The Silencing – Senza voce è tratto da una storia vera? Ecco quanto è realistico il film

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The Silencing – Senza voce, diretto da Robin Pront e interpretato da Nikolaj Coster-Waldau e Annabelle Wallis, è un thriller ambientato nella provincia americana che costruisce la propria tensione intorno a una scomparsa e a una serie di omicidi. Al centro della storia c’è Rayburn Swanson, un uomo che vive ai margini della comunità dopo aver trascorso anni a combattere contro l’alcolismo e il senso di colpa per la scomparsa della figlia. Quando una giovane donna viene uccisa, Rayburn comincia a sospettare che il responsabile possa essere lo stesso individuo che anni prima ha portato via sua figlia. Insieme alla sceriffa Alice Gustafson, cerca così di arrivare alla verità in un ambiente dove ogni persona sembra avere qualcosa da nascondere.

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Proprio la natura della vicenda può far pensare a un caso di cronaca realmente accaduto. The Silencing – Senza voce, però, non è tratto da una storia vera e non racconta la vicenda di un particolare serial killer o di una specifica indagine. La sceneggiatura di Micah Ranum è infatti un’opera originale, costruita intorno a personaggi e avvenimenti immaginari. Ciò non significa che tutto quello che il film racconta sia privo di riferimenti alla realtà: la caccia a giovani donne, l’ambientazione isolata, le difficoltà investigative e soprattutto il comportamento del suo assassino ricordano dinamiche realmente documentate. La differenza fondamentale è quindi tra una storia basata su un caso reale e una storia di finzione che utilizza paure e meccanismi del crimine reale per risultare credibile.

Quanto è realistico il serial killer di The Silencing e cosa c’è di vero nella caccia alle vittime ambientata nei boschi del Minnesota?

L’elemento più inquietante di The Silencing – Senza voce è probabilmente proprio quello che può aver fatto pensare a una storia vera: l’assassino prende di mira giovani donne e le trasforma in prede all’interno di un territorio boschivo, sfruttando l’isolamento dell’ambiente. È una dinamica cinematografica, ma non appartiene esclusivamente alla fantasia. La storia criminale americana conosce infatti diversi casi di serial killer che hanno utilizzato aree isolate per attirare, aggredire o nascondere le proprie vittime. Uno dei parallelismi più evidenti è quello con Robert Hansen, criminale dell’Alaska conosciuto come il “Butcher Baker”, responsabile dell’uccisione di numerose donne tra gli anni Settanta e Ottanta.

Hansen aveva una caratteristica che rende il confronto particolarmente significativo: portava alcune delle sue vittime nella natura selvaggia dell’Alaska e le sottoponeva a una sorta di caccia. Il paragone con il film, tuttavia, deve essere maneggiato con cautela. Non esiste una conferma da parte degli autori secondo cui Micah Ranum avrebbe scritto la sceneggiatura prendendo direttamente Hansen come modello, e non è quindi corretto definire The Silencing – Senza voce una trasposizione, anche libera, del suo caso. La vicenda di Hansen dimostra piuttosto che il meccanismo criminale rappresentato nel film, per quanto estremo, appartiene al campo delle possibilità reali.

È proprio questa distinzione a rendere il film più interessante dal punto di vista del realismo. Rayburn non è un detective infallibile che dispone immediatamente di tutte le informazioni necessarie: è un uomo profondamente compromesso dal proprio passato, che cerca nella caccia all’assassino una possibilità di confrontarsi con ciò che gli è stato sottratto. La sua ossessione per la scomparsa della figlia influenza il modo in cui interpreta gli indizi e lo porta a prendere decisioni sempre più rischiose. Anche questa componente è plausibile: nelle vicende reali che coinvolgono persone scomparse, il dolore dei familiari può diventare una forza investigativa, ma anche spingerli verso comportamenti impulsivi e pericolosi.

La stessa Alice Gustafson rappresenta una versione credibile, seppur drammatizzata, della difficoltà di svolgere un’indagine criminale in una comunità piccola. In un contesto del genere le risorse investigative possono essere più limitate rispetto a quelle di una grande città e i rapporti personali finiscono inevitabilmente per sovrapporsi al lavoro delle forze dell’ordine. Robin Pront ha dichiarato di essere stato attratto proprio dal carattere fortemente incentrato sui personaggi della sceneggiatura di Ranum, interessandosi soprattutto all’ambiguità morale dei protagonisti. È un aspetto decisivo perché impedisce al film di trasformare l’indagine in una semplice successione di indizi: la ricerca del colpevole procede insieme alla discesa dei personaggi nelle proprie zone d’ombra.

Dalla scomparsa della figlia alle indagini dello sceriffo: quali aspetti del film rispecchiano davvero la realtà criminale?

The Silencing - Senza voce spiegazione finale film

La componente più realistica di The Silencing – Senza voce non riguarda dunque la ricostruzione di un singolo caso, bensì il modo in cui il film combina diversi elementi appartenenti alla cronaca nera. La scomparsa di una ragazza, l’assenza di risposte per anni, la possibilità che un assassino abbia continuato a vivere indisturbato all’interno della stessa comunità e la difficoltà di collegare delitti apparentemente separati sono tutti elementi che hanno precedenti nella realtà. I casi di persone scomparse rimasti irrisolti per lunghi periodi dimostrano quanto possa essere difficile ricostruire una vicenda quando mancano testimoni, prove fisiche o una chiara identificazione del responsabile.

