Bunker, in concorso a Venezia 83, parte da un’intuizione molto contemporanea: cosa accade quando chi ha costruito la propria fortuna immaginando il futuro comincia ad avere paura proprio di quel futuro? Florian Zeller prende l’ossessione dei super-ricchi per rifugi, bunker e vie di fuga dalla possibile fine del mondo e prova a trasformarla in qualcosa di più intimo, facendo della paranoia collettiva il detonatore di una crisi matrimoniale. Ne risulta, tuttavia, un film che sembra conoscere fin troppo bene il significato di ogni propria immagine e che, proprio per questo, finisce spesso per soffocarla.
Al centro della storia c’è Miguel, interpretato da Javier Bardem, architetto di enorme successo che vive a Londra con la moglie Sofia, Penélope Cruz, e le loro figlie. La casa che ha progettato per la famiglia è una costruzione minimalista dominata dal vetro, teoricamente pensata per evocare apertura, luce e trasparenza. In realtà appare subito fredda, rigida, separata dal mondo esterno: quasi un bunker prima ancora che il bunker vero e proprio entri nella storia.
Quando un magnate della tecnologia propone a Miguel di progettare alle Hawaii un rifugio capace di proteggerlo da un eventuale collasso sociale ed ecologico, quella richiesta diventa il punto di rottura di un equilibrio già molto fragile. Sofia vede nel progetto non soltanto l’ennesima assenza del marito, ma soprattutto una scelta morale: accettare significa contribuire alla fantasia di una classe privilegiata convinta di potersi salvare individualmente mentre tutto il resto crolla.
Una metafora fin troppo evidente
Zeller costruisce il film su opposizioni molto nette: apertura e chiusura, vetro e cemento, comunità e individualismo, fiducia e paranoia. Persino la casa di Miguel assume presto la funzione di rappresentazione fisica della sua interiorità, trasformandosi progressivamente nell’immagine di un uomo incapace di comunicare con chi gli sta accanto.
È un’intuizione efficace, ma il film continua a ribadirla anche quando il concetto è già perfettamente chiaro. Quadri neri, muri, aperture, intrusioni, sistemi di sicurezza: ogni elemento sembra chiamato a rafforzare simbolicamente la stessa idea; in questo modo, il sottotesto smette quasi subito di essere tale e diventa una spiegazione continua, lasciando poco spazio allo spettatore.
Bardem e Cruz, una coppia sfruttata solo in parte
Zeller ha scritto il film pensando direttamente a Javier Bardem e Penélope Cruz, sfruttando inevitabilmente anche il peso metacinematografico di una coppia reale chiamata a interpretarne una in crisi. Bardem riesce a rendere Miguel arrogante, vulnerabile e progressivamente divorato dalla propria paura, spesso suggerendo qualcosa in più rispetto a quanto gli conceda la sceneggiatura.
Cruz, invece, rimane penalizzata da un personaggio meno approfondito: Sofia dovrebbe rappresentare il contrappeso morale ed emotivo del marito, ma troppo spesso viene ridotta alla funzione di chi deve ricordargli quale sia il significato di ciò che sta accadendo. Anche la sottotrama che la vede avvicinarsi a un giovane scrittore promette di esplorare meglio la sua frustrazione e il desiderio di sentirsi nuovamente vista, salvo poi rimanere sostanzialmente ai margini.
Più efficace è Stephen Graham nei panni del vicino di Miguel; la disputa tra i due introduce una dimensione di classe interessante, facendo emergere il contrasto tra chi vive protetto dal proprio privilegio e chi osserva il quartiere trasformarsi sotto la pressione della gentrificazione. Graham riesce inoltre a rendere instabile il confine tra minaccia reale e paranoia, portando nel film una tensione che altrove fatica a emergere.
Anche la breve apparizione di Paul Dano nei panni del miliardario tecnologico funziona proprio perché estremizza il paradosso al centro della storia: un uomo che possiede abbastanza denaro da potersi teoricamente proteggere da qualsiasi cosa e che proprio per questo sembra aver sviluppato paura di tutto.
Un thriller chiuso dentro la propria tesi
La contraddizione alla base di Bunker resta affascinante: mentre il mondo diventa più instabile, chi possiede maggiori risorse non immagina un modo per salvarlo, ma soltanto uno spazio in cui rinchiudersi. Il bunker diventa così il punto d’arrivo di un individualismo esasperato, ma anche la versione estrema dello stesso atteggiamento che Miguel ha già adottato nella propria vita affettiva.
È qui che il film avrebbe potuto trovare maggiore forza. Bunker vorrebbe parlare meno della fine del mondo che della paura della fine, raccontando un uomo che, nel tentativo di mettere tutto al sicuro, finisce per compromettere proprio ciò che vorrebbe proteggere. Ma invece di lasciare che questa idea emerga progressivamente dai personaggi, Zeller la rende sempre più evidente.
Ne viene fuori un’opera elegante, controllata e interpretata da attori di grande presenza, attraversata da temi molto attuali – crisi climatica, disuguaglianze, paranoia tecnologica, isolamento – che però raramente riescono a trasformarsi in qualcosa di davvero urgente sul piano emotivo. Alla fine, il bunker più problematico è quello che il film costruisce intorno alle proprie idee: una struttura chiusa, perfettamente progettata e fin troppo impermeabile all’ambiguità.
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