La fine di Oak Street: la recensione del nuovo film di David Robert Mitchell

Dal 12 agosto arriva in sala la nuova opera del regista

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Arriva in sala La Fine di Oak Street, il nuovo film thriller e di fantascienza diretto da David Robert Mitchell, in uscita il 12 agosto 2026. La pellicola porta sul grande schermo una storia dalle atmosfere misteriose e inquietanti, ambientata nella periferia americana degli anni Ottanta. Nel cast figurano Anne Hathaway, Ewan McGregor, Maisy Stella e P.J. Byrne e il film racconta una vicenda familiare che, a partire da una tranquilla quotidianità di quartiere, si trasforma rapidamente in un’incredibile avventura di sopravvivenza, tra fenomeni inspiegabili, eventi cosmici e creature preistoriche.

La trama di La Fine di Oak Street

La storia si svolge nella tranquilla Oak Street, una periferia americana degli anni Ottanta dove la famiglia Platt conduce un’esistenza apparentemente normale. L’equilibrio della loro vita viene però sconvolto quando nel quartiere iniziano a manifestarsi strani e inspiegabili fenomeni. Un misterioso evento cosmico provoca improvvisamente lo sradicamento dell’intero quartiere, trasportandolo in un luogo sconosciuto e popolato da creature preistoriche e minacce mai affrontate prima. Catapultati in un ambiente completamente estraneo, i membri della famiglia Platt saranno costretti a mettere da parte le proprie divergenze e a imparare a fare affidamento gli uni sugli altri. Mentre cercano di comprendere dove siano finiti e di trovare un modo per tornare a casa, i Platt si ritrovano coinvolti in un viaggio tanto pericoloso quanto imprevedibile, nel quale la loro sopravvivenza dipenderà soprattutto dalla capacità di rimanere uniti.

Passegiare in quel di Hollywood

La Fine di Oak Street
Cortesia di Warner Bros. Pictures

David Robert Mitchell continua a passeggiare per Hollywood. Lo aveva già fatto con It Follows (2014), film della consacrazione e dal respiro classico, che ci aveva consegnato il ritratto lucido di una gioventù senza speranza e senza futuro, costretta incessantemente a guardare indietro. Per poi alzare il tiro, o quantomeno le ambizioni, con il neo-noir Under the Silver Lake (2019). Film di riattraversamenti continui e centrifuga di significanti e significati, anch’esso ancorato a un melting pot di reference molto specifiche, ma capace di aggiornare la figura del detective disilluso secondo le sensibilità e un pessimismo moderni, new generation.

Del cinema di Mitchell, pregno di una concezione del genere che il cineasta non ha mai mancato di palesare (del resto “A che servono streghe e lupi mannari? Ora ci sono i computer” e “Bramiamo il mistero perché non existe più”), La fine di Oak Street conserva indubbiamente alcune coordinate. Eppure, la sensazione è che manchi qualcosa. Che questa volta, la gabbia di omaggi e citazioni predisposta dal regista abbia finito, per l’appunto, per rivelarsi più che altro una gabbia. E che le immagini, seppur supportate da un’idea di base forte, fatichino non poco a trovare una via d’uscita.

Un immaginario senza vie d’uscita

La Fine di Oak Street
Cortesia di Warner Bros. Pictures

Il quartiere di Oak Street, a ben vedere, potrebbe addirittura essere una rielaborazione in salsa mistery del mondo virtuale consegnatoci da Steven Spielberg con Ready Player One. Un grande contenitore di citazioni a cinema e cultura pop all’interno del quale il cinefilo moderno può divertirsi a individuare easter egg e riferimenti colti. Dai fratelli Duffer alle tipiche atmosfere spielbergiane – tra biciclette, dinosauri e un’avventura dalla forte impronta familiare. Dal viaggio nel tempo in pieno stile Zemeckis, a un intreccio e personaggi che paiono uscire dalla penna di King. Senza contare l’ovvia influenza di J.J. Abrams e, in particolar modo, dei primi due capitoli di Cloverfield. Per un’esperienza ai confini della realtà che molto deve alla poetica del produttore.

L’elemento mistery, peraltro, è l’aspetto più riuscito del film. Che, almeno nella prima mezz’ora, si ritrova, pur con toni decisamente meno seriosi, a ragionare con intelligenza di e sul fuori campo. In un mix di immaginari che si rifà tanto a M. Night Shyamalan (The Village), quanto all’esperienza seriale di Lost.
I “problemi” sorgono invece nel momento in cui Mitchell decide di giocare a carte scoperte, dando vita a un Jurassic Park in miniatura, bloccato tra retromania e una gestione dei toni non sempre fluida. All’interno del quale il regista, come i suoi personaggi, si ritrova a vagare, anzi a correre da un isolato all’altro, senza trovare sbocchi e uscite d’emergenza.
Rimane la dimensione giocosa, qualche buon frangente di tensione e discreti sprazzi di avventura. Rimane soprattutto, al di là di un filo d’amarezza, la fiducia in un regista che, ci auguriamo, possa presto tornare al lavoro per concederci qualcosa in più di un divertissement estivo.
La Fine di Oak Street
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Sommario

Un divertissement estivo che regala discreti frangenti di tensione e avventura, anche se alla lunga fatica a trovare vie di fuga dalla gabbia di immaginari costruita.

Dario Boldini
Dario Boldini
Laureato in Lettere Moderne all’Università Statale di Milano, ha iniziato nel 2019 a scrivere articoli e approfondimenti per l’Associazione Culturale Lo Sbuffo. Dopo la specializzazione in Critica Cinematografica presso Sentieri Selvaggi di Roma, con cui collabora dal 2022, dal 2023 scrive di cinema e serie TV per Cinefilos e partecipa ai principali festival cinematografici italiani.

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