Il finale di Re Granchio chiarisce che il viaggio di Luciano verso la Terra del Fuoco non è mai stato soltanto una ricerca dell’oro. Alessio Rigo de Righi e Matteo Zoppis costruiscono la seconda metà del film come un’avventura apparentemente classica: c’è una mappa, un tesoro nascosto, un gruppo di uomini disposti a tutto pur di raggiungerlo e persino un misterioso granchio rosso utilizzato come bussola. Ma più Luciano si avvicina alla destinazione, più l’obiettivo materiale perde importanza. Quello che sta cercando dall’altra parte del mondo ha infatti a che fare soprattutto con ciò che ha lasciato nella Tuscia: Emma, la propria casa e una vita che non può più recuperare.
È proprio per questo che l’ultima scena, con Luciano ed Emma nuovamente insieme nell’acqua, non va necessariamente interpretata in maniera letterale. Re Granchio nasce come una leggenda raccontata oralmente e conserva fino alla conclusione l’ambiguità di una storia che potrebbe essere stata modificata decine di volte prima di arrivare a noi. Il granchio, il tesoro e il ritorno di Emma diventano così parti dello stesso discorso: Luciano non può cambiare il proprio passato, ma il racconto può offrirgli simbolicamente quella redenzione che la realtà gli ha negato.
Il finale di Re Granchio porta Luciano al tesoro, ma il viaggio nella Terra del Fuoco nasconde una ricerca molto più personale
La seconda parte di Re Granchio ritrova Luciano dall’altra parte dell’Atlantico dopo la tragedia che ha provocato la morte di Emma. L’uomo è fuggito dalla Tuscia e ha assunto l’identità di un sacerdote, quasi che cambiare continente, abiti e nome potesse permettergli di liberarsi anche della persona che era stato. In Terra del Fuoco viene però coinvolto nella ricerca di un tesoro nascosto e si unisce a un gruppo di uomini attratti dalla possibilità di impossessarsi dell’oro. Per Luciano quella ricchezza possiede inizialmente anche un’altra funzione: potrebbe permettergli di tornare in Italia. È una differenza decisiva, perché mentre gli altri cercano qualcosa da conquistare, lui cerca soprattutto qualcosa che possa consentirgli di tornare indietro.
La spedizione si trasforma progressivamente in un western spoglio e quasi allucinato. L’avidità genera diffidenza, la violenza elimina uno dopo l’altro i cercatori e Luciano continua ad avanzare seguendo il granchio rosso custodito in un secchio, convinto che l’animale possa indicare la posizione del tesoro. Quando anche il granchio muore e Luciano rimane ferito, la logica dell’avventura sembra ormai essersi dissolta. Eppure l’uomo continua il cammino fino a raggiungere una laguna circondata dalle montagne, dove scopre numerosi altri granchi. È qui che il film permette di rileggere tutto ciò che abbiamo appena visto: il granchio potrebbe non aver mai cercato l’oro. Stava semplicemente cercando di tornare nel luogo dal quale proveniva. E Luciano, senza comprenderlo, lo stava seguendo verso una destinazione che raccontava anche la sua stessa condizione.
Il significato del granchio e del tesoro racconta il desiderio impossibile di Luciano di ritrovare Emma e tornare a casa
Il granchio diventa così il simbolo centrale del film proprio perché la sua motivazione è molto più elementare di quella attribuitagli dagli uomini. I cercatori vedono nell’animale uno strumento capace di condurli alla ricchezza; il granchio segue invece un istinto: ritornare a casa. È la stessa traiettoria che Luciano non riesce più a percorrere. Anche lui è stato strappato al luogo al quale apparteneva, ma nel suo caso il ritorno geografico non potrebbe cancellare quello che è successo. La Tuscia esiste ancora, mentre la vita che aveva immaginato insieme a Emma non esiste più. Per questo l’oro finisce progressivamente per diventare secondario: ciò che Luciano ha perduto non può essere comprato.
