Company, recensione: Casey Affleck riflette sul valore delle storie e dell’eredità – Venezia 83

-

Company, terzo film diretto da Casey Affleck e presentato in Concorso alla 83ª Mostra del Cinema di Venezia, appartiene alla categoria di storie di quelle che continuano anche dopo la loro conclusione. È un film costruito come una matrioska narrativa, dove ogni racconto contiene un altro racconto e ogni incontro apre una porta sul passato. Affleck utilizza questa struttura per interrogarsi sul dolore, sulla colpa, sulla vendetta e soprattutto sulla possibilità di trasformare ciò che abbiamo ricevuto dalla vita in qualcosa da restituire agli altri.

La storia comincia in una notte d’inverno del 1975, quando Evelyn arriva senza essere stata invitata a una festa. La sua presenza introduce immediatamente un elemento di mistero e, soprattutto, una storia: quella di Tom, un uomo anziano e solitario che nel 1953 soccorre un’attrice rimasta bloccata durante una violenta bufera di neve in Colorado. La notte sembra sospendersi mentre i due condividono il tempo e l’attrice comincia a raccontare una vicenda ancora più antica. È così che Company inizia a dilatarsi, attraversando epoche, personaggi e ferite che sembrano lontanissime e finiscono per appartenere alla stessa memoria.

Una storia dentro l’altra: il racconto come eredità tra generazioni

La struttura narrativa di Company è probabilmente la sua caratteristica più affascinante. Ogni storia nasce dentro un’altra storia, come se il film suggerisse che nessuna esperienza umana esista davvero in isolamento. Evelyn racconta Tom, Tom conduce all’attrice, l’attrice apre una nuova parentesi narrativa e quella parentesi porta ancora più indietro nel tempo, fino a una coppia di contadini che offre rifugio a un giovane vagabondo tormentato mentre la frontiera vive nel terrore per una serie di efferati omicidi.

Il meccanismo mantiene una forte dimensione emotiva. Le storie sembrano passarsi il testimone, come racconti tramandati tradizionali davanti a un fuoco o ricordi che resistono perché qualcuno ha scelto di custodirli. Il tempo diventa quindi una materia narrativa fluida. I decenni si sovrappongono e i personaggi finiscono per comunicare attraverso esperienze che appartengono a epoche diverse. Casey Affleck sembra suggerire che raccontare significhi anche conservare. Ogni voce aggiunge qualcosa, modifica una prospettiva, lascia una traccia. La storia sopravvive proprio perché nessuno può possederla completamente.

Lutto, vendetta e perdono nel cuore morale di Company

Company film Sotto la costruzione da racconto a incastro pulsa un dilemma profondamente umano: cosa facciamo del dolore che ci è stato consegnato? Il lutto, la solitudine, la violenza e il desiderio di vendetta diventano passaggi di un percorso più ampio, nel quale ogni individuo deve confrontarsi con ciò che ha ricevuto dal passato.

La domanda centrale riguarda la possibilità di interrompere una catena di sofferenza. La vendetta offre una direzione immediata, quasi istintiva; il perdono richiede tempo, consapevolezza e una diversa idea di responsabilità. In questo spazio si inseriscono i gesti di compassione che attraversano il film. Sono gesti spesso silenziosi, privi di retorica, capaci però di modificare il destino di chi li riceve. La compassione diventa una forma di eredità. Un gesto ricevuto può essere ricordato, trasformato e restituito molto tempo dopo, magari a una persona che non conoscerà mai l’origine di quella benevolenza.

La forza delle storie sta nella loro capacità di sopravvivere

C’è poi una dimensione metacinematografica che rende Company particolarmente interessante. Il film parla continuamente del gesto del raccontare mentre racconta. I personaggi ricevono una storia e la trasmettono, esattamente come il cinema riceve esperienze, emozioni e memorie e le consegna a chi guarda. L’immortalità delle storie diventa così uno dei temi più suggestivi del film. Una persona può scomparire, una generazione può essere dimenticata, un evento può perdere progressivamente i suoi testimoni. Il racconto conserva qualcosa. Ogni nuova voce diventa un nuovo luogo in cui quella memoria può abitare.

La scelta di Affleck assume quindi anche un valore emotivo: il cinema appare come uno spazio di trasmissione, una forma di compagnia capace di mettere in comunicazione persone lontanissime nel tempo. Company chiede allo spettatore di entrare in questo flusso e lasciarsi condurre da una storia all’altra, accettando che il significato possa cambiare durante il viaggio.

Company è una riflessione delicata su ciò che scegliamo di lasciare

Alla fine, ciò che rimane di Company è proprio questa idea di passaggio. Viviamo dentro storie che hanno avuto inizio prima di noi e lasciamo qualcosa che continuerà dopo di noi. Il dolore può essere trasmesso, così come la violenza e il rancore; la stessa cosa vale per la gentilezza, la cura e la compassione.

Affleck costruisce un film che trova la propria forza nella stratificazione e nella pazienza, affidandosi a un racconto capace di allargarsi progressivamente fino a comprendere diverse vite. La sua riflessione sul passato evita il peso della lezione morale e preferisce affidarsi ai personaggi, ai loro gesti e alle conseguenze delle loro scelte.

Company diventa così un film sulla memoria, sul racconto e sulla possibilità di aggiungere qualcosa al mondo ricevuto in eredità. Forse è proprio questa la sua intuizione più bella: le storie continuano a vivere perché qualcuno decide di raccontarle ancora. E, mentre passano di voce in voce, possono diventare qualcosa di diverso da ciò che erano all’inizio. Possono diventare una forma di cura.

Company
2.5

Sommario

Il cinema è uno spazio di trasmissione, una forma di compagnia capace di mettere in comunicazione persone lontanissime nel tempo.

Chiara Guida
Chiara Guida
Laureata in Storia e Critica del Cinema alla Sapienza di Roma, è una gionalista e si occupa di critica cinematografica. Co-fondatrice e Direttore Responsabile di Cinefilos.it dal 2010. Dal 2017, data di pubblicazione del suo primo libro, è autrice di saggi critici sul cinema, attività che coniuga al lavoro al giornale.

ALTRE STORIE