Chi non ha mai desiderato dare una sbirciatina al futuro, sapere cosa ci attende o persino scoprire come sarà il mondo quando, magari, noi non ci saremo più? Vinciane Millereau trasforma questa curiosità in realtà nel suo Era meglio domani. Solo che il futuro di cui parla non è il nostro, bensì quello che negli anni ’50 si poteva soltanto immaginare e che oggi coincide con il nostro presente. Con una sceneggiatura scritta insieme a Julien Lambroschini, la regista sembra partire da un paradosso preciso: forse sarebbe meglio non sapere cosa ci riserva il domani, perché potremmo trovarci davanti tanto ciò che abbiamo ardentemente desiderato quanto quello che avremmo preferito non vedere mai. Nel cast Elsa Zylberstein, Didier Bourdon e Mathilde Le Borgne. Il film esce al cinema dal 1° ottobre.
Era meglio domani, la trama
È la fine degli anni ’50 e Michel e Hélène conducono una vita perfettamente normale secondo i ruoli dell’epoca. Lui ha un buon lavoro, esce di casa ogni mattina e organizza grigliate con i vicini; lei governa la casa, accudisce i figli adolescenti e si preoccupa persino che al marito non manchi mai una camicia perfettamente stirata, attenta al giudizio che gli altri potrebbero riservarle. Un giorno, però, Hélène scopre di aver vinto un elettrodomestico moderno che, a differenza di Michel, non vorrebbe rivendere per guadagnarci dei soldi. Durante un’accesa discussione, i due prendono la scossa a causa della presa bagnata della lavatrice e, quando riaprono gli occhi, non sono più nel 1958, ma nel 2025. Vivono in una casa ipertecnologica, i loro figli sono emancipati – la ragazza è dichiaratamente gay e non è più costretta a sposare il figlio dei vicini che l’aveva messa incinta – e persino i ruoli all’interno della coppia sembrano essersi capovolti. Ora è Hélène ad avere un lavoro importante, mentre Michel si occupa della gestione della casa. Una realtà che li sconvolge, soprattutto perché a disorientarli non sono soltanto le novità di quel futuro, ma il ribaltamento dei loro equilibri.
Un mondo che ha perso i suoi colori
È una scrittura semplice quella di Era meglio domani, e già nel titolo è incastonata una parte del significato del film. Un’opera che non brilla sempre per la sua messa in scena, ma che trova proprio nella sua linearità la forza necessaria per innescare una riflessione più profonda su ciò che viviamo oggi, su quello che le generazioni adulte hanno lasciato nel passato e su ciò che quelle più giovani non potranno conoscere se non attraverso i ricordi e i racconti di chi ne custodisce la memoria. Già sul piano visivo, la pellicola dichiara apertamente le proprie intenzioni. Tra gli anni ’50 in cui vivono Michel e Hélène e il 2025 nel quale vengono improvvisamente catapultati c’è uno scarto evidente, non soltanto sociale ma anche estetico, che finisce per raccontare, attraverso gli ambienti, quanto siamo cambiati anche noi.
È soprattutto la palette cromatica a rendere istantaneo questo contrasto. Quante volte sentiamo dire che una volta il mondo era più colorato? Mobili, lenzuola, vestiti, accessori: tonalità diverse si incontravano e fondevano, restituendo visivamente una vitalità che il film associa anche a un modo differente di attraversare la quotidianità. Non necessariamente più facile o privo di problemi, ma forse meno spento. Il grigio, il bianco e il nero che dominano invece molti degli ambienti contemporanei, sempre più minimali e impersonali, diventano così qualcosa di più di una semplice scelta estetica: sembrano fotografare anche il nostro cambiamento interiore. Un presente più cupo, uniforme, in cui persino immaginare il futuro sembra essere diventato più difficile.
Squilibri di potere
Ma Millereau non cade nella trappola di trasformare il passato nel luogo ideale in cui rifugiarsi. Perché se qualcosa abbiamo perduto, qualcos’altro abbiamo conquistato. Ed è proprio quando Era meglio domani mette a confronto questi due aspetti che il suo contenuto riesce ad andare più in profondità di una forma e di una sceneggiatura non sempre altrettanto efficaci. Possiamo rimpiangere alcune abitudini, ma difficilmente potremmo desiderare di riportare indietro anche tutto ciò che quel passato comportava. A cominciare dal ruolo della donna.
È qui che il film compie il suo ribaltamento più evidente. Nel presente in cui vengono catapultati Michel e Hélène, è lui a occuparsi della casa mentre lei ricopre una posizione di potere. Una rappresentazione volutamente esasperata, che non vuole suggerire che l’emancipazione femminile debba coincidere con una semplice sovversione dei ruoli, ma utilizza proprio quell’eccesso per rendere visibile uno squilibrio concreto. Mettendo Michel nei panni tradizionalmente riservati a una donna, Millereau utilizza il personaggio per rivolgersi direttamente al pubblico maschile, costringendolo a sperimentare attraverso di lui cosa significhi sostenere quel carico domestico e mentale che ancora oggi ricade soprattutto sulle donne (e sulle madri nello specifico) e troppo spesso rimane invisibile. Ed è forse proprio in questo cambio di prospettiva che Era meglio domani trova il suo messaggio più forte: per comprendere davvero un peso che per troppo tempo è rimasto trasparente, a volte bisogna essere messi nei panni di chi lo porta ogni giorno.
Era meglio domani
Sommario
Mettendo Michel nei panni tradizionalmente riservati a una donna, Millereau utilizza il personaggio per rivolgersi direttamente al pubblico maschile, costringendolo a sperimentare attraverso di lui cosa significhi sostenere quel carico domestico e mentale che ancora oggi ricade soprattutto sulle donne, e che troppo spesso rimane invisibile.