L’apparizione finale di Emma nell’acqua completa questa interpretazione senza trasformarla in una spiegazione univoca. Potremmo trovarci davanti a un ricordo, a una visione di Luciano ferito, a una riconciliazione immaginaria con il passato o semplicemente all’immagine con cui la leggenda decide di concludere la sua storia. Quello che conta è che il tesoro e il ritorno a casa finiscono per coincidere. Luciano attraversa il mondo inseguendo qualcosa di materiale e arriva invece davanti all’immagine di ciò che desiderava davvero. Emma rappresenta l’amore perduto, ma anche la possibilità di essere ancora l’uomo che era prima della tragedia. Il vero tesoro di Re Granchio non è quindi semplicemente Emma: è quella vita precedente che Luciano non potrà mai più possedere se non attraverso il ricordo, il desiderio o il racconto.
Re Granchio trasforma una leggenda della Tuscia in un western dove non possiamo più distinguere la verità dal racconto
Questa ambiguità acquista ancora più significato considerando l’origine del film. Rigo de Righi e Zoppis hanno costruito Re Granchio partendo da una storia orale ascoltata tra i cacciatori di Vejano, nella Tuscia. Durante le loro ricerche trovarono anche la traccia di un uomo con lo stesso nome arrivato in Argentina alla fine dell’Ottocento, ma le informazioni disponibili non erano sufficienti per ricostruirne davvero la vita. La seconda parte del racconto poteva quindi nascere soltanto riempiendo quei vuoti attraverso l’immaginazione. Il film non cerca di nasconderlo: comincia proprio con alcuni anziani che discutono intorno a un tavolo e ricordano versioni differenti della storia di Luciano. Prima ancora che il protagonista appaia, sappiamo dunque che quello che vedremo non appartiene completamente alla storia né completamente alla finzione.
Da qui deriva anche il sorprendente cambio di genere tra le due metà del film. La Tuscia viene raccontata attraverso un realismo ruvido e quasi antropologico; attraversato l’oceano, Luciano entra invece progressivamente dentro un western mitologico, fatto di cercatori d’oro, paesaggi estremi e figure che sembrano appartenere a un racconto tramandato davanti al fuoco. Non è soltanto un cambiamento estetico: è il modo attraverso cui Re Granchio mostra la trasformazione di un uomo realmente esistito — o forse esistito — in personaggio. Più Luciano si allontana dalla propria terra, meno possiamo verificare ciò che gli accade e più la leggenda diventa libera di appropriarsi della sua storia.
L’ultima scena con Emma spiega perché il finale di Re Granchio non ha bisogno di dirci cosa sia realmente accaduto a Luciano
Chiedersi se Luciano ritrovi davvero Emma significherebbe allora applicare al film una logica che Re Granchio rifiuta fin dall’inizio. Il racconto degli anziani non stabilisce una versione definitiva degli eventi e gli stessi registi hanno lasciato convivere diverse possibilità nella ricerca del protagonista. Luciano può essere mosso dal desiderio di redenzione, dalla curiosità, dalla volontà di tornare a casa e persino dall’attrazione per l’oro: nessuna interpretazione cancella completamente le altre. Il finale porta questa incertezza fino alle sue conseguenze più radicali, facendo coincidere realtà, memoria e leggenda.
Ed è probabilmente qui che si trova la risposta più interessante alla domanda sul vero tesoro di Luciano. L’uomo non può riportare indietro Emma e non può tornare realmente alla vita precedente alla sua morte. Può però essere riportato da lei attraverso la storia che qualcuno continuerà a raccontare. Come il granchio raggiunge infine il luogo della propria origine, anche Luciano riesce simbolicamente a tornare a casa, ma può farlo soltanto nel territorio della leggenda. L’ultima immagine non cancella quindi la tragedia: le concede un’altra conclusione. L’uomo è destinato a scomparire, mentre il racconto può ancora ricongiungerlo a ciò che aveva perduto.
È per questo che Re Granchio termina esattamente dove la sua natura diventa più evidente. Luciano non trova semplicemente un tesoro: diventa lui stesso una storia da tramandare. E forse è proprio questa la forma di immortalità che il film gli concede.


