Diretto da Oliver Stone nel 2006, World Trade Center racconta una delle vicende più drammatiche legate agli attentati dell’11 settembre 2001: quella di due agenti della Port Authority Police, John McLoughlin e Will Jimeno, rimasti intrappolati sotto le macerie del World Trade Center dopo il crollo delle Torri Gemelle. Interpretati rispettivamente da Nicolas Cage e Michael Peña, i due uomini diventano il centro di un racconto che restringe l’immensa portata della tragedia a una lotta individuale per la sopravvivenza. Il film segue infatti soprattutto le ore trascorse dai due agenti sotto le macerie e il disperato tentativo dei soccorritori di raggiungerli.
La risposta alla domanda se World Trade Center sia tratto da una storia vera è dunque sì, e in questo caso il legame con la realtà è particolarmente diretto. McLoughlin e Jimeno erano realmente presenti al World Trade Center e furono realmente sepolti dal crollo degli edifici, diventando due degli ultimi venti sopravvissuti estratti vivi da Ground Zero. La sceneggiatura si prende tuttavia alcune libertà per concentrare la narrazione e aumentarne la tensione drammatica. La vicenda cinematografica conserva quindi il nucleo storico dell’episodio, mentre alcuni personaggi, tempi e dettagli vengono modificati o semplificati per costruire una storia più compatta.
La vera storia di John McLoughlin e Will Jimeno, i due agenti della Port Authority rimasti sepolti a Ground Zero
La mattina dell’11 settembre 2001 John McLoughlin era un agente esperto della Port Authority Police Department, mentre Will Jimeno era un agente più giovane, assegnato normalmente al Port Authority Bus Terminal. Quando gli attacchi colpirono il World Trade Center, entrambi furono coinvolti nelle operazioni di soccorso. Il loro compito, come quello di molti altri uomini delle forze dell’ordine, era entrare nell’area del complesso e contribuire all’evacuazione e al salvataggio delle persone ancora presenti negli edifici.
Il film mostra il gruppo di McLoughlin mentre si trova nel complesso del World Trade Center quando la situazione precipita. La realtà fu altrettanto drammatica, anche se alcuni passaggi vengono ricostruiti diversamente da come sono avvenuti. Jimeno, per esempio, ha raccontato successivamente di essere stato consapevole del secondo impatto mentre era diretto verso il complesso. Nel film, invece, la sequenza viene organizzata in modo da accentuare la sensazione di sorpresa e di improvvisa perdita di controllo.
Il crollo della Torre Sud travolse gli uomini. McLoughlin e Jimeno rimasero intrappolati sotto una quantità enorme di macerie, in una situazione nella quale le possibilità di sopravvivenza sembravano minime. Per ore rimasero al buio, feriti, immobilizzati e senza sapere se qualcuno fosse riuscito a individuarli. È proprio questa dimensione claustrofobica a occupare la parte centrale di World Trade Center, trasformando un evento storico di proporzioni gigantesche in un dramma fisico e psicologico vissuto quasi esclusivamente attraverso i due protagonisti.
La permanenza sotto le macerie fu molto più lunga di quanto suggerisca una semplice ricostruzione dell’operazione di soccorso. Will Jimeno venne individuato e raggiunto dopo circa tredici ore dal crollo, diventando il diciottesimo dei venti sopravvissuti estratti vivi da Ground Zero. John McLoughlin fu recuperato successivamente, dopo circa ventidue ore, come diciannovesimo sopravvissuto. Le loro condizioni erano gravissime e, soprattutto nel caso di McLoughlin, la strada verso la guarigione sarebbe stata ancora lunghissima.
La vicenda coinvolse anche diversi soccorritori reali. Tra i primi a raggiungere i due uomini ci furono Dave Karnes, ex marine che aveva deciso di recarsi spontaneamente a Ground Zero, e il paramedico Chuck Sereika, che iniziò a prestare assistenza a Jimeno prima dell’arrivo di altri soccorritori. La loro partecipazione reale dimostra quanto fosse complessa la catena di intervento nelle ore successive al crollo, mentre il film necessariamente la restringe per mantenere il racconto concentrato sui due agenti.
Il lungo recupero di McLoughlin e Jimeno dopo il salvataggio e ciò che accadde ai due sopravvissuti
Essere estratti vivi dalle macerie non significò per John McLoughlin e Will Jimeno la fine della loro prova. Per entrambi iniziò un lungo periodo di cure e riabilitazione, ma le condizioni di McLoughlin furono particolarmente critiche. Dopo il salvataggio venne mantenuto in coma farmacologico per circa sei settimane e dovette affrontare ben 27 interventi chirurgici. Trascorse quasi tre mesi tra ospedale e riabilitazione, mentre cercava di recuperare dalle gravissime conseguenze fisiche del crollo.
Jimeno, invece, riuscì a sopravvivere alle ore trascorse sotto le macerie con ferite gravissime e venne successivamente insignito, insieme a McLoughlin, della Medal of Honor della Port Authority, il riconoscimento ricevuto il 11 giugno 2002. I due agenti divennero così simboli della possibilità di sopravvivere a una tragedia che aveva provocato migliaia di vittime. La loro storia assunse un valore particolare proprio perché rappresentava uno dei pochissimi casi di persone estratte vive dalle macerie molte ore dopo il collasso delle Torri.
