Hunger Games: Il canto della rivolta – Parte 1 aveva capito con dieci anni di anticipo come si combattono le guerre con la propaganda

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Quando Hunger Games: Il canto della rivolta – Parte 1 arrivò al cinema nel 2014, una delle critiche più frequenti riguardava proprio ciò che lo rende oggi uno dei capitoli più interessanti della saga: Katniss combatteva molto meno e passava molto più tempo davanti a una telecamera. Non c’erano più gli Hunger Games, l’arena era scomparsa e persino la rivoluzione sembrava trasformarsi continuamente in una produzione audiovisiva. Dodici anni dopo, è proprio questa scelta a rendere il film sorprendentemente attuale.

Il terzo capitolo della saga diretta da Francis Lawrence racconta infatti una guerra combattuta contemporaneamente sul territorio e sugli schermi. Capitol e il Distretto 13 non devono semplicemente sconfiggersi: devono controllare il racconto della guerra, scegliere quali immagini mostrare, costruire simboli e convincere la popolazione che la propria versione della realtà sia quella autentica. Suzanne Collins aveva indicato esplicitamente questo tema parlando della saga: Mockingjay riguarda «la guerra della propaganda», ma anche il dubbio su ciò che vediamo attraverso uno schermo, su quanto un’immagine possa essere manipolata e su quanto possiamo essere ingannati.

Rivedere oggi Il canto della rivolta – Parte 1 significa quindi scoprire che dietro il blockbuster YA si nascondeva qualcosa di molto vicino a una riflessione sulla guerra dell’informazione.

Katniss non deve vincere la guerra: deve diventare l’immagine della rivoluzione

Dopo essere stata salvata dall’arena alla fine de La ragazza di fuoco, Katniss Everdeen (Jennifer Lawrence) arriva nel Distretto 13 convinta di essere entrata finalmente nella Resistenza. Scopre invece molto rapidamente di essere ancora dentro uno spettacolo.

La presidente Alma Coin (Julianne Moore) e Plutarch Heavensbee (Philip Seymour Hoffman) hanno bisogno della Ghiandaia Imitatrice, non necessariamente di Katniss. Vogliono trasformarla nel volto capace di unificare i Distretti e per farlo costruiscono i cosiddetti “propo”, video propagandistici destinati alla popolazione di Panem. Plutarch diventa di fatto il responsabile della comunicazione della rivoluzione: studia Katniss, costruisce il messaggio e cerca l’immagine capace di mobilitare il pubblico. La critica dell’epoca aveva già notato l’ironia: la ragazza che Capitol aveva trasformato in una star televisiva viene semplicemente riconfezionata dai ribelli come icona rivoluzionaria.

Julianne Moore in Hunger Games- Il canto della rivolta - Parte 1 (2014)
Foto di Murray Close – © 2014 – Lionsgate

Il primo tentativo fallisce proprio perché appare falso. Katniss viene messa davanti a un fondale, vestita da combattente e invitata a recitare delle frasi. Non funziona: la propaganda è troppo evidentemente propaganda.

Haymitch (Woody Harrelson) comprende allora che i momenti nei quali Katniss ha conquistato davvero le persone sono quelli nei quali nessuno le aveva detto cosa fare. Da qui nasce l’idea di mandarla sul campo accompagnata da una troupe. La rivoluzione ha bisogno di autenticità, ma quell’autenticità deve comunque essere filmata, montata e distribuita.

È uno dei paradossi più intelligenti del film: persino ciò che appare spontaneo può diventare materiale di comunicazione.

Capitol e il Distretto 13 combattono la stessa guerra attraverso immagini diverse

Philip Seymour Hoffman è Plutarch Eversbeen nella saga di Hunger Games

Snow utilizza Peeta esattamente come Coin utilizza Katniss. Capitol lo veste, lo illumina, lo mette davanti alle telecamere e trasforma il ragazzo nel volto rassicurante della propria narrazione. Peeta deve convincere Panem che la ribellione porterà soltanto morte e caos; Katniss deve convincere gli stessi spettatori che ribellarsi è l’unica possibilità.

I due innamorati diventano così armi mediatiche schierate sui lati opposti dello stesso conflitto.

È importante perché Il canto della rivolta evita progressivamente una distinzione troppo comoda tra un regime che manipola l’informazione e una Resistenza completamente estranea a quelle dinamiche. Snow e Coin non sono equivalenti, ma entrambi comprendono che il potere passa anche dalla capacità di controllare ciò che la popolazione vede. Già nel 2014 la critica sottolineava come il film mettesse in parallelo i due schieramenti nella loro battaglia per conquistare le onde televisive.

