Chi è davvero l’Estranea interpretata da Valeria Bruni Tedeschi? È il diavolo, una presenza soprannaturale oppure qualcosa di ancora più vicino ad Anna e alla famiglia Colonna? È una delle domande che rimangono dopo la visione di L’Estranea, il film di Paolo Strippoli con Jasmine Trinca, Romana Maggiora Vergano e Adriano Giannini, scelto dall’Italia per la corsa agli Oscar. Eppure cercare una risposta soltanto nella natura della misteriosa donna rischia di portare fuori strada. L’Estranea conta soprattutto per ciò che offre ad Anna: la possibilità di scegliere quando la vita, improvvisamente, le ricorda che non tutto può essere controllato.
È qui che il thriller psicologico e le derive horror del film incontrano la tragedia familiare. Anna ha costruito intorno ai figli un’idea di felicità e perfezione che non contempla l’imprevisto. Quando Alice rischia di perdere una gamba dopo un grave incidente, l’Estranea le propone qualcosa di apparentemente impossibile: sottrarre la figlia alle conseguenze del caso, accettando però che quel male ricada altrove. Una vita dentro un’altra vita. Da quel momento L’Estranea non racconta tanto una maledizione quanto una successione di scelte, perché il vero orrore nasce dal fatto che Anna può sempre scegliere — e continua a farlo.
Chi è davvero l’Estranea e quali sono le regole del patto che lega la donna alla famiglia Colonna
L’Estranea entra nella storia nel momento di massima impotenza di Anna. Alice è in ospedale e rischia l’amputazione della gamba quando sua madre, scesa nella cappella nel tentativo disperato di pregare, incontra la donna interpretata da Valeria Bruni Tedeschi. È una figura che appartiene apertamente alla tradizione del patto faustiano: offre ad Anna ciò che la realtà non può garantirle, ma pretende che ogni beneficio abbia un prezzo. Alice può essere salvata, ma la salvezza non elimina il male. Lo trasferisce.
È un dettaglio fondamentale perché modifica la natura stessa dell’Estranea. La donna non costringe Anna e non la inganna nel senso tradizionale del termine: le restituisce la possibilità di decidere. È esattamente ciò che Strippoli ha indicato come il centro del film. Anna non riesce ad accettare la casualità dell’esistenza e il patto le consegna l’illusione di poterla governare. Il primo accordo potrebbe ancora essere interpretato come il gesto disperato di una madre davanti alla sofferenza della figlia; ciò che accade successivamente rende però sempre più difficile assolverla. Una volta scoperto che esiste un meccanismo capace di spostare le conseguenze delle tragedie, Anna continua a utilizzarlo. L’Estranea diventa così meno importante come creatura soprannaturale e sempre più importante come possibilità morale.
L’Estranea non è il vero mostro del film: il patto rende visibile il desiderio di Anna di controllare il destino
Definire l’Estranea semplicemente come il diavolo funziona sul piano narrativo, ma non basta a spiegare ciò che Strippoli costruisce intorno al personaggio. La figura di Valeria Bruni Tedeschi è diabolica proprio perché non deve compiere personalmente il male: crea le condizioni affinché sia Anna a farlo. L’orrore, quindi, non arriva dall’esterno della famiglia Colonna. Trova all’interno della famiglia qualcosa che era già presente: la convinzione che proteggere chi amiamo possa autorizzarci a decidere chi debba pagarne il prezzo.
La maternità diventa così il punto più ambiguo del film. Anna agisce continuamente in nome dell’amore, ma progressivamente trasforma i figli in qualcosa che deve poter governare. Alice non deve soltanto sopravvivere: deve conservare il futuro che sua madre aveva immaginato per lei. La paura della perdita si mescola al desiderio di perfezione, fino a rendere quasi indistinguibili protezione e possesso. Non è casuale che Jasmine Trinca abbia descritto Anna come una possibilità per scardinare l’immagine della madre perfetta. L’Estranea porta quell’idea alle estreme conseguenze: se ogni scelta viene giustificata dicendo “l’ho fatto per te”, quando smette di essere amore e diventa violenza?
