentamente davanti a lui. È un’immagine diventata una delle più celebri della storia del western perché racchiude, in pochi secondi, la contraddizione di un uomo e quella di un intero genere cinematografico.

John Wayne interpreta Ethan come una figura apparentemente appartenente al western tradizionale: è un uomo della Frontiera, armato, solitario, abituato alla violenza e incapace di adattarsi alla vita ordinata della comunità. Ma Ford trasforma progressivamente queste caratteristiche in qualcosa di molto più inquietante. Ethan non è semplicemente l’eroe che attraversa il deserto per salvare una ragazza: è anche un uomo dominato dal razzismo e dall’odio, talmente profondo da arrivare a considerare la morte di Debbie preferibile alla sua integrazione nella comunità Comanche. Il fatto che alla fine scelga di salvarla non cancella ciò che è stato. Ed è proprio per questo che, quando la porta si chiude, Ethan non può entrare.

Il finale di Sentieri selvaggi trasforma la porta in una linea di confine

Sentieri selvaggi filmLa scena conclusiva di Sentieri selvaggi è costruita con una semplicità quasi disarmante. Debbie è finalmente tornata dalla sua famiglia. Gli altri personaggi entrano nella casa e la vita della comunità può, almeno apparentemente, ricominciare. Ethan rimane invece all’esterno. Per un istante osserva gli altri, poi si volta e si allontana mentre la porta si chiude alle sue spalle.

È importante notare che Ford non mostra Ethan semplicemente mentre parte. Lo colloca dall’altra parte di una soglia. La casa rappresenta lo spazio della famiglia, della comunità, della civiltà che si sta costruendo; l’esterno rappresenta invece quella Frontiera dalla quale Ethan proviene e alla quale appartiene ancora. La porta diventa dunque molto più di un elemento scenografico: è il confine tra due Americhe.

Ethan ha passato l’intero film a cercare Debbie attraverso un territorio che sembra non avere confini. Ha attraversato deserti, canyon e territori selvaggi inseguendo una ragazza che, nella sua mente, rischiava di essere definitivamente perduta. Ma quando finalmente la ritrova, scopre che il vero luogo dal quale è escluso è quello che avrebbe dovuto essere casa sua.

La straordinaria ambiguità della scena nasce proprio da questo paradosso. Ethan compie alla fine un gesto moralmente positivo: salva Debbie invece di ucciderla. Ma Ford non trasforma quel gesto in una redenzione. Non gli concede il premio tradizionalmente riservato all’eroe western: il ritorno a casa, l’accettazione della comunità, la possibilità di costruire un futuro. Ethan può salvare Debbie, ma non può salvare se stesso.

John Wayne interpreta qui un eroe che il western classico avrebbe trasformato in un mito

La forza di Sentieri selvaggi aumenta ulteriormente se si considera chi interpreta Ethan Edwards. John Wayne era uno dei principali volti del western americano e aveva costruito una parte fondamentale della propria immagine cinematografica intorno alla figura dell’uomo forte, giusto, affidabile e capace di imporsi in un mondo violento.

Ethan sembra inizialmente appartenere a quella stessa tradizione. Ma Ford prende l’icona John Wayne e la mette nella condizione di essere osservata criticamente. Non gli permette di essere semplicemente “il buono”. Il suo personaggio è violento, ossessionato dalla vendetta e profondamente razzista. La sua missione nasce da un impulso che può essere compreso, ma che non viene per questo giustificato.

È questa una delle ragioni per cui il film è così importante nella carriera di Wayne. L’attore non rinuncia alla propria fisicità da eroe della Frontiera, ma la trasforma in una presenza ambigua. La sua imponenza, che in altri western avrebbe rappresentato sicurezza, qui diventa quasi una condanna. Ethan è forte, resistente, capace di sopravvivere dove gli altri falliscono. Ma proprio queste qualità gli impediscono di appartenere al mondo che sta nascendo.

Il personaggio diventa così una sorta di fantasma vivente del western classico. È l’uomo che il genere aveva celebrato per decenni, ma osservato nel momento in cui quella stessa figura non può più essere accettata senza interrogarsi sulle conseguenze della sua violenza.

Sentieri selvaggiLa vera ricerca di Ethan non è Debbie: è un posto nel mondo

Il titolo originale, The Searchers, contiene un significato particolarmente interessante. Ethan e Martin Pawley sono letteralmente dei “cercatori”: attraversano il West alla ricerca di Debbie e Lucy. Ma il film suggerisce progressivamente che la ricerca più importante riguarda la possibilità di tornare a casa.