La guerra diventa così anche una battaglia di montaggio. Un ospedale bombardato non rappresenta soltanto una tragedia: diventa un’immagine da diffondere. La rabbia autentica di Katniss può essere trasformata in uno slogan. Persino “If we burn, you burn with us” funziona contemporaneamente come esplosione emotiva del personaggio e perfetto messaggio propagandistico.

La domanda diventa inevitabile: quando guardiamo la guerra attraverso uno schermo, stiamo assistendo all’evento oppure alla versione dell’evento che qualcuno ha scelto di mostrarci?

La vera intuizione di Hunger Games è aver capito che l’autenticità può diventare propaganda

Woody Harrelson è Haymitch Abernathy nella saga di Hunger Games

È qui che il film appare particolarmente moderno. Il canto della rivolta – Parte 1 non sostiene semplicemente che la propaganda sia fatta di bugie. Mostra qualcosa di più sottile: la propaganda più efficace può utilizzare immagini vere.

Katniss deve vedere personalmente le macerie del Distretto 12. Deve incontrare i feriti. Deve assistere alla distruzione provocata da Capitol. La sua reazione non è costruita: dolore e rabbia sono reali. Ma intorno a lei c’è una troupe che registra quelle emozioni affinché possano essere trasformate in un messaggio politico.

Non è casuale che l’origine stessa di Hunger Games si trovi nell’incontro tra guerra e televisione. Collins ha raccontato di aver avuto l’idea passando con il telecomando dalle immagini di un reality show a quelle della guerra in Iraq, fino a vedere le due esperienze fondersi in maniera inquietante. La sua esperienza personale era inoltre segnata dal padre, ufficiale dell’Air Force che aveva combattuto in Vietnam, e dalle immagini televisive del conflitto viste durante l’infanzia.

Il cuore della saga non è quindi soltanto la dittatura. È il modo in cui la violenza viene trasformata in immagine e l’immagine in strumento di potere.

E il film arriva persino a rivolgere questa critica contro sé stesso: i video propagandistici della ribellione utilizzano un’estetica molto simile a quella impiegata realmente per promuovere Hunger Games. Collins era perfettamente consapevole del cortocircuito e spiegò che proprio quel dualismo faceva parte del significato della storia.

Dodici anni dopo, Il canto della rivolta è forse il capitolo più politico di Hunger Games

Liam Hemsworth in Hunger Games- Il canto della rivolta - Parte 1 (2014)
Foto di Murray Close – © 2014 – Lionsgate

Nel 2014 l’assenza dell’arena poteva sembrare una perdita. Oggi permette invece di vedere chiaramente ciò che la saga stava raccontando fin dall’inizio.

Gli Hunger Games erano già televisione politica: Capitol trasformava l’uccisione di ragazzi in intrattenimento, costruiva personaggi, montava narrazioni e utilizzava lo spettacolo per ricordare ai Distretti chi detenesse il potere. Con Il canto della rivolta, Suzanne Collins compie semplicemente il passo successivo: quando comincia una guerra vera, le tecniche dello spettacolo non scompaiono. Vengono messe al servizio della guerra.

Per questo Katniss continua a essere prigioniera di una macchina mediatica anche dopo essere uscita dall’arena. Prima doveva interpretare la ragazza innamorata per conquistare il pubblico di Capitol; ora deve interpretare la Ghiandaia Imitatrice per mobilitare i ribelli.

Ed è probabilmente questa l’intuizione che rende il film ancora così contemporaneo: una guerra non viene combattuta soltanto da chi possiede più armi, ma anche da chi riesce a produrre l’immagine più convincente della guerra stessa.

Non sorprende che alcuni simboli della saga siano poi usciti dallo schermo. Nel 2014 manifestanti antigovernativi in Thailandia adottarono realmente il saluto con le tre dita di Hunger Games, al punto che le autorità intervennero contro il suo utilizzo. Francis Lawrence avrebbe poi ricordato quanto fosse straniante vedere la realtà iniziare a rispecchiare le immagini create per i film.

È forse la dimostrazione definitiva della tesi di Il canto della rivolta: le immagini possono raccontare il potere, combatterlo e, qualche volta, diventare esse stesse una forma di potere.

Redazione
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