Quattro mesi dopo il salvataggio, McLoughlin e Jimeno tornarono a Ground Zero per assistere alla rimozione della colonna finale del sito. Quando gli ultimi agenti in uniforme lasciarono quello che era stato chiamato “The Pit”, furono proprio loro due a chiudere simbolicamente quella processione. World Trade Center trasforma questo percorso di sopravvivenza in una storia cinematografica costruita attorno alla resistenza fisica, alla paura e al rapporto tra i due uomini.
Anche la produzione del film cercò un rapporto diretto con i protagonisti reali. McLoughlin, Jimeno e le loro mogli, Donna McLoughlin e Allison Jimeno, parteciparono alla realizzazione e collaborarono affinché la vicenda fosse rappresentata nel modo più accurato possibile. Gli stessi due agenti compaiono inoltre brevemente nella sequenza finale del film, durante il barbecue. Alcuni membri reali dell’Emergency Services Unit parteciparono come consulenti tecnici e diversi vigili del fuoco presenti nel film erano realmente membri del FDNY che avevano prestato servizio durante gli attentati.
Il rapporto con la realtà, però, non fu privo di controversie. Alcuni familiari degli agenti morti negli attentati contestarono la decisione di trasformare la tragedia in un film e criticarono la partecipazione di McLoughlin e Jimeno al progetto. Anche la rappresentazione di alcuni soccorritori fu oggetto di discussione, soprattutto nel caso di Dave Karnes, la cui figura nel film venne considerata da alcuni troppo semplificata rispetto alla persona reale. La pellicola, dunque, nasce con l’intenzione dichiarata di rendere omaggio alle vittime, ai sopravvissuti e ai soccorritori, ma non può evitare il confronto con le diverse memorie individuali dell’11 settembre.
Quanto è fedele World Trade Center alla storia vera? Le differenze e il significato del finale
La differenza più evidente riguarda alcuni elementi volutamente trasformati da Oliver Stone. Il caso più famoso è la visione di Gesù vissuta da Will Jimeno, rappresentato nel film mentre incontra una figura quasi soprannaturale che gli offre dell’acqua. Jimeno ha realmente raccontato di avere avuto esperienze allucinatorie e spirituali durante la prigionia sotto le macerie, ma la rappresentazione visiva scelta da Stone è una precisa elaborazione cinematografica. Non si tratta quindi della riproduzione letterale di ciò che egli vide, bensì della traduzione audiovisiva di un’esperienza interiore.
Anche la cronologia viene modificata. Il film costruisce una progressione drammatica molto più compatta e tende a ridurre la complessità delle operazioni di soccorso. La storia nazionale dell’11 settembre viene filtrata attraverso l’esperienza individuale di due uomini, lasciando sullo sfondo molti degli altri eventi che contemporaneamente stavano sconvolgendo New York e gli Stati Uniti. È una scelta fondamentale per comprendere il film: World Trade Center non vuole ricostruire l’intera giornata dell’11 settembre, ma raccontare cosa significò sopravvivere quando il mondo esterno sembrava essere scomparso.
Alcune modifiche riguardano poi dettagli apparentemente marginali. Il film, per esempio, contiene un riferimento a Derek Jeter e a un fuoricampo che non corrisponde alla realtà della partita indicata. Più significativa è invece la rappresentazione di Jason Thomas, ex marine che partecipò realmente ai soccorsi dopo aver lasciato il servizio attivo poco prima degli attentati. La sua presenza nel film fu oggetto di controversie anche perché venne interpretato da un attore bianco, mentre il vero Thomas era afroamericano.
Queste libertà non cancellano il carattere autentico della storia raccontata. John McLoughlin e Will Jimeno esistevano realmente, furono realmente coinvolti nelle operazioni di soccorso dell’11 settembre e trascorsero ore sotto le macerie prima di essere salvati. Il loro recupero rappresentò uno degli episodi più straordinari di sopravvivenza avvenuti a Ground Zero. La parte più importante della vicenda, dunque, appartiene alla storia documentata, mentre la costruzione cinematografica interviene soprattutto sul modo in cui quella storia viene percepita dallo spettatore.
È significativo anche che Oliver Stone abbia scelto di realizzare un film sostanzialmente privo delle interpretazioni politiche che molti avevano inizialmente associato al suo cinema. Considerata la fama del regista per opere come JFK – Un caso ancora aperto, alcuni commentatori temevano che World Trade Center potesse affrontare le teorie del complotto sull’11 settembre. Stone ha invece chiarito che il film non intendeva occuparsi di quelle questioni. Il centro della pellicola è la dimensione umana della tragedia: la paura, la solidarietà, la perdita e la possibilità di essere salvati quando ogni speranza sembra ormai esaurita.
In questo senso, il finale assume un significato preciso. World Trade Center non conclude davvero la storia di McLoughlin e Jimeno con il momento in cui vengono estratti dalle macerie, perché la loro sopravvivenza continua attraverso la riabilitazione, il ritorno a Ground Zero e la memoria dell’evento. Il film sceglie però di chiudere il racconto sulla possibilità di tornare alla vita, trasformando la sopravvivenza dei due agenti in una forma di testimonianza. La storia vera che lo ha ispirato resta quindi più ampia del film: comprende il trauma dell’11 settembre, le vittime che non poterono essere salvate e tutti coloro che, nei giorni e negli anni successivi, dovettero fare i conti con ciò che era accaduto.