Ethan parte dalla famiglia e finisce per perderla nuovamente. La sua ossessione per Debbie nasce dalla violenza subita dalla comunità, ma si trasforma progressivamente in qualcosa di personale e autodistruttivo. Più si avvicina alla ragazza, più diventa evidente che il suo obiettivo non è semplicemente riportarla a casa. Ethan vuole decidere che cosa significhi appartenere a quella casa.

Per lui Debbie non può essere contemporaneamente una ragazza bianca e una persona cresciuta tra i Comanche. La sua identità deve essere ricondotta a una sola appartenenza. È qui che il personaggio rivela la propria tragedia: Ethan non riesce ad accettare un mondo nel quale i confini culturali e identitari siano più complessi di quelli in cui crede.

Debbie, invece, rappresenta esattamente quella trasformazione. È il prodotto di un’America in cui culture diverse sono entrate inevitabilmente in contatto, spesso nel modo più brutale possibile. Ethan vorrebbe cancellare questa complessità; Ford gli mostra che non è possibile. Per questo il ritorno di Debbie non coincide con il ritorno di Ethan. Lei può rientrare nella casa. Lui no.

La porta che si chiude segna anche la fine del mito della Frontiera

È qui che il finale assume una dimensione più ampia. La porta non separa soltanto Ethan dalla famiglia: separa il vecchio West dall’America che sta arrivando.

Il western classico aveva spesso raccontato la Frontiera come uno spazio nel quale l’individuo poteva costruire la propria identità attraverso il coraggio, la pistola e la capacità di sopravvivere. Ford conosce perfettamente quel linguaggio e lo utilizza per poi metterlo in discussione. Il problema non è che Ethan sia violento in un mondo violento. Il problema è che quel mondo sta finendo.

La comunità rappresentata dalla casa non ha più bisogno di un uomo come Ethan. La civiltà che si costruisce dietro quella porta richiede altre regole, altri rapporti, un’altra idea di appartenenza. Ethan è stato necessario alla sopravvivenza di quel mondo, ma non può farne parte una volta che quel mondo ha iniziato a trasformarsi.

È una delle intuizioni più moderne di Sentieri selvaggi: il film non racconta soltanto la fine di una ricerca, ma la fine di un’identità americana. E qui il gesto finale di Ford diventa quasi spietato. Non c’è una morte eroica. Non c’è un ultimo duello. Non c’è nemmeno una punizione esplicita. Ethan semplicemente cammina via. La storia lo lascia andare perché non sa più dove collocarlo.

Sentieri selvaggi filmPerché quel finale rende Sentieri selvaggi un capolavoro del western

La grandezza del finale di Sentieri selvaggi sta quindi nel fatto che non offre una soluzione semplice. Ethan ha fatto cose terribili, ma non è semplicemente un mostro. Ha salvato Debbie, ma non è diventato un uomo nuovo. È capace di amore e di violenza, di protezione e di odio. È contemporaneamente vittima e responsabile della violenza che lo circonda. Ed è proprio questa contraddizione ad aver cambiato il western.

Dopo Ford, sarebbe diventato sempre più difficile raccontare la Frontiera come uno spazio diviso nettamente tra buoni e cattivi. Il genere avrebbe iniziato a interrogarsi sul prezzo della conquista, sulla violenza contro i nativi americani, sull’ossessione della vendetta e sulla natura spesso distruttiva degli uomini che il cinema aveva trasformato in eroi.

La porta che si chiude su Ethan è allora anche una porta cinematografica. Da una parte c’è il western mitologico, quello dell’eroe solitario che arriva, combatte e viene accolto dalla comunità. Dall’altra c’è il western moderno, più ambiguo e disilluso, nel quale l’eroe può essere anche il prodotto della violenza che il film vuole mettere in discussione.

Ethan Edwards rimane fuori perché non può appartenere al futuro che ha contribuito a costruire. È il prezzo della sua esistenza e, allo stesso tempo, la condanna di un intero mito americano.

È per questo che l’ultima immagine di Sentieri selvaggi continua a essere così potente. John Ford non chiude soltanto una porta: chiude simbolicamente un’epoca. E John Wayne, l’attore che più di ogni altro aveva incarnato l’eroe del West, è l’uomo che rimane dall’altra parte.

Chiara Guida
Chiara Guida
Laureata in Storia e Critica del Cinema alla Sapienza di Roma, è una gionalista e si occupa di critica cinematografica. Co-fondatrice e Direttore Responsabile di Cinefilos.it dal 2010. Dal 2017, data di pubblicazione del suo primo libro, è autrice di saggi critici sul cinema, attività che coniuga al lavoro al giornale.
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