Dove la pellicola aumenta inevitabilmente il livello di drammatizzazione è nella velocità con cui Rayburn e Alice riescono a collegare gli eventi e nell’intensità dello scontro con il criminale. Un’indagine reale può durare mesi o anni, coinvolgere numerosi investigatori, analisi forensi, interrogatori e verifiche che sullo schermo risulterebbero poco spettacolari. Il thriller deve invece concentrare il procedimento in un arco narrativo ristretto e attribuire ai protagonisti un ruolo molto più diretto. Il risultato è un’indagine che conserva alcuni meccanismi credibili, ma li accelera per costruire suspense.

Anche la rappresentazione dell’assassino deve essere letta nello stesso modo. The Silencing – Senza voce non propone il ritratto psicologico di un serial killer realmente esistito e non pretende di spiegare scientificamente il comportamento di chi commette questi crimini. Il personaggio è una costruzione narrativa destinata a incarnare una forma estrema di predazione e violenza. Il riferimento alla caccia, però, rende il delitto particolarmente disturbante proprio perché introduce un elemento documentato in alcuni casi criminali reali: la trasformazione della vittima in una preda e dell’omicidio in una sorta di rituale.

Anche l’interesse di Robin Pront per i documentari true crime e per le storie più oscure contribuisce a spiegare questa sensazione di autenticità. Il regista ha indicato nella sceneggiatura la componente caratteriale e l’ambiguità morale come alcuni degli aspetti che lo avevano maggiormente convinto del progetto. Il realismo del film nasce quindi soprattutto dalla sua atmosfera e dalla psicologia dei personaggi. La cittadina isolata, la foresta, i rapporti deteriorati e il senso di colpa di Rayburn costruiscono un ambiente nel quale il crimine sembra possibile proprio perché non viene presentato come un evento eccezionale calato dall’esterno, bensì come qualcosa che può essere rimasto nascosto dentro una comunità apparentemente ordinaria.

Questo vale soprattutto per Rayburn. Il suo desiderio di ritrovare la figlia e di rimediare alle proprie colpe è inventato, ma l’emozione che lo sostiene appartiene a una realtà molto concreta. Il film comprende infatti che, in una storia di persone scomparse, il vero trauma non coincide necessariamente con il momento della scoperta del delitto: può consistere nell’incertezza protratta per anni, nella difficoltà di accettare l’assenza e nella necessità di continuare a vivere senza sapere cosa sia realmente accaduto. È questa dimensione a dare alla vicenda una credibilità maggiore rispetto agli elementi più spettacolari dell’indagine.

The Silencing – Senza voce è realistico? La risposta sta nella plausibilità del crimine, non in una storia vera

Hero Fiennes Tiffin in The Silencing - Senza voce

Alla domanda se The Silencing – Senza voce sia realistico si può quindi rispondere distinguendo due livelli. Se si cerca un caso di cronaca preciso all’origine del film, la risposta è negativa: Rayburn Swanson, Alice Gustafson e il serial killer al centro della vicenda sono personaggi immaginari, così come lo è la storia della scomparsa che mette in moto l’indagine. La sceneggiatura di Micah Ranum non ricostruisce un caso realmente accaduto e il film non può essere considerato un thriller tratto da una storia vera.

Se invece la domanda riguarda la plausibilità di ciò che viene raccontato, il discorso cambia. L’esistenza di serial killer che hanno scelto vittime vulnerabili, sfruttato territori isolati e trasformato la caccia in parte del proprio modus operandi è documentata dalla cronaca criminale. Il caso di Robert Hansen rappresenta un inquietante termine di paragone, pur senza autorizzare a dire che il film sia basato su di lui. Allo stesso modo, il dolore di una famiglia davanti a una scomparsa irrisolta e le difficoltà di una piccola comunità alle prese con un assassino appartengono a dinamiche profondamente reali.

Il vero realismo di The Silencing – Senza voce risiede quindi nel modo in cui la finzione si appoggia alla realtà senza trasformarsi in una ricostruzione documentaria. Robin Pront utilizza un soggetto inventato per parlare di perdita, senso di colpa, vendetta e bisogno di redenzione, lasciando che il contesto criminale fornisca alla storia una base credibile. La foresta e la cittadina del film diventano così uno spazio quasi mentale, nel quale i personaggi sono costretti a confrontarsi con le conseguenze delle proprie scelte.

È anche per questo che il film può dare l’impressione di raccontare qualcosa realmente accaduto. La sua inquietudine non nasce dalla precisione con cui ricostruisce un caso specifico, bensì dalla consapevolezza che molti degli elementi che mette insieme appartengono davvero alla cronaca nera. The Silencing – Senza voce è dunque una storia di finzione, ma costruita attorno a paure e comportamenti che la realtà ha già dimostrato essere possibili. Ed è proprio questo confine, più che l’eventuale esistenza di un singolo caso alla sua origine, a rendere il thriller di Robin Pront così disturbante.

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Gianmaria Cataldo
Gianmaria Cataldo
Laureato con lode in Storia e Critica del Cinema alla Sapienza e iscritto all’Ordine dei Giornalisti del Lazio come giornalista pubblicista. Dal 2018 collabora con Cinefilos.it, assumendo nel 2023 il ruolo di Caporedattore. È autore di saggi critici sul cinema pubblicati dalla casa editrice Bakemono Lab.
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