In questo senso il titolo assume anche un significato più sottile. L’Estranea sembra inizialmente essere soltanto la donna che arriva da fuori, la presenza sconosciuta che introduce il male nella vita dei Colonna. Ma più la storia procede, più diventa difficile stabilire dove finisca quella figura e dove comincino le persone che accettano la sua logica. Strippoli stesso ha suggerito che ognuno conosce una propria “estranea”: non necessariamente una creatura soprannaturale, ma qualcuno — o qualcosa dentro di noi — capace di rendere accettabile una scelta che fino a un momento prima avremmo considerato impensabile.
Perché la spirale è il simbolo fondamentale di L’Estranea e cosa racconta sulla famiglia Colonna
Per comprendere davvero L’Estranea bisogna allora guardare alla spirale, che Strippoli ha definito esplicitamente la geometria del film. Non è soltanto un’immagine ricorrente, ma la forma stessa assunta dal racconto. Anna pensa ogni volta di poter intervenire sul destino e correggere ciò che è accaduto; ogni scelta, invece, la riporta verso il punto dal quale stava tentando di fuggire. Il movimento sembra procedere in avanti, ma contemporaneamente stringe sempre di più intorno alla famiglia.
Anche la struttura temporale segue questo principio. Nel presente Anna raggiunge Alice nel suo appartamento romano durante una tempesta e comincia finalmente a raccontarle la verità; il passato ci riporta invece alla Bari del 1999 e alla famiglia Colonna quando sembra ancora invincibile. Più la confessione procede, più quella fotografia iniziale di benessere viene smontata. La famiglia perfetta non è stata semplicemente distrutta da una forza esterna: ha costruito progressivamente la propria rovina tentando di impedirla. Per questo Strippoli considera il film soprattutto una tragedia. Come nella tragedia classica, lo spettatore conosce la direzione verso cui i personaggi stanno andando e assiste alla loro incapacità di sottrarsi alle conseguenze delle proprie decisioni.
La spirale rappresenta quindi il paradosso di Anna: più tenta di controllare il futuro, meno controllo possiede. Ogni intervento genera una nuova conseguenza, ogni soluzione richiede un altro compromesso e ogni compromesso restringe ulteriormente lo spazio nel quale può muoversi. Il patto non sconfigge il caso: trasforma l’illusione di poterlo sconfiggere in una condanna.
Il significato di L’Estranea è tutto nella domanda più crudele del film: quanto male possiamo fare per amore?
Strippoli ha indicato una domanda come origine dell’intero progetto: quanto male possiamo compiere scambiandolo per amore? È probabilmente anche la chiave più efficace per interpretare l’Estranea. La donna di Valeria Bruni Tedeschi può essere letta come il diavolo, come una materializzazione del destino o come la personificazione della tentazione di controllarlo, ma nessuna di queste interpretazioni cambia la responsabilità di Anna. Il soprannaturale rende possibile il patto; è un essere umano a decidere di accettarlo.
Ed è qui che L’Estranea si allontana dall’horror più tradizionale. Il terrore non consiste semplicemente nella possibilità che esista una creatura capace di scambiare una vita con un’altra. Consiste nel riconoscere quanto rapidamente una persona potrebbe convincersi che quello scambio sia giustificabile se dall’altra parte della bilancia ci fosse qualcuno che ama. Il meccanismo diventa ancora più inquietante perché le conseguenze possono colpire persone lontane, sconosciute, estranee: vite abbastanza distanti da diventare astratte e quindi sacrificabili.
L’Estranea offre ad Anna proprio questa distanza morale. Non le promette un mondo senza dolore, ma un mondo nel quale il dolore può essere assegnato a qualcun altro. Anna confonde progressivamente questa possibilità con il potere di proteggere la propria famiglia, senza capire che proprio il tentativo di salvarla a ogni costo sta distruggendo ciò che vorrebbe preservare.
Per questo il personaggio di Valeria Bruni Tedeschi può essere considerato meno il mostro di L’Estranea che il suo specchio. Compare quando qualcuno vuole credere che esista una scorciatoia capace di sottrarci alla perdita, al fallimento e alla morte. Ma non è lei a cancellare la responsabilità delle decisioni. Al contrario, costringe i personaggi — e lo spettatore — a guardarla.
Alla fine, quindi, la domanda “chi è l’Estranea?” potrebbe essere quella sbagliata. La domanda che interessa davvero al film è chi diventiamo noi quando qualcuno ci offre la possibilità di decidere chi deve soffrire al posto delle persone che amiamo. Ed è proprio per questo che l’Estranea può apparire come qualcosa di soprannaturale e, contemporaneamente, terribilmente familiare.





